Parlare secondo tradizione I dialetti

Parlare secondo tradizione
I dialetti in Italia sono ancora vivi e vegeti. E i mass media li riscoprono

“Nojo vulevan savuar…”. Avete presente la gag di Totò e Peppino con il “ghisa” milanese? Due napoletani arrivano sotto la Madunina certi di non riuscire a farsi capire con quelli del Nord e allora improvvisano un assurdo scilinguagnolo per cercare di comunicare con lo “straniero“. Si dirà: altri tempi, l’Italia nel frattempo è cambiata e le parlate locali hanno lasciato il posto a una lingua sola. Verissimo, ma non del tutto.

Infatti, provate a prendere la macchina e a raggiungere una località a 200 km da quella dove abitate e chiedete al primo passante che trovate sulla vostra strada un’informazione. Nella migliore delle ipotesi coglierete nella risposta una cadenza o un accento diversi dal vostro; nel peggiore dei casi non riuscirete a capire nulla perché il vostro informatore parla un dialetto del tutto incomprensibile.

Chiamatelo folklore, attaccamento alle radici o, se siete più intolleranti, una cattiva abitudine. Fatto sta che gli italiani tra loro parlano ancora in vernacolo. La conferma arriva da una statistica Istat. Il dialetto è parlato quotidianamente da 12,6 milioni di persone, cioè circa un quarto della popolazione totale. Mentre altri 15 milioni di italiani (il 28,3% del totale) abitualmente mescolano la parlata locale con quella nazionale. Se il dato di fondo è che la lingua italiana è sempre più diffusa specie tra le nuove generazioni, è anche vero che resiste un 6% della popolazione che parla esclusivamente o prevalentemente il dialetto nei rapporti familiari, con amici e con estranei.

Secondo i sociologi la sopravvivenza delle parlate locali ha giustificazioni e ragioni molto serie: per i giovani ci sarebbe il bisogno di fondo di affermazione della propria appartenenza a un gruppo; per i meno giovani sarebbe invece una forma di orgoglio cittadino.

E che la resistenza delle parlate locali sia dura a morire è confermata dalla riscoperta che di esse si fa sui mezzi di comunicazione. Ci sono tramissioni tv, libri e giornali, opere teatrali e una messe di siti web in dialetto, oltre a un florido mercato discografico che spazia dai classici della canzone napoletana alle ballate “laghée” di Davide Van de Sfroos.

Ma la presenza di dialetto e dialettismi sui mezzi di comunicazione non è che faccia impazzire gli addetti i lavori. Alcuni di loro, armatisi di vocabolario e bacchetta, hanno sentenziato che: «La lingua che si usa in televisione sta vivendo un continuo degrado: troppe espressioni gergali e utilizzo del dialetto. La televisione è diventata una sorta di babele, tra centinaia di dialetti diversi. In un certo senso si può parlare già di tv federale». Una piccola emittente pugliese qualche giorno fa ha iniziato la trasmissione di un tg in dialetto tarantino. Pare sia stato un successone.

Con frasi in vernacolo poi si possono fare magliette di successo come a Genova; mentre il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino ha scritto una lettera aperta ai bimbi del popolare Rione Sanità in dialetto.

Senza dimenticare che la questione dei dialetti è stata portata pure in politica, anche se con scarso successo finora. La Lega Nord aveva presentato persino un progetto di legge regionale che prevedeva l’insegnamento dei dialetti nelle scuole. Ma il Consiglio Regionale l’ha respinto. Progetti analoghi sono spuntati pure in Calabria e in Sicilia.

A Milano un gruppo di giovani Lumbard ha tentato l’impossibile: impartire lenzioni di meneghino a egiziani e marocchini. I risultati non sono stati esaltanti, ma forse sarà bene che stranieri e italiani inizino con le buone o con le cattive a prendere ripetizioni di vernacolo altrimenti rischiano di non tornare… a casa. Infatti, un emendamento al nuovo codice della strada prevede che i cartelli bianchi di competenza comunale possano essere scritti sia in italiano sia in dialetto.

Preso da Libero

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