The end – Racconto dei miei primi sedici anni

Una mano gelida si posò sul collo del ragazzo che, come preso da un orgasmo, sentì un forte piacere pervadere nel corpo e nel pensiero impazzito. Aveva atteso questo momento da un’infinità, finalmente il Destino lo aveva catturato. La sua vita era quasi giunta al capolinea e la resa dei conti era prossima. L’odio era suo padre e la vendetta propria madre. Creatura creata da una realtà cinica e sadica, essere nato nell’immpotenza di evitare i fatti che presto lo avrebbero intrappolato. Spesso una scena compariva ai suoi occhi, un’immagine che nemmeno Morfeo riusciva ad eliminare: lui, posseduto da un incontrollato e folle desiderio maniaco, compiva finalmente l’atto tanto agognato.


Quante volte era stato sul punto di intraprendere quel sentiero? Quante volte aveva considerato i dettagli e quante volte si era tirato indietro? Non le ricordava più. Ma ricordava perfettamente le mosse idealizzate del suo gesto. Camminando con assi spiritati, avrebbe aperto il cassetto della cucine a avrebbe estratto un vecchio coltelo a grossa lama. Avrebbe guardato la luce riflettersi sulla superficie limpida, osservato il manico di legno intagliato da chissà quali mani indifferenti. Avrebbe percorso il breve tratto che lo separava dalla stanza dove regnava il punto del dolore. Avrebbe piato le mosse dei due individui. Suo "padre" affossato nella poltrona ad imprecare contro il paese e la gente. Sua "madre" che ascoltava impassibile, intenta tra le braccia dei due mostri della società: il computer e la tv, con lo sguardo che lasciava intendere quanto poco ancora resistesse di vero nella sua realtà e quante innumerevoli falsità si fossero impadronite della sua mente. Suo padre avrebbe avuto tra le mani una bottiglia di Rum e sua madre avrebbe mantenuto quel viso da donna senza più ideali che lasciava trasparire non solo nemmeno più un sentimento, ma anche un velo di tragica allegria nel pensare a un mondo cosparso di sofferenza. Una scena che agli occhi del ragazzo purtroppo non giungeva nuova. Ogni volta che immaginava questo ritaglio di verità, gli sovveniva un pezzo dei Doors, "THe End". Jim cantava: "L’assassino si alzò all’alba, si infilò gli stivali, prese un volto dall’antica galleria e camminò lungo il corridoio, entrò nella stanza dove vive la sorella e poi feve visita al fratello e poi camminò lungo i corridoi e arrivò a una porta e guardò dentro. "Padre?". "Sì, figliolo", "Voglio ucciderti". "Madre? voglio scoparti per tutta la notte!".

Una scena ad effetto. Ma la sua sceneggiatura sarebbe stata senza parole. Niente preavisi, nessuna spiegazione, motivi inesistenti. Solo il desiderio di porre vfine a due esistenze. il primo fendente sarebbe spettato al padrone della casa, quello che aveva rivendicato la proprietà del fanciullo solo per il fatto che il suo cazzo si era affondato nella figa della madre. Non un atto d’amore, ma un istinto animale che aveva portato a un fatale errore. Perchè ora quel frutto della libidine lo avrebbe spietatamente annientato. Sarebbe poi arrivato il momento della madre. Le avrebbe inferto prima un piccolo colpo, solo per godere nel vederla soffrire le pene dell’inferno e per sentire le sue grida di dolore e le sue invocazioni di pietà. Ma ora era lui il Demone del Male e certo non avrebbe mosso un dito per fermare quell’atto crudele e meschino. Dopodichè si sarebbe sbarazzato dei suoi ingombranti vestiti e avrebbe affondato la sua violenza nel sesso spietato di quella comune troia. L’ultima profanazione alla figura della Madre, il quarto comandamento definitivamente annientato. E anche per lei la morte sarebbe giunta. La camera sarebbe stata invasa da sangue, paura e violenza e la terra avrebbe ancora una volta assaggiato il gusto della disperazione perchè lui, il temibile assassino, il mostro, la testa da tagliare, si sarebbe reso conto di quali orribili gesta avesse compiuto e si sarebbe abbandonato al dolore più cupo e profondo. Avrebbe pianto, urlato al cielo la sua condanna e chiesto perdono a Dio, al Diavolo e al suo Angelo che sempre gli era stato accanto e lo aveva sorretto davanti alle avversità, ma che ora gli girava la schiena e lo rinnegava. Si sarebbe affondato le unghie nel petto, avrebbe sbraitato una bestemmia contro se stesso, poi avrebbe tentato di uccidersi… Le vene sarebbero state recise e, mentre il sangue lentamente avrebbe colorato il tappeto del salone e si sarebbe unito al sangue delle vittime, avrebbe chiamato la polizia. Mentre avrebbe atteso la condanna, avrebbe continuato a infliggersi pene orribili, fino a qunado non avrebbe giustificato il suo gesto ed avrebbe iniziato a ridere alle sue sbarre. La condanna sarebbe stata la sedia elettrica. In America gli assassini vengono puniti. E sarebbe morto con un tetro sorriso sulle labbra, sorriso che lasciava però trasparire una nostalgia per quei tempi ormai dimenticati… Quando erano tutti insieme e ridevano, giocavano, andavano al mare e formavano una vera famiglia… Tempi lontani, senza dubbio… La sua ultima vita era stata rovinata da un padre che ogni giorno lo annientava, da una madre ch eogni giorno lo uccideva con la sua indifferenza, da giorni considerati incubi angoscianti.

Tutto questo accompagnava le notti del ragazzo e ogni giorno era sempre più dettagliato e chiaro. Ogni notte, quando piangeva fino ad addormentarsi, il desiderio di uccidere era più vivo. Le mura di una casa di violenza lo assalivano e non trovava una sola speranza cui aggrapparsi. Mamma giustizia non esisteva, se avesse voluto ciò che gli aspettava avrebbe dovuto comportarsi come la mente gli consigliava. Caryl Chessman scrisse che l’odio lo aveva aiutato ed era divenuto il suo unico amico. Ora pensava che fossero legati da un destino comune, lui e Caryl. Ma ora tutti quei pensieri neri e omicidi finalmente sarebbero svaniti. E lui con loro.

La mano gelida resisteva sul suo corpo caldo e il momento di voltarsi era imminente. Avrebbe voluto pregustarsi quel momento per l’eternità. La disperazione dell’essere e l’insistenza del non essere rapivano la gloria inesistente del domani ma nell’oggi nulla sarebbe sopravvissuto. Non restava nulla da fare. Era arrivato l’ultimo atto, quello più romantico che faceva pregustare l’arrivo del lieto fine. Finalmente il protagonista avrebbe fatto all’amore con la Morte. Un amore dolce, anche se poteva sembrare crudele e spietato. Si sarebbero abbracciati, baciati, respirati, con quella finta violneza caratteristica degli amanti innamorati. Ma poi, inaspettatamente, ella lo avrebbe tradito e si sarebbe trovato ancora solo, attorniato ancora una volta da silenzio e freddo eterno.

E il momento arrivò. Lentamente cominciò a voltarsi ma tutto ruotava sempre troppo velocemente contro la sua volontà. Rivide ricordi mai avvenuti, felicità che non lo avevano mai raggiunto. Due occhi rossi e infuriati lo trapassarono e, con una scarica di pugni e calci, quell’essere lo catturò e lo sbattè senza ritegno. Due ocche crudeli che non mostravano alcuna debolezza umana, che sembravano aver atteso per troppo tempo questa vendetta e non intendevano lasciare scampo. Con un’enorme spranga di ferro colpì le gambe, la testa e il viso del ragazzo. Era la fine. Prima dell’ultimo colpo guardò il viso dell’omicida. Un viso giovane, tratti gentili nascosti da una finta durezza causata da una vita tragica e crudele. una bocca carnosa e viva trasformatasi in una sottile linea secca e incolore, due occhi un tempo speranzosi erano stati sopraffatti dal dolore e dalla sofferenza e si erano ridotti alla staticità di chi non sogna più. Ma il colpo che lo portò alla fine lo tocò un istante prima di conoscere il nome dell’assassino. E non scoprì mai che colui che ora cammina tra le lapidi del cimitero della memoria salutandolo con i suoi fiori bianchi di realtà ciò che non è più, altro non è che sè stesso.

 

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