Rabbia

Il tizio che dico io è un vecchio coi capelli bianchi che non esprime nessuna tenerezza. Il tizio che dico io, questo tizio, abita nel mio condominio da quando ci abito io, quindi quasi da una ventina d’anni e, da che mondo è mondo, è sempre stato il tizio più testa di cazzo che sia mai esistito.

Tutti, qui, lo conosciamo con un solo nome: "Il Notaio". Notaio è stata la sua professione in vita, ma da quando è morto – e il tizio che dico io è morto da quando lo conosco: in effetti si può dire che non l’abbia mai visto vivo – da quando è morto, dicevo, "Notaio" è diventato semplicemente il modo di indicarlo, di nominarlo quando, a sera, semmai a cena, davanti al gioco di Frizzi in televisione, ci raccontiamo le sue ultime magagne.

Il notaio divenne "Il Notaio", almeno che io mi ricordi, il giorno che senza dire "a", prese e ci bucò il pallone.
Avevamo una decina d’anni a testa e il tizio che dico io arrivò e ci bucò il pallone: ecco quando morì, quando smise d’essere vivo. È così che funziona, secondo me: capita che la gente muoia molto prima di morire davvero, uccisa dalle proprie ignobili azioni. Per esempio arrivando a bucare un pallone a dei ragazzini. Da quel giorno – e dovete fidarvi che il teppismo ci fu perpetrato in maniera del tutto gratuita – il tizio che dico io divenne "Il Notaio".

Occhio, che arriva il Notaio, ecco che arriva il Notaio, che palle riecco il Notaio.
Il Notaio passava e sterminava i nostri giochi: qualsiasi cosa stessimo facendo cessava d’esistere, seccava. Il tizio che dico io non pareva concepire l’idea del divertimento altrui, la semplice coesistenza col benessere degli altri: perciò dico che era morto e morto è tutt’ora, lo vedo mortissimo ogni volta che lo incrocio all’edicola oppure ogni volta che esce dal condominio senza salutare il portiere. È ancora morto: quello lì, il tizio che dico io, credetemi, è un morto senza speranza. È molto più morto lui che Beethoven, per come la vedo io.

Comunque, la cosa bella è che il notaio, oltre ad essere ancora morto, in più è ancora "Il Notaio". I ragazzini d’oggi – tanto più terribili di noialtri che, davvero, non per spirito d’appartenenza, ma, devo dire con onestà, eravamo davvero bravi bambini – lo temono come noi lo temevamo e pure i loro giochi, che credo consistano nello spaccio e nell’assassinio del prossimo, muoiono quando passa il tizio che dico io.

Ora, dovete sapere che da un po’ di tempo a questa parte nella mia bella via di Roma Nord è germogliata una curiosa piaga: in pratica tutte le macchine hanno cominciato a risvegliarsi la mattina con un bel graffio sulla fiancata, a volte anche su tutte e due. Non soltanto i Suv, anche le Panda, le Porsche, perfino una Bentley di un tizio che non si sa dove li vada a prendere tutti quei soldi, le Yaris, le Mercedes, le Twingo, le Fiat e così via. Graffi come se piovesse. Naturalmente è anche iniziata la caccia all’extracomunitario ché, si sa, quando accadono cose così la colpa è prima di tutto di Veltroni, e poi degli stranieri. Semmai anche del Governo Ladro. Insomma, gira che ti rigira, alla fine viene fuori che il colpevole era il tizio che dico io. "Il Notaio".

Apriti cielo: l’ha beccato il portiere che gli ha pure urlato dietro, ma quello, morto com’è, che ha fatto?, è scappato. Scappato, capito? Sembra pazzesca questa cosa ma giuro che è vera: un tizio di almeno 80 anni che prende e scappa via con le dita ancora tutte sporche di marmellata. Insomma, è scappato. Per fortuna che esistono i testimoni: a parte il portiere c’è anche il proprietario dell’ultima macchina graffiata e un noto attore di teatro e televisione che ha visto tutto. Insomma, oggi, anno 2007, il tizio che dico io, dopo averci costretti alla fuga per tutta la nostra giovinezza, è scappato lui e adesso si ritrova pure con una bella denuncia sul capo. Non solo: pare che anche tutti quanti gli altri proprietari di macchine graffiate nell’ultimo anno o giù di lì, nel dubbio, vogliano fare causa a lui, al morto.

Capito che roba?
L’altro giorno l’ho visto, statemi a sentire. Stavo in macchina e l’ho visto arrivare. Vi ricordate Enrico Cuccia? Quel famosissimo banchiere che tutti cercavano inutilmente d’intervistare anni orsono? Quel tizio vecchio che camminava curvo, con le mani dietro la schiena o in tasca, l’impermeabile e sempre, ostinatamente muto? Ecco, il tizio che dico io cammina sputato a Enrico Cuccia. Impermeabile a parte. Ho abbassato la musica – e credetemi che per me levare volume a una qualsiasi delle canzoni di Vasco mi costa mezzo litro di sangue, ma l’ho fatto. Ho abbassato il volume, perché, lo ammetto, gliene volevo urlare quattro dal finestrino passando. Tipo: "Graffia tua madre, pezzo dimmerda!" o roba simile. Una di quelle cose che si vede fare nei film agli spacconi, insomma, ero proprio motivato, deciso, eccheccazzo, uno che leva il volume a "Ciao" è uno che deve avere sul serio qualcosa di importantissimo da fare, perciò ero proprio lì lì che stavo per… Quando, non so perché, anzi lo so, ma l’ho capito dopo ed è il motivo per cui ho scritto tutta ‘sta roba, ci ho ripensato.

Non gli ho detto niente, ho messo la freccia e ho rialzato il volume: mi è preso come un momento di sconforto. Ho cominciato a pensare a dove stavo andando, a quello che avrei fatto nei giorni a venire, ho riflettuto sulla mia esistenza che, tra alti e bassi, devo definire comunque molto gradevole, emotivamente valida, piena di bella gente conosciuta, e ho capito che ai morti, tutto gli puoi dire tranne che sappiano dove andare. Ecco, mi sa tanto che i morti non hanno alcuna destinazione: e il tizio che dico io è morto da almeno vent’anni. Vent’anni senza avere un posto dove andare, a parte l’edicola e ritorno. Non l’ho giustificato nemmeno un po’, intendiamoci, io ODIO chi graffia le macchine, ci dovrebbe essere un inferno privato per chi graffia le macchine, ma ho capito che se davvero gli avessi urlato a pieni polmoni "Graffia tua madre, pezzo dimmerda!", avrei preso esattamente quella stessa strada che lui prese, semmai alla mia età, e che passo dopo passo lo ha portato a bucare un pallone.
Ho capito che preferirei morire giovane piuttosto che arrivare a bucare un pallone: io non vorrei per nulla al mondo bucare un pallone. Vi prego ditemi che qualsiasi cosa succeda io non bucherò mai un pallone!

Ecco, quello che volevo dire, ci ho messo un po’, ma insomma, spero che si capisca: è chiaro che tutti noi vogliamo, nella nostra vita, evitare il più possibile le malattie, la solitudine, la povertà, la fame, le invasioni di cavallette, ma la cosa che più ci preme, o che almeno preme me, è di non morire troppo prima del tempo. In questo senso ho deciso che c’è solo una cosa che uccide più della morte e questa è la rabbia. Il tizio che dico io è un tizio incazzato a morte da almeno vent’anni: e io non so come sia cominciata questa rabbia, da dove abbia preso il via, non ne ho la più pallida idea, saranno affari suoi, però, nella mia macchina, guardandolo passare, ho come sentito l’alito di quella stessa rabbia sfiorarmi il viso e m’è venuto il dubbio che, qualsiasi cosa sia, la rabbia, possa cominciare a contagiare le persone proprio così.

9 Responses to “Rabbia”


cribbio
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