Quando erano prigionieri politici

Nelle ultime settimane le vicissitudini della politica nostrana hanno oscurato un dibattito che avrebbe meritato più attenzione. Dopo l’azione del Ministero degli Interni contro le nuove Brigate Rosse, che ha portato all’arresto di 19 presunti militanti, la settimana successiva due fantasmi del passato sono tornati all’attenzione delle cronache. Prima Susanna Ronconi, ex brigatista, è stata costretta alle dimissioni dalla Nuova Consulta Nazionale sulle tossicodipendenze, presentata dal Ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, mentre qualche giorno più tardi Renato Curcio è stato al centro di una polemica con il sindaco di Bologna Sergio Cofferati, che aveva bollato come inopportuna la sua presenza a un convegno su tematiche del lavoro organizzato da un centro sociale. L’ideologo e fondatore delle Brigate Rosse è stato 30 anni in carcere (5 in stato di semilibertà e 5 con la condizionale) e da diverso tempo ormai è tornato a occuparsi di sociologia, materia in cui si era laureato a Trento. Dirige con discreto successo la piccola casa editrice Sensibili alle foglie, che pubblica in particolare trattati sulle dinamiche lavorative ed è fuori dal dibattito politico e dai salotti televisivi a differenza di altri cattivi maestri.


Ma quello della Ronconi e di Curcio non è il primo caso in cui ex terroristi sono stati accusati di essere tornati a una vita normale. Sergio D’Elia, ex esponente di Prima Linea, c’era già passato. Eletto deputato nella Rosa nel Pugno, nominato segretario della Camera, si era trovato davanti un muro d’indignazione. Questo all’epoca fu il suo commento: "Sulla nostra fedina penale c’è ancora scritto fine pena: mai. E’ una pena perpetua, extragiudiziaria, extra costituzionale, da scontare vita natural durante. Vale per noi ex terroristi, ma anche per il detenuto ignoto".

Questa è invece una parte delle lettera di dimissioni della Ronconi. Sono riportati solo i passaggi in cui emerge il suo stato di malessere di fronte alla società che la rifiuta:

"Le ragioni di questo passo – che compio con grande personale fatica – risiedono in una lunga serie di episodi che per mesi hanno dato vita a una prolungata, accanita, pesante campagna mediatica e politica condotta da esponenti politici bipartisan di questo Paese, contro questa nomina, in ragione dei miei trascorsi di militante della lotta armata negli anni ’70. […]

Per alcuni mesi, nonostante questa battente campagna, ho ritenuto non fosse giusto e opportuno rinunciare a un incarico che mi consentiva di dare, insieme a molti altri, il mio contributo tecnico al suo Ministero, nel momento in cui si profilava una tanto attesa stagione riformatrice: le discontinuità con quel mio passato, la pena espiata e il mio presente di impegno professionale e sociale, confortati dallo spirito e della lettera della nostra legge costituzionale, mi suggerivano l’idea che nella Consulta io non fossi fuori posto. […]

E tuttavia, preferisco la strada delle dimissioni, non volendo in alcun modo vestire i panni del casus belli per ulteriori pesanti e strumentali attacchi politici. Sono consapevole, e immagino lo sia anche lei, di quanto questa sconfitta, che è politica e culturale, rischia di pesare nel futuro non solo nei miei confronti, ma anche di tante altre persone, segnata com’è da una così forte affermazione di una cultura che non esito a definire di vendetta senza fine".

Che fare con gli ex terroristi? E’ giusto permettergli di reinserirsi nella vita di tutti i giorni oppure il marchio infame di assassini dovrà accompagnarli per sempre? La generazione degli anni settanta, seppur macchiata di fatti gravissimi, è probabilmente l’unica ad aver pagato per i reati commessi. Prendiamo i casi Mambro e Fioravanti, i mostri, gli assassini per eccellenza. Qualche anno fa venne duramente contestata la scelta di invitarli a un convegno di un nuovo movimento di giovani che stava nascendo. Signori, di fronte all’assassinio, all’omicidio politico, all’agguato mortale non ci sono giustificazioni, sia chiaro. Questa non vuole essere l’arringa difensiva di nessuno. Ma queste persone, giovanissime, hanno fatto una scelta precisa: diventare dei soldati e rinunciare a vivere. Prendiamo la storia personale di Francesca Mambro. Rinunciò all’amore, a una vita normale fatta di passeggiate in centro e vacanze al mare. Ha scelto di combattere (nella maniera distorta che credeva giusta), di non passare il Natale in famiglia e di sparare in faccia a ragazzi della sua stessa età, in maniera atroce e disperata, non mostrando mai il benché minimo pentimento.

La Mambro ha pagato e sta pagando per i reati commessi. Così come Curcio, Fioravanti e tutti gli altri protagonisti di quella generazione maledetta che tanto sangue ha provocato nella storia recente del paese. Oggi che tipo di contributo possono dare queste persone? Il valore della loro esperienza di vita può essere utile a capire cosa non funzionava, perché hanno deciso di annientarsi come individui in nome di una rivoluzione, che in cuor loro sapevano che non sarebbe mai arrivata?

Possibile che in Italia la riabilitazione è concessa solo a chi ha infangato la storia politica di questo paese durante tangentopoli? Ci troviamo di fronte a un paragone forte perché, come già detto, davanti all’omicidio cade ogni tipo di ragionamento o discorso. Ma rubare soldi pubblici a volte può aver significati più profondi: malati terminali che non hanno trovato posto in ospedale, padri di famiglia che sono stati licenziati perché la propria ditta aveva perso quell’appalto, trasfusioni con sangue infetto, bilancio statale disastroso che ha portato a tasse fuori controllo, prezzi alle stelle, crolli in Borsa. Tutti fattori che non hanno permesso la nascita di nuovi nuclei familiari. Tutti fattori che hanno portato a morti indirette, a bambini mai nati, a depressione e suicidi.

I terroristi li abbiamo visti sbagliare, pagare e ammettere con coscienza di aver provocato dolore. Gli altri, i politicanti in doppio petto che fanno contare le banconote nella bustarella al proprio sottopancia, invece, sono sempre vittime prima di questo o poi di quell’altro. L’ultimo caso di corruzione riguarda la Regione Lazio. Nel computer dell’ex assessore Gargano è stato trovato un file con la lista delle ditte e il nome del consigliere amico che le presentava. Le X invece indicavano i milioni di euro che sarebbero arrivati in caso di vincita dell’appalto. Tutto questo ha portato a una situazione catastrofica nel debito della Sanità. Ma dalle persone coinvolte (Gargano è solo un esempio dei tanti) non arriverà pentimento. Anzi, ce le ritroveremo candidate alle prossime elezioni. Così come Previti, così come Dell’Utri.

Personaggi pronti a regalarci le loro esperienze di vita, a raccontarci qual è la loro scala di valori facendo ben vedere il dente d’oro custodito nel loro sorriso ipocrita. Entrano nelle nostre case attraverso la televisione, incidono in maniera determinante sulle nostre vite. Eppure con loro non andrei mai a pranzo insieme, mentre con un ex brigatista sì. Perché se al momento del conto dovesse insistere per pagare lui, non chiederebbe la fattura per poterla scaricare.

4 Responses to “Quando erano prigionieri politici”


  • Mi trovo perfettamente d’accordo con le tue parole. Io che per età ho vissuto parte di quella stagione (ero in prima liceo quando rapirono Moro) in cui l’assalto allo Stato era palpabile e l’ipotesi di una guerra civile non era tra le ultime ho verso queste persone anche una certa forma di rispetto. Gente che ha creduto di rovesciare la Repubblica con le armi e per questo è stata combattuta, giudicata e ha scontato o sta scontando la sua pena (non tutti, ma la maggior parte). Senza sconti delle leggi degli amici.

  • bel post, c’è da rifletterci non poco.

  • Grazie 🙂
    [Noantri]

  • Io in quegli anni c’ero eccome; stavo a Bologna, non ero BR per carità, ma mnolto sensibile a quel sentimento di ribellione contro una società che allora era ingiusta: E perbacco ingiusta lo è tutt’ora.
    QUando si avrà la pazienza e la voglia di discutere senza pre-giudizi su quegli anni, sull’atmosfera che si respirava, almeno nelle città più “movimentiste”.
    Invece si fa solo propaganda, non si vuole analizzare: insomma non si vuole imparare che dalla memoria collettiva si può imparare per migliorare il futuro di tutti.
    L’ho detto e lo ripeto: a mio figlio spiegherei che in Italia, in quegli anni, ci fu differenza tra Lotta Armata (BR & co) e Terrorismo (Stragi di Stato, depistaggi, etc).
    E in questo Paese è stata vinta lal lotta solo contro la LOtta Armata (cosa di certo positivissima), ma non ancora – neppure oggi- quella contro il Terrorismo.
    Se le parole hanno un peso… usiamole

cribbio
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(Novella duemila)

Indovinello
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Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)