I predatori del libro perduto

Con l’avanzare degli anni, l’aumento della tecnologia, la diffusione di immagini televisive a livelli ridondanti, l’antico e sano piacere per la lettura diventa sempre più una tendenza “alternativa”. Colui che ama e corteggia il libro, viene spesso visto come un alieno o un intellettuale (foss’anche estimatore di Kinsella, la pseudo-scrittrice autrice della serie “I Love Shopping”).
Eppure, senza la scrittura la nostra società sarebbe radicalmente diversa. E’ stata uno dei primi tentativi di comunicazione, dopo la parola, ovviamente, e qualcosa dovrebbe pur dire.
Invece, oggi, aumentano i venditori di nulla, soprattutto mediatici, e diminuiscono coloro che si lasciano trasportare dalla propria immaginazione e dalle parole di qualcuno che avrebbe tanto desiderato lasciare qualcosa.
 

Se a guardarlo, un libro, sembra noioso e sterile, quanto divertimento potrebbe scaturire da n buon romanzo di avventura, o d’amore, o. Ce n’è per tutti i gusti: abbiamo Hornby per il ragazzo che ama la musica e legge per rilassarsi, Eco per chi vuole mescolare avventura e Storia, Bukowski per chi vorrebbe ottenere qualcosa di più di una semplice storia con capo e coda.
Insomma, se abituassimo i più alla lettura, le sorprese sarebbero molte.
Non per niente, sono proprio i libri la maggiore fonte d’ispirazione di un’altra arte, il Cinema.
 
Se ci pensiamo bene, il Cinema potrebbe risultare la massima via d’espressione. In esso sono contenute la fotografia, la dialettica, l’arte visiva (soprattutto), l’espressione corporea, la musica. Un Connubio di tutto ciò che l’uomo ha creato in secoli e secoli di ispirazione artistica.
Eppure ha una strana limitazione: non è in grado di trasformare le parole in immagini.
Mi spiego meglio. Anzi, pongo la domanda essenziale: quanti di noi si sono ritrovati ad assistere al saccheggio selvaggio del proprio libro preferito? Quante volte ci siamo detti “Ma questo non era così!” oppure “io me l’ero immaginato differente”… e, per quanto ci potesse anche piacere quel film, alla fine ne usciamo stravolti, quasi violentati, perché i nostri amici (quelli della storia, che abbiamo sempre custodito con una certa gelosia… Abbiamo sempre consigliato , certo, il romanzo, ma con riserbo. In fondo sapevamo benissimo che, oltre noi, nessuno avrebbe colto certe profondità racchiuse nell’opera in questione… perché sembrava proprio scritto da noi o da qualcuno molto affine) sono stati uccisi dalla pseudo-creatività del regista (o dello sceneggiatore, spesso).
Insomma, per essere laconici: i film tratti dai libri fanno schifo.
Salvo poche e misere eccezioni. Misere per la quantità, non per la qualità. Stanley Kubrick ha basato quasi l’intera sua opera sulla trasposizione di libri. Lolita, per esempio. E che dire de “”2001, Odissea nello Spazio”, tratto da un libro noioso, che cade facilmente nel dimenticatoio? Tuttavia, traendo concetti basilari del romanzo e aggiungendo simbolismi e soprattutto il genio di cui era capace, risulta assolutamente un Capolavoro del cinema mondiale.
Kubrick è riuscito pure nell’impossibile: ha trasportato nel mondo del cinemascope anche un libro di Stephen King, da sempre l’autore più cercato e filmato. Shining supera di molte spanne l’idea dell’orrore del Re, mantenendo dei ritmi lenti, quasi realistici, di quanto nell’Hoverlook Hotel stava accadendo.
Anche qui, si può parlare di capolavoro assoluto.
E, naturalmente, Kubrick non è l’unico. Altri film degni di nota sono “Il pianeta delle scimmie” (quello degli anni ’70, naturalmente) il cui libro è semplicemente un romanzetto di fantascienza di serie B. Dracula di Coppola. E, sempre di Coppola, troviamo la Trilogia del Padrino, che tocca quasi l’apice della bellezza cinematografica.
Ma, come dicevo poche righe fa, si tratta di casi sparuti, che si possono contare sulle dita delle mani. Per il resto, pattume e PIattume.
Cito dei film a caso, senza alcun ordine, se non mentale (soprattutto è l’ordine delle mie sofferenze letterarie)… “The Hours” di Cunningham, “La colazione dei campioni” di Kurt Vonnegut… “La storia infinita” di Michael Ende… e, naturalmente, “Il nome della Rosa”, di Umberto Eco, ridotto ad un’accozzaglia di frati freak pazzi ed omicidi, con Guglielmo reso a vate scemotto con sorriso sornione.
Per non parlare del flop più terribile che mai uomo abbia potuto concepire: “It”, tratto dal capolavoro di Stephen King.
 
Viene da chiedersi: cosa non funziona? Passi quando si tratta di romanzi con una certa qualità stilistica (“The Hours”, per tornare agli esempi sopraccitati, è un romanzo con molta introspezione, difficile da riportare sullo schermo… come trasmettere la gioia o la morte, se non con delle musiche che, spesso, ci lasciano solo intravedere la superficialità della profondità dell’uomo?), ma quando si tratta di fantasy, romanzi d’avventura o piccole commedie agro-dolci? Dove si trova la difficoltà, per lo sceneggiatore e per il regista?
E’ da non credersi: It è tutto lì. Ogni dettaglio viene minuziosamente raccontato,ogni luogo descritto senza tralasciare angolo buio. Gli odori fuoriescono dalle righe, senza che possiamo astenerci dal sentirli. Una volta, e sembra incredibile, leggendo un racconto di King (“I Langolieri”, contenuto ne “Quattro dopo mezzanotte) ho addirittura sentito, con le mie orecchie, il rumore assordante dei mostri che si avvicinavano.
Non ho dormito, per certi libri. Ed ho pianto tanto, per altri.
Difficile che un film possa coinvolgere talmente. Innanzitutto per il livello intimistico del romanzo.
Se, infatti, un’opera di scrittura è qualcosa di oltremodo personale, l’operazione di lettura supera il lavoro dello scrittore.
Lo scrittore, in fondo, si limita a mettere per iscritto il proprio intimo. Il lettore, invece, carica di significato ogni parola, ogni frase, mescolando il proprio con il mondo, con lo scrittore, con le sue passioni. Ogni uomo, affrontando un libro, troverà diverse sfaccettature. Difficile parlare di un libro che si è amato molto: ci si limita a sorridere, sentendo un titolo a noi caro. Cosa poter dire senza svuotare il nostro Io?
Il film, invece, è rivolto al grande pubblico. E, proprio per questo, si ritrova a dover sottostare a certe “leggi di mercato”. Soprattutto con l’avvento di nuovi standard modaioli e visivi.
Detta brutalmente, un film non “tira” senza la donna avvenente e scosciata, senza la storia d’amore, senza il figo di turno. E, soprattutto, senza i ritmi sfrenati da videogiochi.
Oggi mai si potrebbe pensare ad un film dell’orrore senza corse ed urla. La salita delle scale di Jack Torrance, fatta da Kubrick, per togliere la mazza alla moglie, oggi sarebbe assolutamente impensabile.
Shining, oggi, diventerebbe un’accozzaglia di sangue, di scene splatter, di musica brusca che non lascia intendere nulla. Non c’è spazio, insomma, per il terrore profondo, quello che cresce a dismisura, però parola dopo parola, lentamente. I tempi sono diversi.
E per il libro, sono guai.
Prendiamo “La macchina del Tempo” di Wells. Ottimo romanzo, visionario come non mai. Il cinema avrebbe potuto creare un vero capolavoro. Invece, ecco la donnicciola, le situazioni bizzarre, la mancanza di profondità e l’annullamento della denuncia sociale.
Divertimento, non riflessione.
 
Ci sono anche problemi logistici. La durata, per esempio. Persino Jackson, che a mio parere ha fatto un ottimo lavoro con “Il signore degli Anelli”, ha dovuto uccidere moltissime parti del romanzo. D’altra parte, ricordo, a pagina cento gli Hobbit sono ancora nella Contea. Avrebbe dovuto compiere un lavoro disumano, per girare proprio tutto.
E poi ci sono scelte incomprensibili. Perché “la storia infinita”, che è riuscita a ricreare i personaggi quasi come me li sono immaginati, ha tagliato miseramente delle parti importantissime del libro? Perché l’incontro con l’Oracolo è così frettoloso, mancando così il primo vero faccia a faccia tra Bastian e il Regno di Fantasia? Perché Gmork viene mostrato come un lupo mannaro cattivo e niente di più? E dove è finito il dialogo che rivela il perché del Nulla, il perché del figlio dell’uomo, insomma, il perché della distruzione?
Chi di voi è a conoscenza del perché il film si chiami proprio “la storia infinita”? Nessuno.
E per ovvie ragioni: il motivo, importantissimo e trainante, è stato eliminato. E senza apparente logica, a mio parere.
 
Insomma, cari mangiatori di cinema (tutti, anche quelli con maggiore gusto e obiettività critica, nessuno si può salvare), sappiate che state assistendo ad un surrogato di fantasia.
Sappiate che la vera avventura si nasconde dentro ad un volume impolverato. Magari di quelli senza nemmeno la copertina. Quelli con l’odore di vecchio.
Sappiate che, quando vedete qualcuno annusare quelle pagine, non è un pazzo. Anzi, a ben vedere si tratta di un saggio!
 
I piccoli Hobbit, l’infermiera che non vuole vedere Misery morta, Harry Potter (che vi piace tanto) altro non sono che dei personaggi creati da qualcosa che oggi definireste “fuori tendenza”: uno scrittore.
Forse, chissà, basterebbe rendere nota questa oscena ovvietà per riportare il libro al suo posto: da semplice sostituto della gamba del tavolino dove troneggia il televisore, a ultimo amico ascoltato la sera, prima di addormentarsi.

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