Per capirne di più:il contributo

Per capirne di più:
il contributo di Roberto Barbieri
ENDURING WAR?
Alla luce della tragedia di Nassiriya, ultimo episodio della catena sanguinosa in corso in Iraq, abbiamo chiesto al nostro collaboratore Roberto Barbieri un’analisi accurata della situazione irachena. Dalle premesse agli sviluppi dei possibili scenari per una pace che deve ancora iniziare.

E’ destinata “Enduring Freedom” a trasformarsi in “Enduring War“? E come uscire dal “pantano” iracheno? Il problema si pone già da molto tempo negli ambienti USA sia a livello di pubblico dibattitto che soprattutto negli ambienti decisionali di livello più elevato. Ciò che tutti dichiarano di voler ottenere, dal presidente Bush ed il suo entourage ai nostri politici domestici, è la democratizzazione dell’Iraq e l’autogoverno, a dire il vero possibilmente filo statunitense. Veniamo ora a considerazioni più concrete: c’è chi sostiene negli ambienti politici italiani, principalmente dall’opposizione, che i nostri militari, vittime della recente tragedia, non sarebbero mai dovuti partire e quantomeno debbano rientrare in patria dopo quanto successo. Parlando chiaramente, il contributo dell’Italia non è certo fondamentale dal punto di vista strategico, per quanto assai gradito dagli USA (per quanto riguarda sia l’aspetto tattico che quello diplomatico) e pure, probabilmente, dal popolo iracheno, considerate le finalità prettamente umanitarie e di ristabilimento dell’ordine delle nostre truppe. Ritirarsi adesso significherebbe da parte nostra perdere di credibilità e cedere alla logica del terrore, cosa a mio parere non proponibile, ed impugnabile soltanto come argomento di mera propaganda interna. L’impegno in Iraq dovrà per forza essere prolungato per tutta una serie di motivi, in primo luogo perchè la democratizzazione del paese non è possibile se non in tempi medio lunghi. Benchè ad un occidente figlio della rivoluzione francese e della costituzionalità questo possa essere difficile da capire, in Iraq e in tutto il Medio Oriente a mancare è addirittura l’idea di democrazia. Da secoli, anche durante la dominazione britannica in questa area del mondo ad essere radicata è l’idea di tribù, nel senso più moderno del termine, con tutta la concezione paternalistico\dispotica dell’idea. Il capo, che sia di una famiglia, di una “tribù” in senso stretto, di una provincia o di uno stato, comanda, e si dovrebbe sentire responsabile del benessere dei sottoposti, mentre questi ubbidiscono; dire ciò non significa denigrare nessuno, ma semplicemente contestualizzare una mentalità molto lontana da quella occidentale. Non a casao Saddam Hussein fra i suoi molti titoli aveva anche quello di capo di tutte le tribù. In taluni ambienti, per lo più iracheni residenti all’estero, il significato e la profondità del termine “democrazia” ha un senso, per la massa della popolazione non lo ha. Un altro problema secondo me quasi insuperabile per la democratizzazione del paese è l’incredibile pluralità etnica che lo costituisce. La storia insegna tramite casi esemplari (URSS, la Federazione Russa stessa, Jugoslavia, casi meno gravi quali la Cecoslovacchia, e problemi di minoranze etniche presenti un èò ovunque dai paesi Baschi al Kashmir) che stati pesantemente multietinci non possono democraticamente restare coesi, e se lo fanno è tramite l’opera coercitiva di un dittatore e del suo apparato repressivo. Questo può sembrare un ragionamento oltremodo semplicistico, ma a mio parere fondalmentalmente vero. Che genere di nazione può formare una popolazione composta per il 19% da curdi che aspirano ad una semi-indipendenza ed alla creazione di legami sovranazionali (per il momento) con il Curdistan turco e quello iraniano, per il 4% di turcomanni ed iraniani che difficilmente accetteranno il potere centrale quale esso sia, una maggioranza araba sciita che tenta di creare un governo su base religiosa a lente rovesciata, e una minoranza araba sunnita che era al potere fino alla caduta di Saddam? La risposta è semplice quanto drammatica: nessuna nazione possibile, anche considerando il fatto che tutti questi gruppi presentano molteplici conflittualità e posizioni differenti al loro stesso interno. Ciò non vuol dire che nessuna forma di coesistenza pacifica sia realizzabile, ma sarà sicuramente problematica ed il meglio a cui si possa aspirare è la formazione di uno stato pseudo\democratico con vaste autonomie locali ed una unità soprattutto di facciata. Al di là dei discorsi politici e degli auspici secondo i quali la democrazia e la creazione di uno stato federale (nord curdi, sunniti centro e sciiti nord) dovrebbero rivelarsi la panacea che tutti cercano, a ben vedere questa sistemazione è difficilmente realizzabile, sia perchè il federalismo si basa su fiducia reciproca e volontà di collaborare, mentre nel “nostro” caso prevalgono il desiderio di indipendenza e un diffuso risentimento reciproco, sia perchè il federalismo in un contesto politicamente immaturo come quello iracheno è assai difficile.
Sembra circolare in ambito europeo ed anche, proprio in questi ultimi giorni, statunitense, l’idea che un parziale disimpegno americano congiunto ad un passaggio di consegne all’ONU sia auspicabile, e parzialmente risolutivo. Temo, ma potrei sbagliare, che anche questa debba rivelarsi una pia speranza; può essere positivo per gli USA stessi che riconoscono sia pure con un pò di ritardo di non poter gestire la pace da soli, ma l’ONU con le sue strutture di comando e controllo multinazionali, con i suoi principali membri desiderosi di fornire generali ma meno ansiosi di fornire truppe causa contesto operativo “sporco”, potrà difficilmente fare meglio delle truppe attualmente presenti. Probabilmente si tratterebbe di un cambio di consegne (soltanto parziale), ma non di una soluzione del problema. Tenuto conto di questi fatti, non voglio sostenere che le truppe americane, alleate ed italiane debbano smobilitare, tutt’altro: questo significherebbe probabilmente incoraggiare la deflagrazione di tutti i problemi latenti in embrione: fondamentalismo islamico, conflitti etnici, volontà separatiste. Tutto questo quadro può apparire eccessivamente pessimistico, ed in effetti oltre alle ombre c’è anche qualche spiraglio di luce. Innanzittutto sembra che gli attentati alle truppe sul campo provengano da fonti essenzialmente o almeno in parte esterne al contesto iracheno, cioè membri di organizzazione terroristiche quali al-Qa’ida, che gli USA e non solo stanno debellando: per i membri di queste organizzazioni l’Iraq rappresenta più un possibile luogo d’intervento che la fonte ispiratrice. Inoltre è probabile che sia diffuso nella popolazione un generalizzato desiderio di vita normale e di ordine che rapprensenta il più importante alleato per ogni tentativo di pacificazione. Ciò che le forze alleate cercano di ottenere al momento è un livello accettabile di stabilità che consenta agli USA di instaurare un protettorato, o comunque uno stato amico ospitante basi militari nel cuore del Medio Oriente. Questa a ben vedere è la ragione ultima della guerra, certo non lo è l’eliminazione di qualche base terroristica o la prevenzione contro le futuribili armi di Saddam per la distruzione di massa, che sarebbero diventate pericolose per gli USA tra un trentennio o forse più. Questo è sostenibile alla luce della dottrina prevalsa dopo l’11 settembre al Pentagono di pace attraverso la forza, e dello sradicamento delle minacce prima che queste possano significativamente ledere gli interessi nazionali; concetto esemplificato nel termine a tutti facilmente comprensibile di Guerra Preventiva. Ulteriore prova sia il fatto che in sostituzione all’intervento bellico propriamente detto, gli strateghi di Washington elaborarono tutta una serie di interventi (per l’eliminazione di basi terroristiche e di armi) probabilmente dotati di un miglior rapporto costo/efficacia, ma tutti scartati dai vertici dell’amministrazione presidenziale. Tra i quali il ricorso ad ispettori ONU più prolungato, l’adozione di una politica bastone/carota nei confronti dello stesso Saddam, attività militari molto più limitate e mirate dal cielo sulla falsariga di Desert Storm o l’inasprimento dell’embargo.
Che la cacciata del dittatore sia stata positiva per il popolo iracheno nel suo complesso è indubitabile, e qualche forma di coesistenza pacifica delle varie etnie con relativo autogoverno è forse possibile. Ma sarà un processo realizzabile nel medio-lungo periodo, e non sarà nè facile nè incruento.

Roberto Barbieri

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