Anna dei miracoli

"Helen ha piegato il tovagliolo". Quanto può essere importante un gesto semplice come questo, consueto, automatico, ovvio? E’ degno di nota, è possibile pronunciare questa frase con enfasi, con le lacrime sgorganti, con una prospettiva del futuro più ampia e lucente? Naturalmente sì, se a pronunciarla è la mamma di Helen. Se è il risultato di ore ed ore di lotta (metaforicamente riassunte in nove minuti), di anni di isterismi e di insensibilità cieca.

Helen è una bambina, cieca, sorda e, conseguentemente, muta. E’ figlia di una borghesia medio ricca, in anni in cui psicologia e pedagogia, probabilmente, non potevano fornire soluzioni semplici ed efficaci per confrontarsi con patologie di questo genere. Vive in casa, lasciata a sè stessa. Non c’è comunicazione, nè sembra che Helen la desideri. Non ha nessun tipo di educazione, ogni suo capriccio viene soddisfatto scambiando la pietà estrema in libertà. In realtà, tutto questo viene percepito dalla bambina con ostentata indifferenza, e la violenza è l’unico linguaggio da lei assimilato. Fino a quando, nella sua esistenza, entra Anna. E’ una ragazza problematica, ha subito nove operazioni agli occhi ed ha vissuto insieme a un fratello storpio. I suoi ricordi le permetteranno di avvicinarsi ad Helen, fino ad adottarla e diventare sua Madre, nel senso più profondo del termine. Perchè Madre non è colei che ci da la luce, ma colei che ci insegna l’amore, la vita. La parola può riassumere ciò che noi stessi siamo. Senza di essa, scompare anche la nostra individualità.

Il film è annichilente. La violenza colpisce lo spettatore. Helen, per lo meno, è immune al rumore, ma noi no. Le urla, gli oggetti rotti, rendono ogni scena insostenibile. Helen non vede, ma noi dobbiamo superare gli spaventi per i gesti inconsulti, per quelli troppo veloci e improvvisi. O per quelli di Helen, che si muove a scatti, probabilmente perchè non possiede nessuna idea, nemmeno artefatta, di se stessa. Helen è perfetta estranea per gli altri, ma anche per se stessa. Anche noi non riusciamo a provare nè quella pietà che la madre le regala, nè quell’affetto crescente di Anna. Solo quando pronuncia, come grazie a un piccolo miracolo, la sua prima parola ("Acqua") cominciamo a capire che si tratta di una persona viva. Prima di quel momento, era il dolore protagonista della vicenda. Non la persona che lo provava.

La violenza non è solo fisica. Una persona è violentata pur mantenendo l’integrità che la natura ha donato. Ma mai avevo trovato una descrizione tanto realistica del concetto. Non accade nulla, eppure l’indignazione sale. Una bambina bistrattata, non valorizzata, insultata. Non comprende, certo, non con le parole. Ma in quel buio la sofferenza deve essere lancinante, sempre sola, sempre inascoltata.

Non riesco a perdonare nemmeno Anna, per la verità. Quei nove minuti di cui parlavo all’inizio, sono distruttivi. Helen si rifiuta di sedersi a tavola, quindi Anna le insegna l’educazione e, soprattutto, le fa comprendere chi comanda. Nove minuti di piatti lanciati in aria, di urla e di capricci portati all’estremo, di sberle e tirate di capelli. Ma, come vi ho già detto, alla fine "Helen ha piegato il suo tovagliolo". Sì, ma a che prezzo? Insegnare l’educazione con la violenza? Inculcare educazione PRIMA di arrivare ad assorbire il male impregnato in lei? A che pro? A che serve, soprattutto? E come avrà vissuto, Helen, da dietro il suo muro di silenzio?

Ma Anna, naturalmente, non è solo quello. E’ colei che le insegna le espressioni del viso, colei che le regala fiducia e le insegna l’esistenza. Che le restituisce quella dignità negata in partenza. Colei che diventa la sua Maestra (e non è un titolo che si regala…). Acqua è vuota parola. Ma quando "Acqua" è associata a qualcosa di freddo o di caldo, che scorre, che ha una sua consistenza… quale mondo racchiude!! Acqua, ramo, terra, cielo, mare….

Helen uscirà dal suo silenzio. Forse, dal Buio, Mai.

1 Response to “Anna dei miracoli”


  • Non è violenza, è fermezza. E’ la stessa differenza che c’è tra autoritario e autorevole. Di fatto è l’unico modo che Anna ha per gettare un ponte che Helen può percorrere dopo anni chiusa arroccata dentro se stessa (senza sapere, come giustamente dici, nemmeno chi sia “se stessa”). E’ violenza tagliare un braccio cancrenoso per evitare la morte di una persona? Si. E quella persona vivrà per sempre la sua vita senza un braccio. Ma vivrà. Un’altro grandissimo film Il Ragazzo Selvaggio, di Truffaut, narra qualcosa di molto simile, e il metodo per riuscire a trovare un contatto è sempre quello. Fermezza e giustizia. Perchè se ti instradi in una “educazione” il primo che non può sbagliare sei tu. Una incongruenza tra le azioni dell’educatore e le sue parole non potrebbe venir accettata dall’educando. Quindi la “violenza” di colui/lei che si assume la responsabilità dell’educare è sempre rivolta al bene della creatura che educa. E l’errore è sempre in agguato. Un grandissimo film, comunque. Coraggioso.

cribbio
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