L’imbarazzo della Chiesa su Ruini

L’imbarazzo della Chiesa su Ruini combattente
di Roberto Monteforte

Dove va la Chiesa italiana? Dopo le critiche alla guerra preventiva voluta dal presidente Bush, ora benedice la presenza dei militari italiani in Iraq? La domanda è legittima dopo l’omelia del presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Camillo Ruini, al funerale di Stato per le 19 vittime italiane di Nassirya. È una domanda che deve essere anche circolata tra i 250 vescovi riuniti ad Assisi per la loro 52ª assemblea generale. I lavori sono dedicati al futuro della parrocchia, ma gli attacchi politici al vescovo di Caserta, mons. Raffaele Nogaro per le sue dichiarazioni contro la guerra e la netta presa di distanze da quelle critiche espressa dal segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Betori, hanno mosso le acque.

IL PREZZO DELLA GUERRA E così è arrivata la “risposta” del vescovo di Belluno, mons. Vincenzo Savio, che a proposito delle «drammatiche vicende di Nassirya» parla di «uomini partiti per avviare conclamati corridoi di pace e che pagano a caro prezzo, con la loro vita, le precedenti scelte della guerra». Sono le vittime di una scelta sbagliata. Lo fa annunciando l’avvio della causa di canonizzazione di papa Luciani e invita a «non dissociare questo momento importante da quanto sta vivendo l’Italia in questi giorni». E il vescovo di Belluno non a caso, proprio sull’Iraq ha richiamato la «recente testimonianza» di Giovanni Paolo II, schierato per la pace «in assoluta coerenza con il Vangelo, ascoltato dai popoli e meno dai potenti». «Un profeta – lo ha definito – che, senza tatticismi, annuncia le incontrovertibili conseguenze delle guerre generatrici di ulteriori violenze e mai di soluzioni».

E dunque è poi così vero che in Iraq, malgrado le intenzioni dei militari italiani, non vi sia una situazione di guerra? Proprio mons. Betori lo ha escluso. Ha parlato di paese in dissoluzione e di lotta al terrorismo. Ma vi sono prelati che non condividono questa affermazione. D’altra parte anche l’Osservatore Romano parla esplicitamente di «azioni belliche» e di «scontri armati» che proseguono «sempre più aspri e sanguinosi». E non è un mistero che Oltretevere vi sia chi ha rimarcato il mancato riferimento all’Onu, ancoraggio della politica estera vaticana, da parte del presidente della Cei.

IL SILENZIO DEL DISAGIO Ma ad Assisi molti commenti restano anonimi. Segno di un certo disagio. Malgrado le cautele e gli sforzi per proteggere i lavori dei vescovi, praticamente blindati, qualche altro giudizio è trapelato. Anche durante la conferenza stampa sui lavori dell’assemblea, strettamente limitata al tema “parrocchie”, è emerso qualche riferimento. Si è richiamato alla lezione della “Pacem in terris” il vicepresidente della Cei, mons. Renato Corti, vescovo di Novara che richiamando il dovere «costante» della Chiesa ad educare alla pace, ha sottolineato l’esigenza di rispettare la responsabilità dei laici cristiani «di trovare la via in concreto più percorribile». Un invito al realismo, invece, e alla «pace possibile nelle condizione date» è venuto dal patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola. «Quando ci si chiede se in Iraq c’è o non c’è la guerra bisogna stare alla realtà, evitando letture ideologiche» ha commentato e in pieno appoggio alla posizione assunta dal cardinal Ruini ha aggiunto: «C’è il terrorismo e il terrorismo va estirpato, così come passo passo va costruita la pace». «Ma – ha sottolineato – , una pace realistica, perché è sbagliato il pacifismo utopico ed é sbagliata la ideologia della realpolitik della guerra inevitabile».

AZIONI VIOLENTE? NON RISULTA… Sul «discrimine difficile» dell’azione per battere il terrorismo invita a riflettere di mons. Giuseppe Chiaretti, arcivescovo di Perugia che per la Cei si occupa di ecumenismo e di dialogo interreligioso. Sottoscrive l’analisi di mons. Betori a proposito dell’attuale situazione in Iraq, «uno Stato in dissoluzione» e poi, afferma: «I nostri militari sono lì per portare la pace e non risulta siano stati impegnati in azioni violente di guerra». E sulla guerra il suo giudizio è netto: «Per la Chiesa è sempre da condannare. Non vi sono guerre giuste, chiunque sia a dichiararla, anche l’Onu». «Essere operatori di pace è soprattutto avere la coscienza che in realtà con la guerra – sostiene mons. Tommaso Valentinetti, vescovo di Termoli e presidente di Pax Christi – non si possono risolvere i problemi dell’umanità e non si possono risolvere certamente i problemi della pace». «Se i nostri soldati li possiamo chiamare operatori di pace – aggiunge – è perché essi probabilmente più che sulle armi confidavano su quel surplus di umanità che hanno trasmesso in tutte le missioni di pace che hanno compiuto nel mondo». Oggi ci saranno le conclusioni dei lavori e verrà approvata la mozione conclusiva e non c’è da escludere che su questi punti vi sia qualche correzione. «D’altra parte – fa osservare mons. Luigi Bettazzi vescovo emerito di Ivrea – bisogna tener conto del contesto nel quale le parole di Ruini sono state pronunciate. Ora la situazione è più serena. Non credo che il presidente della Cei abbia l’intenzione di dissociarsi dalle parole del Papa».

Domanda: ma il Papa, che parla tanto contro la guerra, contro il muro d’Israele…perché si indigna tanto se lo fanno pure i vescovi?

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