Monthly Archive for October, 2007

Non recensione 2.0 a ‘Ratatouille’ (ovvero come un non-topo può non-diventare noumeno)

[Anche Noantri aderisce alla campagna di sensibilizzazione letteraria "Non vi sopportiamo più", promossa inconsapevolmente da Irene tra i commenti di questo ormai storico (e a ragione) post apparso sull'imperdibile blog Cabaret Bisanzio]

Ho visto il film d'animazione Ratatouille.

La fenomenologia semantica della pellicola in questione richiama alla memoria del vissuto empirico gli esempi più riusciti della produzione popolare nostrana, quella dove i protagonisti del cosiddetto volgo si ergevano, a seguito di vicende trasmigranti ed equazioni collaterali di indubbio effetto, al ruolo di protagonisti e/o eroi assoluti, in particolare così visti dalla loro sfera coabitativa che, dunque, passava dal ritenerli inetti al ritenerli eccellenti. Il processo d'eccellenza è la linea guida dominante di questo non-film.

[questa non è Parigi. Sembra: in realtà è una non-Parigi. E quello all'estrema destra è un topos]



Nello specifico, l'ascesa del roditore celeste, (dove il celeste non è più un colore casuale, bensì a-laico) da semplice - appunto - roditore celeste a celeberrimo cuoco ed esponente d'un certo spicchio dell'intellighenzia culinaria francese, è una metempsicosi dei desideri nascosti di ciascuno. Dirò di più: come nel caduceo due serpi sapienziali si annodano intorno al bastone che fa da continuum, qui si misurano due serpeggiamenti che penetrano a spirale la narrazione fintosaggistica; ebbene io qui dico che Ratatouille indica la via del capolavoro agli astanti.

Sin dal titolo, che i più potrebbero confondere come un semplice coacervo fonetico di lemmi indicanti la figura del ratto, certamente, e della "vill", ovvero della comunità, del popolo, del villaggio e che, invece, nasconde, questo titolo, un tentativo, non di ermeneutica, ma anzi caratterizzato da una brillante, adamantina, genialità di nomen-omen.

Ratatouille altro non è che un piatto, un mix ben posato di verdure. Proprio come il topo protagonista è una mistura romantica di coraggio e impaccio. E allora che altro è, questo, se non la più ineccepibile prova di meta-filmografia che il cinema abbia mai partorito dai tempi di Kurosawa o Orson Welles?

In Ratatouille l'extraletterario è devastante, non solo per la nube mercantilizia e quella paradorniana, fatta di ignoranza e hortus conclusus, ma soprattutto per l'ipocrisia di chi addita mafie a partire dalla propria cosca. E sono contingenze transeunti, mentre i testi, se passano il metabolismo della specie, sono tutto tranne che transeunti, e noi possiamo dare giudizi evanescenti, anche entusiasti, in attesa che si compia la permanenza nomade di un libro o la sua definitiva scomparsa. Ratatouille non scomparirà, perciò mi permetto d'essere entusiasta; Ratatouille non è oggetto transeunte ma oggetto immobilis et evacuazionis, per dirla come Kaiser Soze. (o era il draghetto Grisù, non mi ricordo)

Inutile affermare, perciò, quanto in Ratatouille emerga anche un altro topos del cinema moderno, ma, io suggerirei, della totalità della tentacolarità dell'ars, ecco, questo topos, che in Ratatouille nemmeno topos è, ma, direi, noumeno del topos e quindi RATTO, questo non-non-concetto del-non-non-non-concetto è il Male.

Il Male in Ratatouille è incarnato in un non-Male che è poi il bene (o comunque il non-tanto-male, quindi il quasi-bene), vale a dire lo Chef. Il Male è il Male e non ha agenti o immagini: è il Male ed è l'"io" la trappola inindagata con cui l'incarnazione del male sembra essere demonicamente mossa, mentre la sua routine esistenziale è già il Male, senza separatezza dal soggetto agente.

Ma.

L'oggetto di questo Male, in Ratatouille è un oggetto-soggetto che, generalmente, nella vita vera, per così dire, è visto come Bene, ovverosia lo Chef, l'uomo della cucina: difatti difficilissimamente chi opera ai fornelli viene indicato come il Male, perché, non a caso, è sua la responsabilità di nutrire, quindi di far crescere, vale a dire di far rimanere in vita. Vita uguale non-male. Eppure in Ratatouille questo non avviene: anzi si palesa l'opposto contrario. Il Male s'incarna nel bene: e questo non-male è l'epicentro del  lungometraggio-capolavoro qual è Ratatouille, proprio perché non-lungometraggio e quindi non-accettazione-dell'accettazione-della-non-accettazione. Ratatouille è oggetto a-letterario, a-sinottico e, soprattutto, extra-sinaptico prodromico della luce del sole, o della luna, a seconda dell'orario, che ci avvolgerà una volta usciti dalla sala cinematografica; sala cinematografica che non è più sala cinematografica, ma qualcosa d'altro, una non-sala cinematografica dove i non-topoi si stravolgono davanti ai topoi, tantissimi topoi, in Ratatouille ve n'è un'intera comunità, a dire il vero, pure se questa comunità, la comunità dei topoi, kantianamente, ci appare come una non-non-comunità e dunque... [Mode G. Genna OFF]

ad libitum...

p.s. Non tutta la recensione che avete appena letto è frutto di follia. Celàti nel delirio vi sono alcuni frammenti di reali recensioni scritte veramente dall'importante autore italiano Giuseppe Genna: divertitevi pure a scovarle...

La Bit Epoque: Recuperare forze scaricanti con il quadrupede

La contessina esmeraldaCONTESSINA ESMERALDA DI GOTTADAURO
Cari giovani, il progresso non è sempre rosa e fiori o un appassionato romanzo di Liala. Viviamo in un mondo fluttuante, rocambolesco, non sempre facile a intendersi. Per questo da tempo gli esperti cercano di sollevarci dalle ambasce del positivismo, acclarandoci ostilità moderne che, con le nostre conoscenze lacunose, probabilmente ci darebbero in pasto ai manicomi, se dovessimo circuirle in solitaria.
Per cui, spalleggiandomi con un eloquio chiaro, spero di essere la vostra piccola stella cometa, che vi conduca alla natività dei moderni saperi. Non abbiate tema di inoltrarmi in missive i vostri quesiti alla mia posta elettrico-digitale fricat@gmail.com. Insieme cercheremo soluzioni e benessere.

 Oggi vorrei parlarvi dell'applicazione per scaricare audiovisivi, nonché programmi e giuochi digitali, Emiules. Da qualche tempo la gendarmeria elettromagnetica ha posti i sigilli agli elaboratori che rendevano possibile gli scambi tra voi giovani, oppure hanno inserito elaboratori civetta, per cui venite spiati e segnalati alle autorità.
In attesa di un nuovo applicativo simile, c'è una soluzione. Se accendete l'elaboratore, vi collegate una tastiera per elaboratore, e digitate http://www.emulesecurity.net/, comparirà uno schermo nero, con scritte futuriste e icone. Premete la frase "Skip Intro", che vuol dire all'incirca "vada oltre". Cercate poi il documentario audiovisivo che contiene la lezione servente. Seguite tutti i passi, senza barare o mettere disordine nella stanza, e avrete nuovamente il vostro simpatico quadrupede al massimo del suo fulgore.

Il tempo delle mele

 

Scenari da discoteca minorenne sabato scorso al Covo, location del concerto dei brasiliani Bonde Do Role. All'arrivo età media molto bassa ed io che mi sentivo parecchio a disagio, ma poi é arrivata la svolta, il segno premonitore, l’avvenimento che ha spazzato via ogni timore. Prima che si aprissero le danze, infatti, ho visto un tipico neoalternativo provarci spudoratamente con una ragazza. L'ho visto fare di tutto per ammaliarla e l'ho visto arrivare ad un passo dalla conclusione. Mancava poco ed ormai era quasi fatta, facevo addirittura il tifo per lui, ma ecco l'imprevisto. Come un qualsiasi Mauro Repetto versione video di Come mai le ha rovesciato addosso il cocktail, scatenando la sua ira funesta e giocandosi in un colpo solo tutte le possibilità di successo. Era davvero il 1994 e a quel punto ho capito che sarebbe stata una gran serata.

Come nelle migliori tradizioni i Bonde Do Role sono arrivati sul palco a mezzanotte, ed è stata subito festa. La band è assolutamente minimale ed è composta da due vocalist ed un corpulento dj identico a Fat Mike dei Nofx, la loro musica è un collage di samples riconoscibilissimi (che talvolta sono in realtà vere e proprie scorie, come il campione preso da The Final Countdown degli Europe o quello preso da un qualunque singolo degli U.S.U.R.A, glorioso progetto eurodance che dodici anni fa partendo da Padova ha conquistato l'Europa grazie ad una manciata di supersingoli tutti uguali ed intercambiabili), roba talmente tamarra da risultare favolosa. Nessuno suona nulla, nessuno sa cantare bene ed é questo il bello.

I Bonde Do Role si prendono poco sul serio ma sono riusciti per un'ora nel miracolo di far ballare e divertire la gente. Somigliano a dei Bran Van 3000 cresciuti a Curitiba ascoltando solo il metal più ignorante e sul palco sono degli autentici invasati: saltano, ballano, bevono fiumi di birra e spesso si ricordano anche di cantare, riuscendo a trasmettere gioia e positività. Ci credono parecchio e si meritano proprio tutto il seguito che stanno riuscendo ad ottenere. Quando è partita Solta O Frango è stata l'apoteosi: tutto il pubblico pagante era felice e la cantava in coro, sembrava davvero che non fosse possibile trovarsi in un altro luogo all'infuori del Covo. Bei momenti.

Il concerto è finito troppo presto ma comunque c'è stato anche spazio per un bis, da loro eseguito dopo essersi nascosti per qualche minuto sotto la console di dj Fat Mike per mantenere viva la tensione e simulare l'effetto sorpresa al momento loro rientro. Sentendoli su disco, non mi aspettavo che roba del genere potesse essere resa live in maniera quantomeno decente ed ero praticamente certo che si sarebbero rivelati una band-pacco, ma mi sono dovuto ben presto ricredere. Con somma soddisfazione, tra l'altro.

La morale, quindi, è che nella vita non bisogna mai avere dei pregiudizi. Le apparenze ingannano.        

 

Burro Fuso

Burro Fuso - Un podcastE così anche il sottoscritto ha deciso di dare il suo soporifero contributo alla babele dei podcast. Burro Fuso, trasmissione pseudowebradiofonica ipocalorica e sostanzialmente inutile, è pronta a colare nei lettori mp3 dei volontari che si presteranno all'ascolto.
Di cosa si parla? Di tutto e niente. Che cosa si ascolta? Tutto e niente. In poche parole, ho (ancora) un buco nella mia fitta agenda del Tempo Libero e ho deciso di condirlo con un podcast dal sapore artigianale e povero del burro.
Nella prima e forse ultima puntata:


- omaggio a Zerovoglia, "storico" esperimento radiofonico di Ciccsoft (oggi sponsor di Burro Fuso).
- intervista scomoda a Simone, uno dei protagonisti di Ferrara-Nordkapp 2007, che finalmente ci parla degli aspetti nascosti del viaggio
- l'ospite: Lucea inizia spiegandomi come funziona il suo blog, ArtedelNastrone vol.2, e degenera in retoriche disquisizioni sulle scene musicali odierne.

Infine, c'è anche e soprattutto la musica. Dai Grandi Classici si passa alle novità mondiali (con i Radiohead) e italiche (con i Canadians, provienenti dalla Cintura Veneta):

- Radiohead 15 step
- Rolling Stones She's like a rainbow
- Canadians Summer teenage girl
- Maximo Park Russian literature
- Frank Zappa Willie the Pimp

Un grazie speciale a Duba, aka Uno dei Due Neuroni Pigroni, voce speciale della sigla della prima puntata.

Scarica la prima puntata, qui.

La politica non ti rappresenta..

La politica non ti rappresenta?? Rappresenta la politica!
Stanchi di sprecare le vostre opinioni politiche per gli amici del baretto?? Allora partecipate a questo concorso e usate l'arte che conoscete meglio per rappresentare la classe politica. Disegno, pittura, scultura, fumetti, scrittura, video, audio...potete usare gli strumenti che volete. L'opera migliore vincerà l'euro che mi sono rifiutato di dare alle primarie del partito democratico. Buon lavoro!!

Anoressia: un messaggio positivo faceva meno figo?

Ho visto la campagna di Toscani e seguito le innumerevoli polemiche che ne son seguite con estremo distacco.
Va bene affrontare un disturbo sottovalutato e sbatterne le conseguenze sotto gli occhi di tutti ma quella era una campagna pubblicitaria di un marchio che si vanta di arrivare a produrre la taglia 46 con modelli che svilirebbero una 40. Per chi non lo sapesse Nolita parte dalla 36, della serie che in un pantalone a malapensa ci entra il mio braccio. Ora si discute tanto di modelle, di ossicini buttati a sfilare, di campagne fuorvianti, di voler cambiare rotte, di incoraggiare la bellezza normale, morbida e reale.
Eppure nessuno la farebbe mai una campagna pubblicitaria con una come me.

Una come me è discretamente carina, morbida, con un po' di cellulite, due belle gambe e una reale predilezione per la buona tavola. Una che a 24 anni mangia e si vede, sana, pasciuta, donna.
Una ragazza normale, 168 centimetri propozionati,una 42 che a volte diventa una 44 per non far tirare i vestiti sui fianchi morbidi. Di quelle che a periodi fan fatica a trovare vestiti perchè la moda si tara su pali con le anche e quasi tutti i modelli che si trovano nelle botteghe svilirebbero chiunque avesse un po' di carne tra l'osso e la stoffa.
Ora potete capire a una come me quanto vorticano le eliche quando sente gli stilisti dire che disegnano vestiti per "le donne normali"? O quando vedo una persona malata sbattuta sui manifesti per far riflettere il consumatore su un problema che peraltro non è legato all'estetica se non in maniera marginale?
Sarebbe bello vedere una bella campagna pubblicitaria fatta con una persona normopeso, e non per "sponsorizzare" le taglie forti o il sovrappeso o in antitesi delle "magre", ma una bella campagna pubblicitaria che esalti la normalità. In positivo.
Allo stesso modo penso che sarebbe stato più coraggioso osare una campagna contro l'anoressia con una ragazza morbida e d'un giusto peso, nuda, vitale, magari sorridente o sognante, magari davanti a uno specchio. Troppo facile mostrare l'eccesso e additarlo come tale, il re è nudo signori, l'anoressia è una malattia seria.
Più difficile prendere una ragazza normale, spogliarla e metterla davanti a tutti dicendo "guardatela, guardate il suo corpo,è meravigliosa e sensuale". Troppo diversa da quelle che popolano i manifesti spacciate per normalità. Troppo umana, troppo vera.
Positiva.
Mostrando l'abisso non si cura o si spaventa chi soffre di disturbi alimentari nè si fa star meglio chi lotta ogni giorno nel suo piccolo per guardarsi allo specchio e trovarsi bella e attraente.
Mostrare modelli normali, raggiungibili e in salute non servirebbe a guarire chi sta male, ma sarebbe per l'industria della moda e tutto quel che ci gira attorno un enorme passo avanti.
Un messaggio finalmente diverso.

Non parlarmi, non ti sento

In Italia ci sono 58 milioni di abitanti e si pubblicano 55mila libri l’anno. Ogni cittadino italiano, neonati e ultracentenari compresi, è potenziale lettore di 1054 testi ogni dodici mesi. Questa cifra, di per sé, ci restituisce tutta l’assurdità del meccanismo editoriale del nostro (brutto) Paese, e non basta. Ai 55mila libri pubblicati ogni anno, di diritto vanno aggiunte le cosiddette “pubblicazioni dal basso”, ovvero i blog, i siti personali, i wiki, che — lungi dall’essere quel fenomeno marginale che alcuni credevano essere — raggiungono ormai cifre da capogiro: se non erro, 300mila blog soltanto su una piattaforma delle moltissime disponibili. Anche operando una selezione, e tenendo conto solo dei blog e dei wiki aggiornati con una certa frequenza, siamo ormai nell’ordine delle decine di migliaia di post quotidiani (e mi riferisco, ovviamente, solo ai post in lingua italiana). Io ho cominciato a chiedermi che senso avesse tutto questo quando mi sono resa conto che, per leggere soltanto i blog che mi sembravano interessanti, avrei avuto bisogno di quattro, cinque ore libere ogni giorno. A me sembra abbastanza palese che qualcosa nel meccanismo (sociale, innanzitutto) si sia irrimediabilmente guastato, che sia avvenuto un corto circuito di stampo warholiano: i famosi quindici minuti di fama che spetterebbero a ognuno si sono trasformati in 15 volumi di scrittura. Nel momento in cui esistono più scrittori che lettori è evidente che il senso della letteratura, della narrazione e dell’affabulazione va perduto, per lo meno il senso che io credevo avesse. Ognuno affabula di sé e per sé, ognuno compila il suo proprio manuale di etica e di filosofia; quello che Sartre auspicava come “progresso”, ovvero che ognuno diventasse, infine, “intellettuale di se stesso”, è accaduto: io non lo considererei un progresso, però. Anche ammettendo che davvero ognuno di noi abbia la capacità di pensiero e di affabulazione che ebbe Sartre [...] resta il problema di come gestire un horror pleni nel quale nessuno di noi ha più tempo né energie per fermarsi su un’idea, su una creazione e renderla patrimonio collettivo. Ognuno urla la propria idea, ognuno declama la propria fabula, e la cacofonia che otteniamo è quella che ci ostiniamo a chiamare “democrazia”. 

Tagliato con l'accetta, ripropongo sulle pagine di Ciccsoft uno stralcio del commiato di Babsi Jones dalle scene pubbliche (se ho capito bene). Una delle migliori esce dal campo di gioco, ma non è questo il punto. Babsi dice il giusto, quando coglie e sottolinea la totale sproporzione tra massa lettrice e materiale scritto. Si scrive tantissimo, soprattutto, vogliamo scrivere tutti, e la domanda inevitabile e fanciullesca, ma chi legge, poi? diventa automaticamente la sentenza sull'andazzo.
La domanda, però, può essere aggiustata e fare cambiare così la prospettiva: ma perchè dobbiamo leggere, poi? Sembra quasi che tutta questa mole di lettere impilate la dobbiamo subire, come martiri innocenti. Eppure il tasto Spegni esiste ancora, è sempre esisisto, mentre sembrano scomparsi i filtri. Nessuno ci obbliga a leggere, in generale nessuno ci obbliga a fare nulla, e dunque di fronte a questa cascata di parole basterebbe scegliere, e il problema non si porrebbe.

La fantasia al potere

Dove ci si iscrive ad Azione Futurista? Che meraviglia surreale.

Una domanda grammaticalmente scorretta

A me mi piace cucinare.



(so che a me mi non si dice. Però "a me mi piace cucinare" a me mi pare che suoni meglio dell'altra formula, quella più corretta che tutti conosciamo. A me mi piace cucinare è il massimo grado di verità che riesco a dare a questa cosa che voglio dire. "A me piace cucinare" sa di bugia, non dice tutto, si ferma all'apparenza, dà solo una nozione, ovvero: a me cucinare piace. E non è sufficiente. Perché a me cucinare MI piace: se a me mi piace una cosa, a me mi sembra di abbracciarla, quella cosa, di tenerla stretta al petto e di sentirne l'odore, il sapore. E questa cosa non deve essere per forza una cosa tecnicamente perfetta: in particolare se si tratta di cucinare. Si sa che gli odori, i sapori, mica sono tutti gradevoli. Però può esserci amore anche nella sgradevolezza: per esempio quando abbracciamo qualcuno e sentiamo l'odore dei capelli grassi, quel qualcuno abbracciato, per quel piccolo difetto del momento, non è certamente meno amato o meno abbracciato. L'odore di capelli grassi passa, l'abbraccio, quell'abbraccio, rimane: a me mi piace cucinare suona veramente rotondo, fidato e non si cura dei difetti, sebbene di difetti, il mio cucinare ne abbia a iosa, perché è qualcosa che ho intrapreso a fare veramente da poco tempo, cucinare dico, e infatti non azzardo troppo, so che esistono tre o quattro cose che a me mi piace cucinare e che a me mi escono benissimo e quelle faccio, senza tracotanza o fretta. Poi, semmai, a queste tre o quattro cose che a me mi piace tantissimo cucinare, ne aggiungo ogni tanto una quarta e una quinta e così resto, a cucinare quelle quattro o cinque per un bel po', perfezionando, sbagliando, imparando e solo quando mi sento molto pronto e molto sicuro di me, vado oltre. "A me mi piace cucinare", sebbene sia grammaticalmente scorretto, per via di quella ridondante ripetizione personale, a me mi pare l'unico modo onesto per raccontare il mio piacere nei confronti dell'atto di cucinare, un atto non perfetto, tutt'altro, soggetto a continue correzioni e passi indietro: a me mi piace cucinare veramente, senza timidezze, senza remore, a me mi piace cucinare almeno tanto quanto a me mi piace mangiare. Ecco, a me mi pare che ci sia bisogno, al giorno d'oggi, di ritrovare quel gusto per la semplicità, espressiva, fonetica, contemplativa, d'esistenza, che a me mi pare stia un po' andando a farsi benedire: c'è necessità di anti-cinismo. Sento l'urgenza di farmi colpire da qualcosa di minuto. Perciò a me mi piace cucinare per ritrovarmi la sera con le dita che sanno di aglio. A me mi piace questo fatto, questo concedermi all'imperfezione, di tanto in tanto; a me mi piace che il mio amico Andy Capp mi telefoni per dirmi che, secondo lui, la pasta col tonno è più saporita se nel soffritto ci aggiungi un'alicetta. Oppure che, invitato a cena, preferisca portare la maionese fatta da lui, piuttosto che usare quella industriale già comodamente presente in frigorifero. A me mi piace molto questo essere senza iniziali maiuscole: a me mi piace vivere senza chiedere troppo alle occasioni, ecco perché mi è scappato questo a me mi che in altre narrazioni e in altre occasioni mai mi sarei sognato di sbrigliare. A me mi piace l'odore del pane fatto in casa alla mattina, ma a cosa servirebbe, adesso, entrare in particolari abusati o sentimentalmente pornografici? Servirebbe? Non servirebbe: molto prima faccio a dire che a me l'odore del pane non piace solamente. A me, l'odore del pane alla mattina, MI piace e questo è quanto: a me mi piace girare il sugo col cucchiaio di legno cento e cento volte, finché la consistenza non è proprio quella che a me mi piace; a me mi piace togliere e rimettere il coperchio da sopra le cose in cottura perché la zaffata di profumo che ne esce a me mi piace un sacco. Vi chiedo perciò di sopportare questa voluta sgrammaticatura, anche se foste soliti ergervi al ruolo di amministratori delegati dell'accademia della crusca: a me mi piace quanto a voi parlare bene ed esprimermi correttamente, ma sono convinto anche che, trattandosi di cibo, pure a voi, in un certo senso, VI piace assai sporcarvi e sentirvi poi gli odori addosso. Non si può dire diversamente, di quell'atto necessario quando si prepara un trito di prezzemolo, guardando il verde infilarsi sotto le unghie e la lama del coltello sminuzzare le larghe foglie fino a trasformarle in coriandoli profumatissimi, la cui essenza arriva fino alla porta del bagno, di questo atto non si può dire, semplicemente, mi piace. Sminuzzare le cose, il basilico, la salvia, la cipolla, a me mi piace. A me mi piace! Sentire il rumore dell'olio in frittura cambiare quando si aggiunge qualcosa di saporito sopra, a me mi piace, a me mi piace quando nella padella bollente ci verso tutto quel po' po' di pelati e, per un istante solo, il frastuono della frittura precedentemente avviata si spegne completamente, affogato dal nuovo ingrediente, per poi riprendere con lo stesso vigore qualche secondo dopo. A me mi piace perfino quando l'acqua comincia a bollire e tutte quelle bolle muoiono appena il pugno aperto sul pelo dell'acqua calda rovescia il sale grosso. A me mi piace, capite? Non c'è un modo diverso per dirlo, per abbracciare l'esilissimo significato di tutto questo. E' facile descrivere, con parole importanti e significative, lo spessore di una grande opera letteraria ma, letteralmente, non ho alcuna difesa di parole davanti all'attacco che mi fa una patata bollente che non vuole farsi pelare dopo essere stata diversi minuti in acqua. Quella stessa patata che, dopo tanto lottarci, finalmente mi appare del tutto ignuda nel palmo della mano, a me mi piace. A me mi piace usare le mani, macchiarmi la camicia, girare le cose con le dita, a me mi piace tantissimo tutto questo: quando finisci di mangiare un piatto di pasta ottimamente venuto e ti accorgi che in padella ce ne sono altri 100 grammi, questa cosa qui a me quanto MI piace! La prima volta che ho fatto il pesto in casa a me mi è piaciuto eccome, pure se ci avevo messo troppo aglio e dopo un'ora stavo per forza di cose seduto sulla tazza del cesso: quello stare male a me mi è piaciuto proprio, credetemi. Cucinare è una di quelle cose che distingue per bene il genere umano dai sassi.)

E a voi vi piace?

Più Politica per tutti

Nei commenti al mio ultimo post sulle Primarie Alice le paragona alle elezioni per un dittatore, come in una delle peggiori Repubbliche delle Banane. Io sento puzza di retorica, ormai anche gridare alla Rivoluzione sta diventando ripetitivo. Sono stanco di ridere e pure di piangere, politicamente parlando. Dunque qual è la soluzione?
In attesa di purghe e rastrellamenti nelle varie città italiane, in attesa di un Illuminato e Illuminante Dittatore che riesca a mettere a segno il Colpo di Stato, TheEgo privatamente mi suggerisce la sua ricetta: via tutti, una bomba in Parlamento. Ogni 25 anni il Parlamento viene svuotato e rinfrescato con gente nuova. Mi sembra un compromesso sensato tra il ridicolo limite di 2 legislature che Grillo vuole imporre e il congelamento perenne di stampo andreottiano. Insomma, se pure il Mucchio Selvaggio si lancia in politica, perchè non lo dovremmo fare noi di Ciccsoft? Qui convinvono pacificamente (?) moderati mascherati da rivoluzionari, sovversivi che si dipingono come riformisti: meglio del PD, anzi, decisamente oltre il PD! Un laboratorio che potrebbe finalmente produrre qualcosa di significativo per chi, come noi di Ciccsoft, da grande vorrebbe evitare di fare l'italiano all'estero (non esserci costretti, perlomeno).

Se qualcuno è a conoscenza di altri clamorosi ingressi nell'alveo della Politica Italiana, mi faccia sapere

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
Previously, on Lost

I migliori album degli anni ZeroL'inutile sondaggio:
i migliori album degli anni Zero

Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)