Buona Pasqua

Pesach Kasher  VeSameach.
Ho un ricordo di qualche tempo fa, ero in un campo ad aspettare alcuni amici di ritorno da un seder.
Era appena passata la Pasqua cattollica, gli otto giorni di quella ebraica si avviavano alla fine.
Assieme a loro arrivò una processione di persone con dei lumini in mano.
Erano gli Ortodossi che festeggiavano anche loro la "loro" Pasqua.
Stasera li ho rivisti, ordinati, pregavano, erano felici.
Adesso per gli ebrei è Pesach, una ricorrenza importante per tutto ciò che rappresenta, per i rituali, per le rinunce, per la sua complessità.
Sorrido alla mia Venezia dove la convivenza può essere così semplice.
Dove puoi preparare le impade, l’harrosset e assieme mangiare le uova di Pasqua e i dolci tradizionali Ortodossi. Questo ho pensato quando guardavo chi era con me, chi stava attraversandoci la strada.
Questo pensavo guardando chi un giorno mi aveva detto "Se non trovo una donna ebrea non mi sposo, voglio dei figli ebrei" e adesso sta mettendo su casa con una ragazza musulmana.
Questo pensavo ritrovando un abbraccio che non sentivo da tempo.
Sì, forse c’è  speranza.

5 Responses to “Buona Pasqua”


  • si’, belle queste parole. bel post!

    Pero’ intanto abbiamo la Lega al governo…(intorno al 15% in Lombardia e Veneto, tra l’altro…)

  • Sì, lo so.
    L’intolleranza esiste.
    E fare un lavoro di assimilazione fra culture è un processo lento e difficile.
    Una donna della comunità ebraica un giorno mi disse che l’interculturalità cominia a tavola.
    E a casa mia è andata circa così, tra pietanze ebraiche, e tipici piatti musulmani.
    C’è chi ancora non capisce e dice che la parola kippah deriva dal veneto “ciapin”, che sarebbe la presina da cucina e serviva per tirare gli ebrei fuori dai forni.
    C’è chi urla puttana fondamentalista ad una donna col capo velato per strada. per la paura che esploda là, davanti a lui, solo perchè è “diversa”
    C’è chi ride di fronte al gesto ortodosso del segno della croce rovescio e ripetuto degli ortodossi ogni volta che passano davanti ad una chiesa.
    Vivo in Veneto e le vedo tutte queste cose.
    C’è tanta strada da fare, ma se sei disfattista in partenza hanno vinto loro.

  • Sarò bachtiniano (e non lontano da Emmanuel Levinas), ma come essere se stessi senza l’alterità? E come trovare l’Altro senza essere se stessi?
    Essere è essere per l’Altro e, tramite l’Altro, per sè.
    In questo senso sono contro la tolleranza che solitamente altro non è che un sinonimo di sopportazione che postula un gesto di violenza, la considerazione di inferiorità dell’Altro, con tutto quel che ne consegue.
    Forse è un ottimismo non motivato, il mio, ma cerchiamo fin d’ora di superare l’intollerabile tolleranza. 😉

  • @rachele:
    in realta’ non volevo fare il disfattista col mio commento, ed e’ bello leggere un post del genere e sentire certi esempi di integrazione! Tra l’altro conosco poco questa faccia multi-etnica del Veneto, proprio perche’ quella che emerge di piu’ (e che domina anche politicamente, in effetti) e’ quella dei manager che assumono extra-comunitari ma che gli vogliono concedere meno diritti possibile, quella di chi li manderebbe “tutti a casa a calci in culo”, la faccia dell’odio, dell’ignoranza e della diffidenza. Possiamo anche sperare (io scrivo da Sydney, uno dei migliori esempi mondiali di convivenza pacifica tra tante etnie, e diversi orientamenti religiosi, e sessuali, ed e’ bellissimo vi assicuro), pero’ finche’ si vota certa gente c’e’ poco da fare…

    saluti

  • Neo,
    giusto il tuo discorso, infatti e’ meglio parlare di integrazione e convivenza piuttosto che di tolleranza…

cribbio
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