Tsunami

Un terremoto in mare, l’onda anomala, la natura che si ribella.
Leggo il bollettino dei paesi colpiti. Ritrovo posti che hanno fatto parte dei miei passati Natali, immagini, frammenti, ricordi. Rileggo lo stesso bollettino da un’altra ottica e guardo i bilanci dei morti. Non cambia nulla, anche nella tragedia, un morto “occidentale” continua a valerne almeno cento di tutti gli altri.
Penso alla tragedia nella tragedia di queste popolazioni, già povere e allo stremo, che basavano gran parte della loro economia sul turismo.
E so che sarà difficile che i numeri effettivi saltino fuori, come sempre d’altronde.
Paesi poveri, dove alle spalle dei grattacieli ci stanno baraccopoli dove non v’è nè ordine, nè legge, soltanto povertà. Ma “purtroppo” non v’è neppure violenza. E quindi nessuno ne parla, nessuno li nota più di tanto, nessuno ci fa caso.
Sono le famiglie che mandano i bambini a lavorare nelle fabbriche dei noti imprenditori (anche italiani). Ricordo che in Birmania ci portavano a vederli come attrazione turistica, bambini sorridenti, sotto le palme, a cucire i vestiti, orgogliosi di poter portare almeno qualche centesimo di euro a casa.
Sono le famiglie che mandano le bambine a prostituirsi, perchè è l’Occidente a chiedere delle bambine, e perchè, come sentii dire una notte passeggiando per il quartiere a luci rosse di Bangkok, se non gliele dessero se le prenderebbe, magari con la violenza, magari senza neppure quella misera consolazione monetaria che deriva dal sordido lavoro di quelle bambine.
Sono quelle famiglie che non sono censite, di cui nessuno si ricorda al momento delle tragedie; sono i numeri superflui, quelli che si possono mettere a tacere senza troppo scandalo, pur di limitare il danno d’immagine al paese.
Quei morti varranno poco o nulla, una fossa comune collettiva accoglierà le loro ceneri, poi li si seppellirà in fretta, quasi a far finta che non siano mai esistiti.
Per ogni Occidentale morto sarà lutto collettivo e pubblica maledizione della natura maligna.
Così pare vada il mondo al giorno d’oggi. Purtroppo.

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