Il gruppo che piace

Sono in una libreria del centro, reparto riviste culturali. Sto sfogliando l’ultimo numero di una rivista musicale, “perdendo il giorno“, si chiama, e mi imbatto nel gruppo del momento. Articoletto, intervista a Mister Banks e foto, due pagine. Frasi di rito, propositi e intenzioni, ambizioni e ricordi. Poi l’autore del pezzo tira fuori questa chicca, buttandola tra le righe: Interpol, “il gruppo che piace alla gente che piace“. Caspita. Subito penso: ma allora io piaccio? Secondo: ma allora gli Interpol piacciono? Ci deve essere un errore. Le due cose sono ovviamente incompatibili. Io mi ricordavo che questi ragazzi di New York vendessero un discreto numero di dischi, ok, ma non che io fossi figo. Le due cose sono correlate? Ho bisogno di chiarire questo conflitto. Fortunamente seduta di fianco a me ci sta un’aspirante groupie degli Interpol, ovvero una loro ammiratrice. In mano ha Duellanti, in realtà scorgo benissimo sotto poche pagine una copia di Lotta e Liberazione, brochure del perfetto combattente comunista. Non è da lei, ma il conflitto latente in me non si ferma di fronte a questo imprevisto. Evito di farla arrossire in pubblico, e gli dò una gomitata, per destarla dal torpore.

“Senti un pò, Dalia, dicono che gli Interpol piacciono alla gente che piace. Ne sapevi qualcosa?”. La mia pusher musicale si gira verso di me, e attacca: “Se gli Interpol piacciono alla gente che piace, è chiaro che io e te siamo due fighi. Soprattutto io (sorride, nda) visto che ormai pranzo con pane e Antics. Poi può essere che siano considerati un gruppo “fashion”, anche perchè ormai il solo essere newyorkese ti fà essere avanti, ma addirittura dire che piacciono alla gente che piace, mi sembra un pò eccessivo. Non capisco nemmeno che razza di etichetta sia. (scuote la testa, nda) Ad ogni modo su questi Interpol se ne sentono dire di tutte. C’è chi li paragona ai Joy Division (ok, sono bravi, ma di qui a paragonarli a Curtis e soci ci passa un’era carbonifera) o c’è chi li snobba, definendoli come lagnosi, paranoici e perfino un pò rompipalle. Poi probabilmente io sono di parte, ma quando li ascolto è come se trapelasse un’emozione,o un qualcosa che và aldilà della musica. Musica che è fatta di chitarre e ritmiche melodiche ma robuste, e di testi raffinati. Eppoi il tutto è accompagnato (ovviamente) da quattro fascinosi musicisti, e si sa, insomma, che anche l’occhio vuole la sua parte.”

Serro il mento che nel frattempo si era spalancato. Cosa vuol dire che l’occhio vuole la sua parte? Va beh non glielo chiedo, credo di avere afferrato il concetto femminista. Quindi proseguo: “Sono contento di essere diventato figo così, di botto. Ma a parte questo, non vorrei che valesse la condizione inversa: ascoltare gli Interpol per essere fighi. Io li ascolto perchè han fatto canzoni come Stella e NYC. Non perchè sono fashion. E poi cosa vuol dire che sono fashion? Vestono bene? Hanno una bella pettinatura? Illuminami”, e quasi congiungo le mani nell’atto di implorazione (sto scherzando, eh!). Lei poggia Duellanti sul tavolino, scosta i capelli dalla fronte e spiega a me tapino: “Beh sicuramente sono facilmente considerabili fashion: capello giusto, look “altezzoso” e azzeccato, e sicuramente differente da quello dei soliti musicisti newyorkesi (tipo gli Strokes per esempio) alla soglia del dandysmo, quasi. Poi comunque mi trovi d’accordo su Stella e NYC, che sono solo due delle tante perle, come quelle dei miei maestosi orecchini…” La interrompo un attimo: “ehi, non iniziarai mica ad atteggiarti?!”, ma lei riprende: “…le perle, dicevo, sfornate dagli Interpol, capaci di avvolgerti e travolgerti con le loro atmosfere cupe e un pò maledette”. Fashion, dandy, azzecato. Il quadro è ormai delineato: il passaparola e il vizio dell’invasamento hanno creato un’etichetta: Interpol, ed è subito trendy. Ma la mia ottica limitata si ferma alle parole: perle, suggestioni, travolgerti.

Le suggerisco: “Direi che possiamo anche andare a comprarci i biglietti per il loro concerto, che ne dici? Li abbiamo liberati da quella etichetta fastidiosa”. Non è ancora paga, però, e decide di mettere la sua chiosa alla faccenda. “Il punto è che ciò che a mio avviso li rende così musicalmente “eleganti” (passami l’aggettivo) è probabilmente il loro trarre innegabilmente ispirazione da quel pop/punk che negli anni ’80 ha portato poi alla nascita del movimento new wave. E se questo li rende eleganti e “nuovi” alle orecchie dei più, li rende allo stesso tempo vendibili. Sia Antics che Turn on the bright lights presentano pezzi ombrosi che si alternano a melodie davvero accessibili, per farti un esempio l’ultimo singolo Slow hands, è trascinante come un pezzo di “rock comune”. E suppongo che sia proprio dai dati delle vendite che il nostro simpatico amico di “perdendo il giorno” ha coniato l’etichetta che ci si è cucita sulla pelle”. La guardo e annuisco. “Hai perfettamente ragione. Poi mi spieghi cosa vuol dire newwave“. E ce ne andiamo in un bar a mangiarci un panino con in mezzo due belle fette di Turn on the bright lights.

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