Generazione di sconfitti

C’è una precisa generazione, quella che come me è nata dopo il 1982 e ha oggi all’incirca 20 anni che non ha mai visto l’undici azzurro vincente. Seguiamo le vicende della nostra Nazionale con apprensione e tifo sfegatato come si addice ad un qualunque giovane italiano. Sogniamo un tocco di Totti, una botta di Vieri, un guizzo di Nesta, una parata di Buffon…ma non sappiamo cosa sia l’ebbrezza di una vittoria, la gioia di un trionfo in una competizione europea o mondiale. Era il 1990 quando avevamo finalmente un’età decente per seguire appieno una partita di calcio e i mondiali si facevano in casa nostra. C’era l’inno di Bennato e la Nannini, c’era il loghino Ciao, parecchio criticato ma che da bambino tanto mi piaceva e c’era Baggino giovane giovane e spaurito già in campo. Ma cominciava già a segnare come Dio comanda. C’era Totò che sgranava gli occhi ad ogni gol e Zenga che parava ogni cosa. Poi i rigori, fatali con l’Argentina e la maledizione che da li è cominciata. Nel 1994 grazie alle magie di Baggio, al culo di passare il primo turno e al fascino degli States la finale meritatissima di Pasadena. E noi eravamo sempre li, studentelli delle medie, a sognare la Coppa d’oro. Ma ancora i rigori ci sono fatali. La voce straziante di Pizzul, secca e gelida dopo il decisivo tiro dal dischetto del Codino: “Alto.”. E ancora il mondo mi cadeva addosso, incapace di credere ad una nuova sconfitta così bruciante, me andavo a letto sconfortato, quasi in lacrime, dopo che mia madre liquidando tutto con un “Peccato…” aveva spento la tv dopo oltre 120 minuti di straziante zero a zero. Nel 1998 il giorno fatale arriva con la Francia e IN Francia, e la sconfitta vale doppio. Sono i quarti di finale del Mondiale transalpino e ancora una volta ci tocca batterli questi rigori perchè Baggio manca il golden gol di tanto così. E il microfono è posizionato proprio lì a barbapalo quando batte Di Biagio. Si sente il legno pieno e fa uno SDONK allucinante, poi il calciatore si mette le mani nei capelli che non ha e cade all’indietro sconfitto, disperato, perdente. Ancora pianti, la faccia di Papà Maldini che fa un sorriso amaro quasi a dire “che sfiga di nuovo?”. E noi liceali sconcertati davanti a cotanto accanimento da parte di chi forse lassù se la ride vedendoci penare dietro ad una palla tonda e bianca inseguendo una Coppa impossibile. Il giorno della riscossa è agli Europei del 2000, ancora rigori, stavolta contro l’Olanda, ma in porta c’è Toldo e sembra drogato. Para tutto, l’Olanda è in trance e sbaglia di suo. Fratelli d’Italia, siamo in finale! Quella sera finalmente l’Italia scacciava la maledizione che aleggiava sugli undici metri e noi, generazione di sconfitti, festeggiavamo come mai in vita nostra, in piazza con tutto il popolo di bandiere, di grida, di gioia. L’unico momento esaltante di vent’anni spesi a seguire la Nazionale…il nostro piccolo 82 quella sera in una vittoria sofferta che ci proiettava verso la finale dei sogni. Poi il finale ancora una volta amaro quando al 93′, in zona Cesarini, vengono tolti i fiocchetti azzurri dalla Coppa già nostra. La Francia si laureava campione europeo e noi eravamo ancora lì, attoniti davanti alla tv, partecipi di una nuova disgrazia. E poi nel 2002 in Corea, nel mondiale più brutto e assurdo che la storia ricordi, dove i nostri peggiori incubi si materializzano in un ometto pingue vestito di nero con un buffo riporto e un nome quasi italico. Byron Moreno e la testa del coreano Ahn decretano anche stavolta una sonora e bruciante sconfitta per gli azzurri ma almeno c’era un capro su cui scaricare le colpe…
Che fatica tifare Italia. Mandare giù una volta, due volte, tre volte…e gli anni passano, tu cresci, invecchi, la vita scappa di mondiale in mondiale, di europeo in europeo. Ti maceri nel sognare per una volta un finale diverso, un’Italia Germania 4 a 3, un urlo di Tardelli in mezzo al cielo, Pertini che si alza e grida “Non ci riprendono più!”, Buffon che para e Totti che segna e per una volta i rigori non ci sono avversi…Cannavaro che infine alza la Coppa… Noi, generazione di sconfitti, chiediamo solo un brivido, un’emozione, per una volta, fino in fondo, così da poter raccontare ai nostri nipotini: “Io c’ero…”

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(PC professionale)

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