E’ morto Pantani…cazzo!

Non mi era mai capitato di partecipare al dolore collettivo per la scomparsa di un personaggio "pubblico". E’ sempre difficile farsi coinvolgere emotivamente per una persona che in fondo non ti appartiene, anche se, magari, l’hai ammirata per i suoi film, per le sue canzoni o per le sue imprese sportive; resta comunque uno steccato tra te, persona comune, e l’Altro, celebrità acclamata, e si fa sentire anche quando quest’ultimo viene a mancare. C’è commozione, ma non coinvolgimento emotivo. Capita poi che ti arrivi un sms verso la mezzanotte di un tranquillo sabato sera. E leggi quelle parole (E’ morto pantani… cazzo) quasi incredulo. Ti ritorna alla mente quel personaggio pubblico, ti ricordi rapidamente chi era e cosa ha rappresentato. Lo vai a ripescare dal dimenticatoio in cui era sprofondato. E’ morto pantani… cazzo. L’attualità della notizia si prosciuga subito nella rievocazione. Soprattutto, stavolta il tuo cuore non rimane indifferente.
Nonostante la macchia indelebile e assassina (per lui e anche per il ciclismo intero) del doping, si può in ogni caso dire che Pantani è stato uno degli ultimi eroi dello sport italiano, e mi sento autorizzato ad affermarlo perchè io, le sue imprese, le sue vittorie ma soprattutto i suoi scatti, me li sono visti tutti. E’ stato un eroe per me, insomma, che mi ha fatto stare davanti alla tv in molti caldi pomeriggi di luglio o di maggio, solamente per vedere se un tipo pelato in bicicletta sudato e stanco come tutti gli altri compagni di gruppo avrebbe provato a scattare ancora. E ci provava, e ogni volta riusciva lo stesso a staccarli, e lo faceva una, due, tre volte.: lo faceva su ogni salita ed era, semplicemente, il più bravo a farlo. Oltre a me, in quegli anni di gloria fece fermare davanti al televisore milioni di persone, cifre inimagginabili per uno sport noioso e anziano come il ciclismo. La Gazzetta gli dedicò ogni centimetro quadro della prima pagina (fatto mai avvenuto prima) il giorno in cui conquistò per la prima volta la maglia gialla, nel 1998. Lo spettacolo visivo prima ancora che tecnico portava all’esaltazione di chi lo seguiva mentre incendiava la corsa. Per tutto questo, soprattutto per essere stato testimone con i miei occhi di tutta la sua carriera, ci rimasi molto male, quando lessi quel messaggio, perchè non era un mito in bianco e nero quello che se ne andava, ma un mito che ebbi la fortuna di ammirare in diretta. Quella volta non rimasi indifferente: fu uno strappo, un squarcio improvviso nel mio immaginario popolato dai miei personali eroi sportivi, che da quel giorno fu più povero.

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