A me una laurea, prego.

Dice che si sta divertendo un casino in quel di Budapest. Dio benedica Erasmo da Rotterdam, e anche Socrate! Il tuo amico che gozzoviglia nella Mitteleuropa frequenta Disegno Tecnico al Politecnico di Milano, in pratica diventerà un designer. O una roba del genere, non l’hai ancora capito: ed è proprio questo, se vogliamo, il nocciolo della questione. Tu che sei dall’altro capo del telefono, infatti, hai perfettamente capito cosa diventerai. Il problema è quando, diventerai un ingegnere. Ora sai soltanto che non ti puoi permettere di abbandonare gli esami di Comunicazioni Elettriche e Reti di Tlc in cui sei attualmente impelagato. Riagganci, e la conversazione ti lascia un retrogusto di invidia misto a inquetudine. Arrivano sempre, sulla salita del Golgota ingegneristico, i momenti dei se e dei ma, i momenti di raffronti ipotetici e scenari alternativi, del se ne vale la pena, per intenderci. Discorsi che esulano dalla passione e dalla motivazione per il cammino di studi intrapreso, molto utilitaristici e un tantino pretestuosi, quanto inevitabili e scontati. Ingegneria, (parlo di ciò che conosco), si abbia o meno la vocazione, è comunque un mattone, una specie di medicina cattiva che puoi mandare giù tentennando e assumendo un’espressione quantomeno perplessa, oppure trangugiare tutto d’un fiato. In entrambi i casi, sai che il farmaco avrà effetti positivi per il tuo futuro (si spera). Però le perplessità, nel durante, possono arrivare a interferire il cammino.


Tutta colpa della new wave universitaria così frizzante e al passo coi tempi. Da un lato ci sono i mostri sacri (Ingegneria, per l’appunto, e Medicina, Giurisprudenza, Architettura, Matematica, Fisica…) le cosidette “vecchie” facoltà caratterizzate da grossi carichi di lavoro e dotate, perlomeno nel comune sentire popolare, di una propria autorevolezza. Poi ci sono i nuovi corsi di laurea spuntati come funghi nell’ultimo decennio, che hanno portato una ventata di freschezza e piani di studio più immateriali e sfaccettati, ci si diverte di più, magari, assecondando pure il trend del momento. Sempre rimanendo nella provocatoria ottica dei pregiudizi, vengono viste come pratiche più facili da sbrigare, sicuramente più divertenti da seguire ma infondono anche meno sicurezza riguardo al dopo laurea, quando si dovrà cercare un benedetto posto di lavoro. Sorge dunque una specie di dicotomia: affidarsi alle granitiche fondamenta delle antiche discipline o lasciarsi tentare da scenari più colorati? In tempi ormai prossimi all’esame di maturità, per alcuni può essere un dubbio nient’affatto banale. Si avvicina una scelta quasi decisiva per la propria esistenza (certo, si può sempre cambiare) e il discorso “segui la tua passione” non è il più gettonato, o perchè c’è incertezza su quale siano, queste passioni da seguire, o perchè “di passione non si campa”, come i più pragmatici tengono a sottolineare. Per questi e più in generale per chi già si spreme sui banchi delle aule accademiche, è un dibattito che scalda gli animi di studenti e non solo, anche di osservatori della società odierna, preoccupati per una deriva “immateriale” delle iscrizioni universitarie. Si dice che viviamo in un’epoca della comunicazione e del virtuale, e sarebbe il caso di abbandonare le attività materiali per concentrarci su questioni di finanza, servizi e comunicazione, per l’appunto. Viviamo anni di ribollimento mediatico, in cui i giovani sono strettamente connessi ai mass media e ricambiano a loro volta l’interesse buttandosi su facoltà stile scienze della comunicazione, mentre gli iscritti a materie classiche come fisica o matematica sono in caduta libera. E’ il meccanismo della retorica dell’intrattenimento e dell’esplosione della creatività individuale che innesca questa fuga verso un certo tipo di facoltà a scapito di discipline sicuramente con meno “appeal”. Certo, i mostri sacri godono ancora di un grande afflusso (basta vedere quanti non riescono a passare gli esami d’ingresso) ma, per fare un esempio, l’aumento costante degli iscritti al nuovo corso di Ingegneria Gestionale (fabbrica di manager) potrebbe rientrare in questa tendenza verso l’immateriale e l’estro. Sembra quasi che per alcuni studenti progettare un impianto termico sia un’attività ormai superata. Dove potrà portarci questa dedizione? Una società fatta solo di comunicatori e di gestori di servizi non può ovviamente sopravvivere. Come del resto non può sopravvivere chi non trova sbocco nel mondo del lavoro perchè ricerca non se ne fa, ed è pienamente legittimo e giusto soddisfare le proprie predisposizioni. Ci sono tante obiezioni e precisazioni che si possono muovere a questa dicotomia, probabilmente si tratta di una discussione un pò forzata, ma nei prossimi numeri sentiremo il parere di alcuni studenti riguardo alle varie parti in causa, le facoltà. Aspettiamo di ricevere anche i contributi di chi vuole contribuire ad aizzare o chiarire il dibattito tra tempi moderni e mestieri antichi.

5 Responses to “A me una laurea, prego.”


  • Il politecnico di Milano ha inaugurato qualche anno fa, nella sede di Como, una laurea specialistica (pardon, magistrale) in ingegneria informatica e della comunicazione. A me sembra una boiata assurda, ma puoi sempre valutare.

  • com’è che questo articolo è uscito prima su pulp e dopo su ciccsoft? 😐

  • Fa parte dell’insieme minimo di articoli scritti appositamente per la versione su carta di Ciccsoft. Il discorso però può estendersi benissimo anche sul web, ed anzi tutti i riscontri che possiamo raccogliere, opinioni e discussioni, verranno inclusi nel prossimo numero, quindi ben venga la pubblicazione qui.

  • Non poteva PastaAlTonno non essere chiamato in causa da questo bellissimo post.
    Se la maggior parte degli universitari si specializza in servizi, chi farà la ciccia? Chi si occuperà di produrre la materia, invece che promuoverla?
    Cosa ce ne frega di avere 6 uova fichissime promozionatissime, invece di 12 uova normali, che sfamano 12 persone?
    A me par proprio che le famose “nuove facoltà” siano solo la scusa per laureare chiunque, per poi rinchiudere questi “””laureati””” in box un metro per un metro, a fare gli operai della rotellina sul mouse come in un incubo alla Masamune Shiroo.

    Quando saremo tutti laureati, nessuno potrà più pretendere uno stipendio da laureato.
    Quando saremo tutti laureati, non lo sarà nessuno

  • “Se la maggior parte degli universitari si specializza in servizi, chi farà la ciccia? Chi si occuperà di produrre la materia, invece che promuoverla?”
    I cinesi, ovvio.

cribbio
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(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)