Piacere, Chinaski

Se guardi come mi hanno cresciuto, sembra impossibile che io sia tanto educato.
Mi hanno insegnato a strofinare le scarpe sullo zerbino, quando entro in casa d’altri.
Strofinare fino a cancellarne il disegno inscritto.
Mi hanno insegnato che a tavola non si rutta, anche se può essere inteso come segno di gradimento, e non si scoreggia, soprattutto perché non puoi intenderla in nessun modo, una scoreggia. È una scoreggia, e basta.
Mi hanno insegnato che si ride sempre alle battute del padrone di casa, e se proprio non fanno ridere, rimani impassibile, e quando ti chiedono spiegazioni, tu inventati riflessivo, e fai un commento arguto sul quadro alla parete, o sull’umorismo in generale.
E così, quando sono in casa d’altri, non piscio mai in piedi, ché spesso ci ho il tiro storto e firmo il pavimento a getto. Mi siedo, come una qualsiasi rispettabile signora, e prego che nessuno entri e mi veda.
Ah, sì.
Perché nemmeno chiudo la porta a chiave.
Non voglio dare la sensazione di avere segreti.
Se poi addirittura mi scappa quella grossa, perlopiù trattengo il fiato, e resisto.
Solo che.

Solo che a volte non ci puoi fare niente.
A volte saltano le convenzioni, il buon senso, le tacite regole mai scritte.
E ci vai giù pesante.
Come quando ero a ripetizione dalla mia insegnante di latino, ai tempi del liceo.
Mi dava lezioni private (leggi: mi faceva i compiti) nella sua casa lucida e pulita, lei che era una donna come quelle di una volta. Fine, garbata, al punto che io mi ero convinto cagasse petali di rosa.
Per tanti anni sono riuscito a essere un ospite ammodo.
Fino al giorno che mi sono presentato, e nel silenzio più assoluto, interrotto soltanto dai rintocchi di un orologio a muro, il mio intestino ha prodotto una specie di boato.
E poi un altro.
E un altro ancora.
Lei si ferma nel bel mezzo di Cicerone, e mi fa:
“Stai bene, caro?”
E io, sudaticcio: “Oh, sì…cioè…mica tanto”
“Vuoi andare in bagno?”.
“Corro.”
Vado in bagno, mi tuffo sulla tazza del cesso, e mi libero del mio demonio.
Era un bagno niente male. Talmente pulito e profumato che ci avrei mangiato uova al tegamino, sul pavimento. Standomene lì, raggomitolato e dolorante, mi viene da pensare che avevo ragione.
Quella donna cagava petali di rosa, probabilmente.
Lei, e tutta la sua famiglia.
Io, invece, meno.
Ancora adesso cerco d’immaginarmi la faccia che ha fatto, quando le è capitato di entrare nel cesso, più tardi, quel giorno.

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