… E.

… E ci svegliamo tutti sudati. Nella notte ci solleviamo sul letto puntando il gomito, oppure in pieno giorno alziamo gli occhi dalle tastiere su cui stiamo battendo e guardiamo il nostro vicino di posto, terrorizzati perché forse sì, forse gli assomigliamo.

… E ci sentiamo incazzati, stiamo crescendo incazzati. Incazzati neri: andiamo a letto sempre più tardi la notte rincorrendo la nostra ombra sul pavimento. Scriviamo blog, abbassiamo i finestrini nel traffico per cantarne quattro all’ultimo stronzo, non ci sta mai bene niente, consumiamo la suola delle scarpe a ritmo di capricci e amiamo sempre meno profondamente il prossimo, perché comunque andrà a finire siamo certi che ci fregherà. Guardiamo i sassi sulla strada domandandoci se non starebbero meglio stretti nei palmi delle nostre mani, ci asfissiamo di lavoro per trenta denari non regolarizzati che ci vengono consegnati con il peso di una cortesia. Compriamo macchine sempre più grandi, due, quattro scarichi posteriori, copertoni giganteschi, antenne che bucano le prime nuvole ma non ci dimentichiamo mai di fare segno di no con la testa quando stiamo fermi nel traffico o quando non troviamo un buco per parcheggiare. Ci ricordiamo di quanto fosse bravo Rino Gaetano, infiliamo dischi dei Queen e dei Guns, amiamo i Clash, sentiamo "The Passenger" e stravediamo per il Padrino, pontifichiamo la superiorità dei primi tre Starwars sugli ultimi e sussurriamo alle orecchie dei nostri amici che George Lucas s’è rincoglionito; perfino quei tre cazzoni che ancora vanno dietro ai Litfiba dicono sempre la stessa cosa per giustificarsi: "Ma nei primi tempi erano grandi…". And so on, perché oggi non abbiamo un cazzo, non ci rimane niente, siamo la peggiore generazione della storia, quella senza né santi né eroi, perfino Bon Jovi non riesce più a infilarne una giusta, non abbiamo conosciuto guerre e inondazioni: siamo tutti Fonzie senza la giacca di pelle. Il cricetino Alvin è diventato vero, a scapito nostro che ci sentiamo ogni giorno un poco di più plastificati.

… E quello che facciamo è ingannare la vita, disinnescare la solitudine prima di ritrovarci davanti uno specchio inaspettatamente. Stiamo insieme, ci scegliamo gli amici e insieme percorriamo la strada. Ci guardiamo negli occhi nelle serate di pioggia con una bionda davanti e quello che viene fuori è che saremmo stati tutti uomini migliori se avessimo posseduto giusto un poco in meno. Se fossimo stati adulti negli anni Sessanta o negli anni Settanta, se avessimo fatto in tempo a vedere i fratelli cadere sotto il piombo o gli amici degli amici finire dentro per uno strappo avventato, saremmo stati tutti migliori. Portiamo dentro di noi lo spettro dei nostri predecessori: è uno spettro appannato, reso esile dalla televisione, dai telecomandi, dal maledetto wikipedia che sta creando una generazione di mostri. Ecco chi siamo noi: il grilletto facile ha fatto posto alla cultura facile. Era meglio il primo: è meglio la pena di morte che la pena di vita. Abbiamo wikipedia e nessuno tiene più in casa un vocabolario o una VERA enciclopedia: è la cultura facile, baby, diranno i santoni, ed è grazie a wikipedia se oggi i giovani sanno almeno qualcosa, perché QUESTO è certamente meglio di non sapere nulla. Ma io dico: fanculo. Fanculo wikipedia, fanculo quel frocio cotonato di Giovanni Allevi: uno sbarbatello da conservatorio idolatrato solo perché ci fa quest’immenso piacere di non osare più di tanto. Così ci guardiamo negli occhi e nella nostra perfezione amabilissima scorgiamo l’ombra della merda che siamo. Questo Facilissimo Creare che non destabilizza più, che non osa, che non ti chiede uno sforzo: immergerlo vorremmo sotto la coltre di cenere delle sigarette e invece è proprio quello che ci dobbiamo fumare.

… E ci ritroviamo nei nostri posti preferiti con l’obiettivo di sentirci a casa fuori casa. Perché ormai casa ha sempre almeno un motivo per sembrarci estranea. Ci muoviamo in piccoli gruppi, piccole famiglie: entriamo in scena uno dopo l’altro con la nostra scia d’accompagnamento, la nostra musica, i nostri modi, tutto il nostro bagaglio di piccoli meccanismi noti a tutti. Quello è Patrizio: a lui piacciono le tette grosse. Quello è Federico: a lui piacciono le auto veloci. Quello è Stefano: a lui piacciono quelle sui tacchi alti. Quello è Antonio: a lui piace la birra. Ecco Valerio: gli piace la chitarra. Lui è Marco: non può stare senza fumo. Diventiamo come i personaggi di un film di Tarantino, la nostra faccia fossilizzata in un primo piano e una descrizione che ci rappresenta subito sotto il mento: "Cristiano – il rozzo", "Francesco – lo sturacessi", "Serena – la scaldamutande", "Gerry – robybaggio", "Salvatore – parcondicio". Uno perché ha certi modi, l’altro perché mangia da far schifo, quella perché fa la porca ma sotto sotto non la dà mai a nessuno, Gerry, invece, se l’è guadagnata sul campo, centrando il sette a ogni punizione, Salvatore no, Salvatore la sua storia non si può raccontare. Entriamo in scena e dopo poco il fermo immagine sulla nostra faccia si sblocca e tutto scorre via, siamo quello che siamo, ci nascondiamo dietro il dito dei nostri micro travestimenti, dietro gli schiocchi secchi dei cinque che ci diamo. Siamo davvero tutti personaggi di un film di Tarantino, solo che non c’è Tarantino a dirigerci: Tarantino è morto o forse sta leccando qualche piede nudo nella piscina della sua casa di Hollywood. Alla fine anche lui dice che le donne con la pancia sono belle, però poi si scopa Uma Thurman.

… E perciò ci resta almeno questo. Ci resta la capacità di guardare oltre gli spettri: non ci facciamo prendere in giro, non ci distraiamo. Proviamo a guardare oltre. Ci salutiamo alla fine delle serate e torniamo a casa nostra, anche se preferiremmo correre in macchina, rapinare le ville, aprirci un bar sgangherato rifugio dei peggiori bucatini del quartiere; viaggiare per il mondo, preferiremmo, per ritrovare il gusto perduto del rientro. Perderci, finalmente, per poterci ritrovare: e invece non ci riusciamo. Abbiamo a tal punto tutto che perdiamo l’equilibrio. Ma forse l’equilibrio, come la libertà assoluta, altro non è che una mancanza di fantasia. La canzone che alla fine viene meglio è quella che si temeva di non ricordare bene: i risultati migliori si hanno con l’improvvisazione.

… E allora suonala ancora, Sam.

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cribbio
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