Il Signor Gambero

Sono uscito di casa che faceva caldissimo. Stavo per raggiungere la mia macchina parcheggiata – la mia macchina è rossa e da lontano si vede subito – quando qualcosa di molto più interessante m’ha distratto. Sul vetro di una Golf verde petrolio, appoggiato al tergicristallo, dove di solito gli ausiliari del traffico ci piazzano le multe, più precisamente subito accanto a quel cosetto di plastica che spruzza l’acqua sul parabrezza, proprio lì stava un gambero.

Un gambero arancione, uno di quelli che nei ristoranti fa bella mostra di sé in cima alle fritture miste o sul cucuzzolo della montagna di spaghetti allo scoglio. Aveva tutto di un gambero, aveva quelle antennine, la crosta arancione disarticolata che gli permette il movimento in acqua, le due perline nere sporgenti come occhi, le zampe disposte a raggiera sotto la pancia: era un gambero a tutti gli effetti e se ne stava lì, impossibile, sul parabrezza di una Golf verde petrolio. Morto, certo: non l’ho toccato, non ho idea se fosse cotto o cosa, ma di sicuro era morto. Volete che non sappia riconoscere un gambero morto da un gambero vivo?

Ho alzato gli occhi al cielo, tipo uno che ha appena pestato una cacca, come se in cielo, proprio sopra la Golf verde petrolio, potesse esserci, che ne so, una navicella spaziale a forma di gambero, oppure una nube gravida di uno di quei fenomeni meteorologici che ogni tanto si sentono al telegiornale in quei posti strani: tormenta di rospi ad El Paso. Epperò nel cielo sopra Roma, a parte un azzurro accecante e la pallina gialla del sole, non c’era niente.



E’ stato allora che ho di nuovo guardato il gambero sul parabrezza dell’auto: era ancora immobile, sempre morto, forse crudo, forse cotto, di sicuro cotto dal sole. Ho dato un’occhiata anche nei balconi intorno, hai visto mai che qualche burlone non avesse deciso di impegnare così la sua mattinata, lanciando in strada i gamberi avanzati dalla cena della sera prima. Magari un bambino, un pazzo: se ne sentono di storie così, vai a capire.

Giuro che era un gambero: ho pensato al padrone di quell’auto, della Golf verde petrolio. Immaginatevi voi un tizio che alla mattina esce di casa e sulla macchina, al posto dei volantini pubblicitari della Tecnocasa, si trova un perfetto gambero.

Insomma c’era questo gambero.

E’ incredibile a dirsi ma ho cominciato ad avere pensieri pieni di pietà nei confronti di quel gambero. Io non sono animalista, né niente, non sono nemmeno vegetariano, però giuro che ho cominciato a pensare a quel gambero. Voglio dire: se uno gli avesse detto, per ipotesi, due anni fa – adesso non ho idea della vita media di un gambero, ma supponiamo che un gambero possa vivere tanto – se qualcuno gli avesse detto, al gambero, che so, un totano di passaggio gli avesse detto: "Aho, gambero, quanto ci scommetti che da qui a due anni morirai bruciato dal sole sul parabrezza di una Golf verde parcheggiata a Roma Nord?", ecco sono convinto che quel gambero ci avrebbe scommesso qualsiasi cosa, un’intera piantagione di plancton! Quello è un gambero, un esserino abituato a ben altre morti – reti di pescatori, fauci di squali – altro che Golf verde petrolio. Vi immaginate un gambero e un totano fare una discussione del genere nel bel mezzo, bò, del Mar dei Sargassi?

Non ho idea se esista o no un linguaggio dei pesci, d’altra parte si dice che siano tutti muti, comunque può darsi che in qualche modo comunichino, perciò, se comunicano, è sicuro che adesso, laggiù nei fondali, stanno tutti raccontandosi delle vicende di Signor Gambero, finito a morire sul cofano di una macchina di produzione tedesca. Cose da pazzi: un gambero sul parabrezza di una macchina. Forse esiste, e io non lo so, da qualche parte, una strada come quella che scoprii una volta a Cuba, una strada con un cartello che avvisava del passaggio granchi e, infatti, mi ritrovai la macchina tutta tappezzata da pezzi di granchi, chele, cose così, perciò magari, ho pensato, esiste una strada simile anche a Roma, una strada dei gamberi, con un cartello stradale che avverte dell’attraversamento gamberi e quella macchina, quella Golf verde petrolio, c’era passata e poi s’era parcheggiata lì, non lontano dalla mia auto.

Tutto è possibile, questo è un mondo in cui continuamente accadono cose che non comprendiamo, quindi perché insistere a negare l’esistenza di un gambero sul parabrezza di una Golf verde petrolio? Può darsi che quel gambero sia stato messo lì da un’entità superiore (un SUPER gambero, o Dio) per ricordare agli uomini proprio questo fatto, vale a dire l’imponderabilità delle decisioni divine, l’ineluttabilità del mistero, il caos o vattelapesca.

Quando sono rientrato nella mia macchina ho pensato ad alcune cose, solo leggermente deluso dal fatto di non aver trovato a mia volta un bel Signor Gambero sul parabrezza: ho pensato che trovare un gambero sul parabrezza della macchina significasse essere un eletto, ho pensato che dio stesso fosse un gambero e che inviasse, in questo modo, segnali ai prescelti. Invece niente: la mia macchina era come al solito rossa e con le cacche di piccione sui cristalli posteriori. Quindi o dio non è un gambero o io non sono un prescelto. Oppure dio è un piccione. In quel caso sarei il prescelto tra i prescelti perché la mia macchina rossa è sempre piena di cacche di piccione.

Adesso lo so cosa state pensando: il racconto di questo episodio non può dirsi concluso fin quando non vi ho detto se, al mio ritorno a casa, Signor Gambero stava ancora lì o cosa. Ebbene, al mio ritorno non c’era più la macchina. Se n’era andata. E Signor Gambero stava per terra, lo avevano abbandonato, conteso dai gatti, più morto di prima, svuotato di tutto quel fascino mistico.

Ho pensato alla scena che m’ero perduto: un tizio che prende tra pollice e indice un gambero dal parabrezza della propria auto e lo lancia in terra. Ho invidiato la storia che che quel tizio avrebbe potuto raccontare, quella sera a cena, alla moglie, ai figli o chicchessia, durante il tiggì, eccetera, la storia di Signor Gambero sul parabrezza dell’auto, questa storia, che io adesso ho raccontato a voi. E ho pensato anche che è così che va, per ciascuno di noi, tutti i giorni della nostra vita: usciamo di casa e ci capitano cose su cose che poi raccontiamo agli altri, a voce, su un blog. E ci facciamo compagnia: le cose che ci capitano ci fanno compagnia. Sarà per questo che, nonostante tutto, continuiamo a fare quello che facciamo, volta dopo volta, nonostante le delusioni, i problemi, la depressione, lo stress. Sarà che, parafrasando Woody Allen, la maggior parte di noi ha bisogno di gamberi.

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