Bianco Natal, amaro …

Bianco Natal, amaro candor

Cenerentola si lamenta che vuole una “festa seria” per Capodanno. Così si può mettere “un bel vestito”. Ah, adoro Cenerentola. Riesce sempre a non perdere mai di vista la naturalezza delle cose. C’è il Capodanno, e lei pensa alla festa, ai vestiti, alle bollicine e ai canti, com’è normale che sia. Non come me che tiro fuori Let it Bee via con un magone assurdo. Questo NON è naturale. Vuol dire opporsi a qualcosa. Magari è più giusto opporsi, ma non è “naturale”.Ma non dovrei parlare del Natale? Mi hanno detto di scrivere un pezzo sul Natale (non è vero, ma fa più giornalista richiesto dire così). Modestamente parlando, è il mio pezzo forte, ogni anno riesco a riversare su questo foglio bianco i soliti anatemi contro l’orco nero consumista, le biliari ipocrisie delle famigliole benpensanti attorno al camino, e tutto il resto. Quest’anno il foglio sta rimanendo bianco più del previsto. Mi preoccupa questo fatto, vuol dire che il processo di degrado del mio spirito natalizio ha raggiunto un altro stadio. Dall’attesa notturna di Babbo Natale di quando ero piccino sono passato allo sparare-contro tipicamente postadolescienziale. Cito da un me stesso di 4 anni fa:

Ieri, oggi, e così fino al 25, girando per Ferrara, per il listone, per Martiri, per tutte le strade e piazze del centro piene all’inverosimile di gente, piene di madripadrifiglio tutti sorridenti, giovani coppiette, anziani e adolescenti, distinte donne in carriera, distinte signore impellicciate, tutti preoccupati a comprare, tutti con il loro sguardo sicuro, che si scontrava con il mio perplesso e insicuro. Li guardavo e non capivo, li guardavo e finalmente capivo, li guardavo e mi incazzavo.

E ora un nuovo stadio, l’indifferenza. Non c’è più nemmeno la voglia di dargli addosso, a questo povero Natale gonfiato. E’ che mi sono accorto che si stavano ripetendo le identiche situazioni di ogni Natale. Alcuni flash. Io che perdo una settimana a rincorrere dei pacchetti regalo. La signora che fa l’albero in solitudine una domenica pomeriggio mentre Bonolis spara cazzate in tv. Il ragazzo sconosciuto che ostinato sputa pece nera sul contorno di luminarie e cotillons. Caro mio, ormai lo fanno in tanti. Ormai va quasi di moda. L’altro che non cede e spera che anche quest’anno il suo cuore venga riscaldato da una tazza di cioccolata e un fiocco di neve. Io che cammino per strada, lasciando a casa la fiamma ossidrica con cui in passato minacciavo di strinare la Folla festante. Altrimenti, dovrei attaccar fuoco pure a me, e non ne ho granché voglia. Il marito in trincea che non legge le letterine indirizzate a Babbo Natale, e quindi non azzeccherà mai che regalo vogliono i suoi figli. Ragazzacci che urlano alle vecchiette. Vecchie donne unte e bisunte. Giovani leggiadre. Apatia e mediocrità a gogo. Il tizio che fuori da Feltrinelli mi prende per il braccio e mi chiede un euro per il caffè. No, grazie (a chi?). Io che offro un dollaro per i suoi pensieri, e lei che non saprà mai di questa mia offerta allettante. Il perbenista che ci ricorda che a Natale siamo tutti più buoni, che bisogna pensare anche agli altri. Pensa a te stesso, amico. Una marea di gente che se ne sbatte. I parenti che rivedi al pranzo. E tutto il resto. Finitela voi questa lista. Io ho le mie istantanee, e vedo che sono perfettamente uguali a quelle passate. Si ripete tutto, con conseguente mia nausea. Mentre cammino per strada in un venerdì pomeriggio, urtando una sporta di una ragazza piena di pacchetti, all’improvviso sento il bisogno di un posto per vomitare. Mi ritrovo davanti al Duomo. Entro, perché fa molto Natale entrare solitari in chiesa i giorni prima di Natale, magari ti ritrovi a parlare con un vecchio con la barba bianca che ti dà qualche saggio consiglio per vivere come si deve il Natale, come succede nei film americani, quelli con le strade piene di neve e tutte le ville addobbate, e la famiglia tutta vestita da brava con i loro caldi maglioni di lana. Io, miscredente (nel senso che credo in modo mischiato, confuso) entro in una chiesa per rifugiarmi dal Rumore. Quel rumore di fondo, quel fruscio che non lo noti tanto, ma quanto fastidio ti dà, Dio solo lo sa. Appunto. E ora c’è il silenzio. Le mura spesse di marmo attutiscono il Rumore di Fondo, fino a neutralizzarlo. Finalmente.Mi siedo in una delle fila in fondo. E chi trovo di fianco a me? Un vecchietto. Non ha la barba bianca perché ovviamente non siamo in un film. Ma è vecchio, e saggio dovrà per forza esserlo, penso io.Mi chiede se ho una moneta per accendere una candela. Frugo in tasca e gliela porgo. Bastardo, a lui si ma al tizio davanti a Feltrinelli, no, eh? Mi fa un “grazie”, sommesso. Lo vedo barcollante andare dai candelabri. La accende. Poi ritorna a sedersi di fianco a me. Ci starebbe una chiacchierata, ma io sono timido, persino coi vecchi. Attacca lui. “Sai, ogni Natale vengo qui ad accendere una candela. Sono anni ormai che lo faccio”.Io mi volto verso di lui e gli chiedo: “Perché?”. “Tu ti chiedi perché la gente nelle case fa l’albero?”ribatte. “No”, faccio io “cioè, lo si fa per tradizione”. “Esatto… E tu cosa fai? “ “Ah, io niente. Una volta andavo a mangiare le patatine fritte con mio padre la vigilia, ma ero piccolo. Adesso il Natale non lo filo più di tanto.” “Perché? Fai male.” “Eh lo so. Ma sa mi sembra di essere un pupazzo a mettermi lì e festeggiare da bravo come si deve. Tanto ci sono già tante teste addormentate che lo fanno al posto mio. Non noterebbero la mia assenza.” “E poi, è tutta una messinscena. E la cosa più squallida è che lo sappiamo. Ne facciamo tante di messinscene.” Il vecchietto si sfrega le mani… fa freddo. Mi domanda: “E cosa ci fai qui dentro, allora? Anche questi muri di marmo sono una messinscena, se proprio vogliamo fare i realisti. Non è molto coerente da parte tua criticare il Natale e poi venire in chiesa”. “Lo so. Ma vede, io sono incoerente, e un po’ me ne vanto. Ma visto che siamo tra di noi, lo posso ammettere. A me piace, il Natale. Piace l’albero, le luminarie. I regali. Il pranzo coi parenti. Mi piace. Ma non lo posso dire. Ne andrebbe della mia immagine di giovane-contro”. Il vecchietto fa una smorfia. Fissa il vuoto. Poi si rigira verso di me. Parole sacrosante mi spettano: “Sei uno schiavo, come i mulini a vento contro cui combatti. Chi critica, ha validi motivi per farlo. Natale è un bersaglio facile: sorrisi, vetrine, viene messa in mostra tutta la facciata ipocrita più accecante. E’ facile dire “odio il Natale”. Ma questi che vedono l’inganno, non sono anch’essi schiavi? Subiscono anche loro lo scintillio delle luci. Non passivamente come la masnada di gente che riempie la vasca là fuori, certo. Ma sono mortificati e frustrati dalla loro stessa bile. Vedi, tu orgogliosamente puoi pensare che cedere alle tradizioni natalizie, significhi cedere alla ipocrisia e all’artifizio. Sbagli, però. L’ipocrisia sta nella gente, non nei gesti. Un albero pieno di luci, non è ipocrita. E’ la gente che lo addobba, ad esserlo. L’albero è tutto il resto, è solo un ostaggio. E anche tu, e tutti quelli che gli danno addosso, lo siete. Ostaggi della vostra sacrosanta bile.” Noto che il vecchietto è saggio, come nei film. Io lo ascolto e non dico niente. C’è poco da aggiungere. Quel poco ce lo mette lui: “Forse dovresti liberarti un po’. C’è tanta innocenza e illusione nello spirito natalizio, che male non ti può fare. E’ persino inutile, nel suo essere fine a se stesso. Non addossargli responsabilità che non ha. L’ipocrisia la puoi trovare tutti i giorni, puoi duellare con lei quando ne hai voglia. Un gesto semplice come accendere una candela, accenderla solo per il gusto di farlo, ha molto più significato di tante parolone, di sentenze sputate… Ecco perché dopo anni e anni, vengo ancora qui… vuol dire liberarsi per un attimo dalle nostre catene, quelle che ci tengono legati ai nostri pregiudizi, i nostri nemici, i nostri oppressori. E non è poco, un attimo di vera, innocente e insensata libertà.” “Lei ha ragione. Siamo così impegnati nella distruzione passiva o attiva di noi stessi, dal tirare in mezzo cose che non c’entrano. Posso dirle una cosa, senza che si offenda?” “Certo.” “Buon Natale.” Ridiamo entrambi e ci salutiamo. Mi alzo, mi infilo i guanti ed esco dalla chiesa. Non ho pregato ma nemmeno vomitato. Mi sono tenuto stretto quel poco di vacua innocenza che mi era rimasto.

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