DOV’È FINITO QUEL RAGAZZO CHE

DOV’È FINITO QUEL RAGAZZO CHE COME ME
AMAVA I BEATLES E I ROLLING STONES?

Ricordate ancora i tempi della guerra del Vietnam? Io non ero nemmeno nato, ma ne ho sentito parlare a sufficienza. C’era una famosa canzone di Gianni Morandi che protestava contro la guerra. Cantava di un ragazzo normale che viveva felice e tranquillo e che a un certo punto fu richiamato alle forze armate per partire a fare il soldato in Vietnam. Chissà in quanti si sono accorti del fatto che questa canzone è diventata obsoleta. Ormai non c’è nessun ragazzo dai capelli lunghi e con la chitarra in mano che si veda d’improvviso catapultato in Iraq con un mitragliatore in braccio. Ci sono ragazzi che si sono arruolati volontariamente e vengono pagati profumatamente per fare un “lavoro” per cui sono addestrati ed esperti. E noi, se vogliamo continuare a girare il mondo e avere mille donne, possiamo continuare a farlo fin quando vogliamo (se abbiamo i soldi). Vi sembra un fatto positivo? Forse. Ma proviamo per un attimo a guardare un po’ più in là del nostro naso.
Innanzitutto cerchiamo di capire chi sono questi ragazzi che fanno questa scelta così inconsueta. Cerchiamo di capire perché lo fanno e soprattutto quali siano le reazioni dell’opinione pubblica al rischio che essi corrono.

Osservando le statistiche intanto ci accorgiamo che i nostri militari provengono sempre più spesso dal meridione. È immediato collegare la maggior miseria e disoccupazione del sud al fatto che questi militari vengano lautamente retribuiti. Insomma, inutile essere ipocriti: una grossa fetta di soldati è lì per i soldi. Cioè questi soldati vendono l’alta probabilità di dover uccidere qualcuno e, soprattutto, di essere uccisi, per avere una sicurezza economica che potrebbero non godersi mai. Considerando ancora le statistiche, il rischio forse non è molto più alto di quello che corre qualche muratore di cadere dalla bancata di un palazzo, e decisamente per molto meno denaro. Inoltre, dopo la morte o al ritorno, l’operaio continuerà ad essere un miserabile, il soldato invece sarà un “eroe” con una famiglia sostenuta da una sostanziosa pensione di guerra e a cui la gente farà a gara per far beneficenza (vedi “Striscia la notizia” e “L’isola dei famosi”).
In America ci sono dei militari il cui mestiere è proprio quello di andare in giro a reclutare altri soldati volontari. Fanno un po’ come quei banditori che vanno in giro col megafono per dirti che al tuo paesino è arrivato il circo. Ma quando vanno a fare reclutamento non si presentano mica al citofono di una villa a tre piani… tempo sprecato, quello. La propaganda la si va a fare nel Bronx, nei quartieri malfamati delle grandi città. Lì sì che possono far arruolare qualche ragazzo per “levarlo dalla strada”. Gli dicono “avrai un lavoro onesto, ti pagheremo gli studi, ti costruirai un futuro e diventerai un vero uomo, vieni a servire il tuo Paese”, e piuttosto che andare a riempire le già nutrite schiere della microcriminalità e della miseria, molti si lasciano convincere senza grosse difficoltà. Non è un caso che la percentuale di Neri e Latini, minoranze più sfortunate, nelle forze armate americane sia molto più alta che fra i civili.
Ma questo sistema di cose, per cui alla fine sono i nati più poveri a doversi sporcare le mani nella guerra, a dover morire per noi, non vi ricorda un po’ il commercio degli organi umani? Insomma partire per morire in Iraq, non è un po’ come vendersi un rene per poter avere da vivere? Non è una forma di sopruso usare il lavoro di “combattere, uccidere e morire” come valvola di sfogo per la povertà?
Una volta, facendo eccezione per raccomandazioni e impicci vari, ricchi e poveri, dovevano tutti più o meno partire per la naia. Era una costrizione, certo, ma investiva indistintamente tutti i ceti sociali e tutti gli orientamenti politici (perché un comunista di solito non si fa volontario per le forze armate, o no?). E questa è una prima considerazione.

La seconda riflessione è a proposito delle reazioni della “gente comune” alla guerra fatta con un esercito professionistico. Quando c’era la coscrizione obbligatoria (c’è pure adesso, ma ancora per poco, e in Iraq non ci mandano certo il primo arrivato…) appena si sentiva la parola “guerra” si pensava che, anche se non si fosse svolta a casa propria, avrebbe comunque prodotto un trauma in tantissime famiglie. Quasi tutti avrebbero visto partire un proprio caro per la guerra. E chi vuole una cosa simile? Non è questo un freno alla guerra? Ora invece questa roba non ci riguarda più, sono cose lontane… sì, seguiamo le loro avventure perché sono un po’ come la nostra squadra di calcio, vogliamo vincere, ma se c’è qualche infortunato sul campo e si vince lo stesso, beh… ci dispiace, ma poco male, in fondo lo hanno scelto loro questo lavoro, hanno fatto “il loro dovere” come ha detto persino il suocero di uno dei carabinieri caduti in guerra. Sì, perché anche i cari del caduto se ne fanno una ragione: sapevano che sarebbe potuto accadere, sapevano che lui aveva fatto una scelta. E poi quando la morte non ci tocca da vicino la reazione che prevale ad una perdita simile, non è di paura, né il desiderio di pace, ma è l’orgoglio nazionale e il desiderio di vendetta, di portare a termine la missione e di “sconfiggere le forze del male”, con cui siamo pompati dai mezzi di comunicazione controllati dal potere.

E infine un’ultima osservazione: i soldati che una volta partivano per la guerra con la coscrizione, andavano a volte a difendere il proprio paese, a volte ci credevano, e di sicuro non poteva essere mai per soldi, visto che non gliene davano un granché e visto che non sceglievano loro di partire. Adesso sono tutti mercenari e col tempo diventano delle “macchine da guerra” e possono arrivare ai limiti del fanatismo, come quelli della Folgore. Non è il caso dei carabinieri della recente strage, ma ricordiamoci che con un esercito professionale aumenta la facilità di fare il lavaggio del cervello ai soldati e anche la necessità di farlo.
Del resto anche in passato è già successo che i volontari fossero o fanatici o, soprattutto, gente che aveva fame, come quelli che partirono per la Libia per la guerra coloniale.
L’Italia è ancora in fase di transizione, e a parte qualche corpo speciale non siamo ai livelli americani (vedi film come “Codice d’onore”), ma stiamo andando in quella direzione. Forse è anche per questo che i soldati americani sono sempre i più odiati, quelli che sono percepiti come più arroganti, ma è bene sapere che forse anche fra i nostri corpi speciali ci sono quelli che in Somalia hanno fatto cose vergognose.

La conclusione di queste riflessioni è una domanda difficile: bisogna preferire un esercito professionale o la coscrizione obbligatoria? Io non saprei dare una risposta, perché il vero male purtroppo è la guerra in sé. La libertà di dire “no, non vengo a fare la vostra guerra” non è da poco e non mi dispiace per niente averla, ma d’altra parte autorizza persino qualche pacifista (sentito in TV) a dire “Io sono contro la guerra, ma questa guerra l’hanno voluta loro, sono partiti per l’Iraq, se la sono voluta”. E l’indifferenza non è quasi mai una buona cosa.

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