NOTTURNO AUTUNNALEE va bene, va

NOTTURNO AUTUNNALE
E va bene, va bene alla fine dovrò ammetterlo. Mi piacevi sai? Mi sei sempre piaciuta. Eri la mia amica più speciale. Credo che la prima volta che ti ho visto devo aver pensato “ehi questo è il tipo di ragazza che fa per me”… devo aver cercato di fare il bravo ragazzo, di fare una buona impressione su di te e i tuoi amici. E poi le ore passate al telefono, dove mi raccontavi tutte quelle storie e quelle cose noiosissime che ti erano capitate a scuola, dei giri in centro con le amiche, io pensavo “si vabbè che palle, quando ci vediamo?” ma ti ascoltavo volentieri, la tua voce era dolce e calda e sarei stato ad ascoltarti per ore. Poi quell’inverno, zitto e malinconico che è cominciato così all’improvviso, e il freddo è calato anche dentro il tuo cuore. Stavi male, dicevi, ti rifiutavi e cercavi rifugio solo dentro le mura di casa, non sentivi più niente e nessuno. Io non potevo sapere cosa ti stava succedendo. Troppo semplice la mia vita, uguale ogni giorno, per capire quello che provavi. Dormire, mangiare, studiare, suonare…le stesse cose, sempre. Mancavi te. I tuoi sogni, le tue parole. La musica era strozzata e inutile. Le parole degli amici troppo leggere per potermi scalfire. Senza mordente mi sono abbandonato anche io alla cupa malinconia di me stesso, cercando scampoli di te in tutto quello che vedevo o toccavo. “Sai mi manchi” dicevi quando lasciavi che ti chiamassi. E per me erano quei rari momenti dove tutto il resto non aveva più senso, dove capivo che potevo toccare il cielo con un dito se ti avessi rivisto. Quando ti avrei rivisto? Quando? Passavo giorni interi pensando a te, cercando nei meandri della mente flash dei momenti di gioia passati assieme, delle cose fatte insieme, dei nostri litigi, ricordi?, quando mi volevi per forza portare a teatro a seguire Shakespeare e io sarei andato più volentieri a sentire un concerto, a vedere una partita. Che ridere pensarci ora. Come eravamo sciocchi. Due parole di troppo e mettevamo il broncio. Poi a sera non potevamo mancare di chiarirci, superare ancora una volta le incomprensioni. E stavo bene. Il gelato, i bambini che correvano sui prati, le nostre biciclette e i nostri rifugi. Parlavamo di musica, di cinema, di arte e letteratura. Discutevamo di politica e di sport. Ci appasionavamo per quei vecchi telefilm. Ricordo ancora tutto come fosse oggi. Oggi… 
Oggi invece è adesso, è il presente. Sono seduto su una panchina, guardo in basso. Un mazzo di fiori al mio fianco. Per te. E’ tempo di venirti a trovare. Ancora una volta, prima di partire. Eccomi. Da quando te ne sei andata non ho saputo mai più accettare la vita com’era prima. Devo scappare. Sento che è arrivato il momento di mollare tutto e partire. So che un giorno tornerò, e tu sarai qui come sempre, fredda, immobile, ad aspettarmi. E so anche che nonostante tutto riuscirai ad ascoltarmi, a capire quanto bene ti ho voluto, e quanto ancora te ne vorrò. Ancora pochi attimi. Appena volterò quest’angolo non ti vedrò più. Non vedrò quel sorriso radioso con il quale mi guardi ora, fissa, muta, eterna. Non vedrò il tuo nome, impresso davanti a me e stampato nel mio cuore perchè è li che ha conquistato il posto più grande. Ti lascio. Questa volta sono io ad andarmene, ma vedrai, non sarà per sempre. Un bacio. Volto le spalle. Mi incammino rapido verso il sentiero lasciando alle spalle la mia vita, i miei sogni, la mia luce. Addio. Pochi passi e mi manchi di già.

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