What are you fighting for (2a parte)?

Nella precedente campagna, commentata sei mesi fa, un interessante gruppo familiare meticcio, accompagnato da un leopardo sonnacchioso, si offriva al nostro sguardo comunicandoci la necessità di combattere per qualcosa, non importa cosa. Comprare un paio di pantaloni nel terzo millennio, sembrano comunicarci questi geni del marketing, equivale a impegnare il proprio minuscolo ego in una qualche forma di lotta, magari moderatamente ecologista (il leopardo è rincoglionito), magari per l’equilibrio tra i generi (figura centrale femminile centrale e non nuda) e via dicendo. L’importante, per i markettari, è associare al prodotto acquistato quello status minimo che soddisfa l’adolescenziale bisogno contemporaneo di far parte di una comunità di valori “forti” ma anestetizzati nello stesso tempo.
Questa sera, aperto il supplememento femminile di un noto quotidiano, mi capita l’ennesima sparata di questi costruttori di brache:


questa volta ricorrono a Eugène Delacroix, inscenando una parodia de “La liberté guidant le peuple”. Rimango parecchio scosso e mi metto al lavoro. Stavolta hanno fatto le cose in grande, mi dico e scopro che il paginone ricalca parecchi dei principali elementi del quadro (che peraltro, essendo gonfio di legittima retorica, adoro…): la luce, le rovine, la posizione dei personaggi, un bel lavoretto non c’è che dire! Alcuni elementi però, si dissociano nettamente dall’originale di Delacroix:

  1. ciò che sventola la tizia in primo piano (la libertè) non è il tricolore francese, ma uno straccio rosso (il tricolore non va bene, troppo nazionale. Rimane il rosso, il simbolo della rivolta, della rivoluzione, il colore che accende il cuore dei no global radical-chic, il colore della battaglia…)
  2. Il bambino (alla destra della donna) non ha pistole (nell’originale del pittore francese, appena scaricate in faccia ai soldati borbonici) ma stringe la manina della donna, con sguardo ebete
  3. Le altre comparse, che rispettano il movimentato vortice intorno alla figura della libertà, non possiedono armi.
  4. I cadaveri di rivoluzionari e soldati borbonici sono spariti.
  5. La libertà non ha il seno nudo (peccato).

Dunque il cliché è pienamente rispettato: nella mente “moderna” dei nostri markettari il principio è sempre quello: in una società (che si vorrebbe) priva di conflitti ideali, occorre fornire una merce (le brache) che si porti dietro, allo stesso prezzo, un surrogato di valore: la barricata di Delacroix, non certo priva di impeto rivoluzionario, unitario e di sacrificio, diventa una penosa scenetta bacchettona nella quale trionfa il “piattume” (lo sguardo adorante dell’uomo inginocchiato, il bambino ebete, il negro politically correct in secondo piano). Le rovine di Parigi diventano pezzi di cemento armato, tanto per modernizzare il quadretto, mentre le città del medio oriente vanno in pezzi veramente.
Ma in fondo, hanno ragione loro: alla gente bisogna vendere piccoli valori alla mano, ricordi vaghi dei moti dell’animo, sensazioni latenti e spirito di community: sia mai che a qualcuno venga in mente di impugnare veramente la sciabola o la pistola…
State bene. Cyrano
P.s.
E andàtevela a vedere per la miseria, “la liberté guidant le peuple” e fate lo sforzo di seguire il link su wikipedia, se non passate da Parigi: l’ignoranza, la mia, la vostra, sono la pistola fumante che hanno tolto dalle mani al bambino.

4 Responses to “What are you fighting for (2a parte)?”


cribbio
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