Spazzatour e Mozzarella

La monnezza a Napoli fa 4. In questi giorni, quel numero, se lo stanno giocando a lotto accoppiato a molti altri della smorfia. Dalla crisi, fra Forcella e i Quartieri Spagnoli, si prova sempre a tirarne fuori qualcosa di positivo.

La monnezza fa 4, come i giorni che servono – non ci crederete – per partecipare allo "spazza-tour", un giro per la Campania in questi giorni di inferno proposto da alcune fantasiose agenzie di viaggio. Sotto il Vesuvio tutto manca, tranne le idee, le intuizioni, la scaltrezza, la vivacità. Quella, i napoletani, ce l’hanno innata.

La monnezza fa 4, ma nessuno si fa in 4 per la monnezza. O meglio, nessuno di chi dovrebbe farlo. Perché poi, invece, c’è chi con la monnezza ha fatto affari d’oro. Più della droga (quella ormai è considerata monnezza), tanto più che qui non c’era bisogno di nascondersi, di operare in gran segreto, di organizzare la rete del traffico. Qui, da anni, hanno fatto tutto alla luce del sole. Discariche abusive a cielo aperto, campagne strapiene di qualsiasi schifezza, periferie imbottite di vere bombe ambientali, rifiuti speciali sepolti in fondo al mare, nascosti nei container al porto dove – dopo che hanno eliminato i varchi – si può accedere anche a piedi dal Maschio Angioino, impasti schifosi poi rivenduti come fertilizzanti, navi incendiate come la Moby Prince sepolte a due passi dalle spiagge, cataste di vecchie gomme fatte incendiare dai rom per pochi euro. Il tutto gestito da aziende legali sotto gli occhi dei supercommissari del Gov’t (non so perché, ma è da anni che governo lo scrivo così).

Il sistema parallelo allo stato (non uso il termine camorra, sarebbe fuorviante) funziona così da tempo. Chi non ha letto Saviano lo faccia, ma con un’unica raccomandazione: poi non vi fate condizionare quando mangiate la mozzarella di bufala. Non è tutta così.

Sono giorni che sorrido davanti all’interesse mediatico che si è scatenato su Napoli e dintorni. Resto sorpreso se si scomoda addirittura il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, per fare un reportage in prima persona da inviato a Pianura. Rabbrividisco quando vedo le prime pagine di Libero e de Il Giornale. "Piangono e fottono", titola Feltri riferendosi ai politici napoletani. "I loro rifiuti? A casa nostra", apre invece Mario Giordano. Adesso è facile parlare, dove sono stati loro finora? Il loro spirito di giornalisti d’assalto si scatena solo quando c’è da fare battaglie politiche pro Berlusconi?

Lo confesso, faccio il giornalista anche io, ma non riesco a volte a rendermi conto di come si sviluppino certe dinamiche. Cazzo, fossi stato io un direttore di un giornale serio, era da un anno che facevo pagine e pagine sull’argomento. Senza scrivere una riga, però. Le parole non sarebbero servite. Avrei pubblicato dieci foto al giorno, una per ogni paese della Campania. I cumuli di monnezza (o munnezza, detto in dialetto più stretto) stanno in ogni angolo di Campania (almeno nelle province di Napoli, Caserta e Benevento) da tempo immemore: almeno due anni. Nelle foto, avrei fatto vedere le montagne di buste davanti alle scuole, davanti agli uffici pubblici, davanti alle chiese, davanti agli ospedali. Avrei fatto vedere le strade invase e perciò ridotte di corsia.



Ma nessuno ha fatto vedere che in alcuni paesi dell’hinterland sono scomparsi anche i secchi per strada. Sì, avete capito bene. Tu esci da casa e non trovi più i contenitori dove buttare la monnezza. Non ci sono più, le amministrazioni comunali li hanno fatti togliere. Le buste? Si lasciano davanti casa. Roba da Medioevo. E poi passa non si sa chi a raccoglierli (questi consorzi intercomunali che puzzano lontano un miglio, e non perché si occupano di rifiuti) e li portano non si sa dove. Mi ha chiamato un mio amico pochi giorni fa: insieme, quando l’età lo permetteva, passavamo spesso per un posto fantastico, dove si intersecano due fiumi grossi della Campania. Uno spettacolo che ti incantava, con quel rumore dell’acqua che si incrociava che sembrava musica. "Lo sai che c’è adesso lì? – mi ha detto – E’ pieno di container di monnezza". E, a pochi chilometri da dove sono nato, vogliono costruire un termovalorizzatore.

La gente, ovviamente, si è ribellata: "è qui che sbagliano", direte voi. Ma, a parte il discorso delle polveri sottili sul quale potremmo parlare tre giorni, voi vi fidereste di chi gestisce quest’impianto? E se "il sistema" ci piazza dentro qualche suo rifiuto speciale (tipo quelli radioattivi che giacciono in molti treni che si vedono stazionare lungo i binari andando in treno da Roma a Napoli)? Chi può garantire la salute alla gente? La stessa cosa che, in fondo, temono anche i ragazzi di Pianura (per chi non l’avesse localizzata è a attaccata a Soccavo, al Rione Traiano, al Rione Loggetta, a Fuorigrotta).

La monnezza fa 4. Come le parti interessate in questa maleodorante vicenda. Da un lato il sistema (quello che ha sempre gestito tutto guardando solo ai profitti), dall’altro lo stato (totalmente assente, mica si deve intervenire a giochi fatti con le Forze dell’Ordine per essere presenti…), dall’altro i politici (non li ho proprio nominati finora, non voglio farlo nemmeno adesso, esprimo solo il mio fortissimo disprezzo per quel signore che oggi è il Ministro della Giustizia – dove sta la giustizia? – della Repubblica Italiana) e dall’altro, come al solito l’ultimo, la gente. Quella che paga le conseguenze di tutto. Quella che ignorano Feltri e Giordano.

La monnezza fa 4. Come le mozzarelle di bufala che ho appena mangiato. Speriamo bene.

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