PANE AL PANE E VINO

PANE AL PANE E VINO AL VINO
Ebbene abbiamo pianto. Ci siamo stretti attorno ai nostri morti, caduti eroicamente in Iraq per difendere la pace, per riportare ordine nel disordine. Per portare speranza nell’angoscia. Abbiamo reso omaggio all’arma dei Carabinieri e ai civili morti senza giusta causa, ai parenti tutti, agli amici, come è giusto che sia in queste dolorose occasioni. Ora tralasciamo la retorica da Bruno Vespa e abbandoniamo quelle idee preconfezionate troppo politically correct di cui son pieni i giornali di oggi. Lasciamo stare le storie umane e le esaltazioni politiche e di valor patrio espresse dalla classe politica a destra e a manca. Voglio dire alcune cose senza troppi giri di parole e che credo sia necessario ricordare e puntualizzare. Se non siete d’accordo tanto di cappello, lasciate un commento e parliamone tranquillamente.
1. Sono morte 28 persone, lo vogliamo dire? Non sono morti solo 19 italiani, ci sono per il momento altre 9 vittime irachene. Sono esseri umani anche loro, e non avevano nessun diritto e nessuna voglia di morire ieri perchè un manipolo di terroristi aveva le palle girate contro l’Italia. Sono morte migliaia di persone sotto il regime iracheno di Saddam, sono morti civili per anni e nessun tg cel’ha fatto notare. Ora tutto di un colpo scopriamo di essere vulnerabili anche noi e i nostri morti ci fanno più impressione. Il sangue è lo stesso. Siamo tutti fratelli in questa sporca guerra del petrolio. Piangiamo i nostri morti, ma non dimentichiamo che da quando la prima fase della guerra è finita, cioè quando Bush, e solo lui, ha proclamato la fine delle ostilità, sono morti migliaia di civili in attentati sanguinosi in tutto l’Iraq. Ogni giorno continuano a morire civili e soldati statunitensi o inglesi. Per i politici e gli statisti sono numeri…ciniche quotazioni borsistiche dell’andamento della guerra. Invece è gente che muore. Oggi come ieri muoiono soldati e civili per una guerra non giusta. Riflettiamo su questo. Non possiamo chiudere gli occhi ogni giorno e svegliarci solo quando i drammi ci toccano da vicino.
2. Che non mi vengano a dire che per davvero i nostri soldati passavano le giornate a fare spaghettate come ho letto, o a giocare a carte dove ho letto da altre parti ancora. Erano soldati! Non erano li per passarsi il tempo! Erano in missione, erano in guerra. Non abbiamo mandato un gruppo di missionarie a fare del bene, non abbiamo mandato Emergency o un’altra organizzazione no profit per cercare di dare aiuto a queste popolazioni. Abbiamo mandato dei soldati in guerra. SOLDATI! Con la loro divisa mimetica e un’arma sempre appesa al collo. Non suorine della carità. Quando mandiamo soldati in guerra dobbiamo aspettarci che non tutto vada come crediamo. Sono vestiti per fare la guerra e anche nelle migliori intenzioni pacifiche hanno un nemico da cacciare. Pensate che avrebbero fatto un attentato contro un’associazione umanitaria? I morti nelle guerre ci sono sempre, da una parte e dall’altra, inevitabilmente. Abbiamo partecipato alla guerra e questa è una delle conseguenze che dovevamo mettere in conto. E’ doloroso piuttosto sapere che non potevamo farci niente…cia, servizi segreti, intelligence, non possono fare nulla. Prevedere un attacco terroristico può anche essere possibile ma rimane sempre un grado di incertezza talmente alto da vaneggiare tutto il lavoro di prevenzione svolto. Storicamente questo è successo quasi sempre. Accantoniamo quindi le polemiche del “potevamo evitare”…
3. Vogliamo fare un attimo della dietrologia spicciola? Facciamola. Il Governo italiano ha mandato in guerra un contingente militare senza richiedere il voto al Parlamento, senza rispettare la nostra Costituzione e senza curarsi del fatto che non abbiamo i mezzi tecnici per sostenere il nostro intervento. Siamo partiti allo sbaraglio per il puro interesse di fare bella figura con l’amministrazione americana, in questo momento potente anche più delle Nazioni Unite, altra pedina uscita sconfitta da questo conflitto. Siamo voluti intervenire per forza e abbiamo corso il rischio. E’ successo il fattaccio, dovevamo metterlo in conto. Tornare a casa ora è stupido quanto inutile. Portiamo avanti il lavoro iniziato, valorizziamo il sacrificio dei nostri commilitoni terminando la nostra “missione di pace” e poi, a casa, faremo i conti di cosa abbiamo veramente prodotto, quanto abbiamo davvero migliorato la vita dei civili iracheni. Non si torna indietro quando scappa il morto. E’ da ipocriti, e le parole di Diliberto (RC) ieri sono state superficiali e poco consone ad un serio dibattito politico sulla questione. Il Governo si è preso delle responsabilità precise ed è suo compito portare a termine l’impegno in questa sporchissima guerra. L’incidente di ieri rimarrà per sempre scolpito nelle nostre coscienze come il duro prezzo da pagare quando si prende parte ad un conflitto di tale portata. Oltre il dolore, resta alto il Dovere di fare le cose con dignità fino in fondo, nel bene o nel male che questa guerra ci ha imposto.

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