La storia di Flavio B. /3

(3° – puntata precedente)
Le feste nella villa di Vizzolo fanno rivivere i fasti degli anni ’30, quando sulle rive del Ticino arrivava persino il Duce per pranzare con l’amico Giovanni Caproni, patron degli omonimi aeroplani. Nella versione ’80, i festini e le battute di caccia diventano occasioni per proporre affari, business che restano però sempre progetti: di concreto c’è sempre e solo un mazzo di carte che spunta all’improvviso su un tavolo verde. Cadono nella rete l’imprenditore Sanson, quello dei gelati, il già citato Pupo Ghinazzi, l’armatore Sergio Leone, l’ex vicepresidente della Confindustria Renato Buoncristiani, l’ex presidente della Confagricoltura Giandomenico Serra (1 miliardo tondo tondo perso in poco tempo, in buona parte in assegni intestati a Emilio Fede), solo per fare qualche nome grosso. A posteriori, Briatore ricorderà così quel periodo: "Mi piacevano scala quaranta, scopa, poker, chemin… No, il black jack non l’ho mai capito, la roulette non mi ha mai preso. Tra noi c’erano anche bari, io non c’entravo nulla, però, lo ha scritto anche Emilio Fede nel suo libro. Dall’83 non gioco più, qualche colpo a ramino, stop".
In verità la storia si fà più complessa: un gruppo di malavitosi eredi del boss Francis Turatello, dedito al traffico di droga e al riciclaggio, aveva pianificato una maxi truffa, con carte truccate e tutti gli optional del caso; e i polli da spennare, chiamati gentilmente "clienti", erano individuati con accuratissima azione di ricerca, dopo aver "comprato" informazioni da impiegati di banca e dopo aver compilato accurate schede informative (complete di disponibilità finanziarie, interessi, relazioni, gusti: meglio agganciarli proponendo una battuta di caccia o portando un paio di ragazze molto disponibili?). Briatore, a capo di quello che i giudici chiameranno "il gruppo di Milano", nel business aveva proprio il compito di agganciare i clienti di fascia alta, tentarli con qualche buon affare e farli sentire a loro agio con una vita notturna sfrenata. E poi spennarli.
Il bel gioco dura poco dice un proverbio: s’interrompe con una retata, una serie d’arresti, un’inchiesta giudiziaria e un paio di processi. Emilio Fede è assolto per insufficienza di prove, Briatore condannato in primo grado a 1 anno e 6 mesi a Bergamo, a 3 anni a Milano. Ovviamente non fa un solo giorno di carcere: scappa per tempo a Saint Thomas, nelle isole Vergini, poi una amnistia ad hoc cancella ogni peccato. Cancella anche dalla memoria un numero di telefono di New York segnato nella sua agenda accanto al nome "Genovese" e riportato negli atti giudiziari del processo alle bische. "È un numero intestato alla ditta G&G Concrete Corporation di John Gambino, con sede a Brooklyn. Tanto il Gambino quanto il Genovese sono schedati dagli uffici di polizia americana quali esponenti di rilievo nell’organizzazione mafiosa Cosa Nostra". Oh, perbacco.
(Libero adattamento da "Società Civile" – 3. continua)

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