Cose che succedono

– Sai che succede? Che torno a casa, controllo la flebo di mia moglie, me ne vado in cucina a mangiare un pezzo di formaggio e poi mi addormento sul divano, con le mani sulle palle.
Sabrina non dice nulla. Lo guarda con occhi spalancati, come per abbracciare tutta quella mancanza di senso.
– Non scaldarti. Hai troppa rabbia dentro.
– Rabbia? E perchè mai? Cameriere, mi porta un altro campari? Tu lo vuoi?


– No.
– Allora uno solo, grazie.
– Rabbia…- Armando fissa il ripiano del tavolino. E’ già in ritardo, come sempre.
– Sì. Rabbia. Tu non ti vedi.
– Tu invece mi vedi vero? E che cosa vedi, tesoro?
– Non mi piace quando fai del sarcasmo.
– Ok, rifaccio la domanda, che cosa vedi in me, tesoro?
Sabrina lo fissa scivolando a destra e sinistra con lo sguardo. E’ infastidita, forse arrabbiata.
– Vedo un uomo che c’ha un sacco di problemi.
– Già. Un sacco di problemi. E poi?
– Poi basta. Un uomo che mi piace. Che non accetta ci possa essere amore intorno a lui.
Lui ingoia il campari velocemente, come si divora un pezzo di pane, con il disprezzo della fame. Si passa la lingua sul labbro inferiore, fa una smorfia.
– Amore? Di che stai parlando..?
– Questa conversazione è inutile. Fa male a te e fa male a me. Non credo che sia questo che cerchi.
– Chi lo sa cosa cerco?
– Tua moglie come sta?
– Morirà, forse oggi, forse domani.
Lei scuote la testa, guardando il bitume del marciapiede.
– Ora vado. Chiama se hai bisogno. Stai su per favore. Butta fuori un po’ di veleno non puoi vivere in questo modo.
– Infatti. Non so che farci. Scusami se sono brusco.
– Lascia stare. Ora vado. Posso baciarti?
Lui fa di sì con la testa. Si sfiorano le labbra. Lei va verso la fermata. Lui rimane seduto con le viscere in subbuglio e la coscienza ridotta a uno straccio.

Al buio della camera il viso di lei brilla come una maschera d’argilla. Armando siede di fianco al letto respirando l’aria che sa di chiuso e malattia, con le narici frementi.
La donna ogni tanto schiaccia il dito sul telecomando. Il ronzio apre e chiude la valvola (morfina, fentanyl) e si mischia al ticchettare della sveglia.
Perchè si aggrappa alla vita in quel modo? si chiede Armando, non ne ha avuta abbastanza di vita?
La sveglia segna un’ora stonata. Non si accorda con il momento. Le lancette avanzano pigre. Nessuna speranza, solo la vertigine delle parole non dette, il futuro che sbatte la faccia contro la parete di ferro e la mascella contratta. Armando ruota gli occhi per aria, si arrampica sulle orbite, cerca una via d’uscita (basta che sia apparente), non occorre la verità, non serve a niente toccare le cose.
Ora è buio fuori. Armando allunga la mano, tocca il tubo della flebo, raggiunge l’interruttore. Accende l’abat-jour. La donna respira lentamente, sembra che non soffre. Trascorre un po’ di tempo.
Adesso Armando quasi non respira, non vuole svegliarla, non vuole tirarla fuori da uno stato di grazia. Chiude gli occhi ogni tanto. Le sposta i capelli dalla fronte piena di macchie. Si sdraia a fianco di lei, facendo ballare il materasso. Lei non se ne accorge e la stanza sembra sempre più buia, il buio della coscienza che viene portata in un’ampolla di vetro sulla scogliera pieno di vento. Le lancette marciano piano in avanti.
L’urlo di lei lo sveglia di soprassalto: è un urlo roco e continuo con occhi che saltano fuori dalla testa, fatto di mani che artigliano il lenzuolo, oh cristo, che succede? Il fentanyl, merda che è finito. Sta’ buona tesoro mio, sta’ buona adesso te lo rimetto, sta’ buona per favore amore mio non urlare ti prego sta’ buona.

– Come stai? Ce la fai?
– Non lo so. Non so più niente. Mi sto spegnendo come una candela.
– Vieni a casa mia stasera. Chiama l’infermiera e vieni a casa mia. Solo per riposare.
– Non posso. Sono intoccabile. Devo salvaguardare la mia purezza.
Sabrina si mette a ridere, si regge la pancia, appoggia una mano sul bancone, con l’altra si attacca al braccio di Armando: – ma che stai dicendo?
– Dico sul serio.
La donna lo guarda, si fissa sulla mascella quadrata, sugli occhi arrossati dal sonno. Gli tremano le mani. Si guarda in giro ogni pochi secondi. Sabrina allarga le narici e percepisce odore di medicinale, di corpo non lavato. Pensa che vorrebbe prendersi cura di lui. Poi diventa triste, aggrotta le sopracciglia.
– Che hai? – chiede lui, che non concepisce che il dolore si trovi pure da un’altra parte.
Lei scuote la testa. E’ solo un momento, si dice, un momento che vorrei essere lei, attaccata alla flebo.

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cribbio
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