Dire la cosa giusta a proposito di Cuba e di Fidel Castro

Come si fa a dire la cosa giusta su Fidel Castro e Cuba? Soprattutto: come può riuscirci uno come me che a Cuba ha trascorso i migliori anni della sua esistenza? Come potrei dirla, questa cosa giusta, senza per forza cedere alla tentazione del parere personale?

Io so solo che c’è un posto nel mondo, che si chiama Cuba, dove le persone si sentono prigioniere della loro stessa passione. Si sentono tradite, queste persone, dall’amore che i loro stessi cuori hanno spurgato cinquant’anni addietro. So solo questo: so che ci sono medici internazionalmente riconosciuti come "sommi scienziati" che oggi scaricano merce nei frigoriferi dei supermercati insieme alle mosche perché lo Stato ha tagliato loro i fondi per una ricerca importantissima che stava per salvare centinaia di bambini. So che quei bambini sono morti, oggi, in barba alle statistiche sulla mortalità infantile, so che quelle strutture ospedaliere sono oggi fatiscenti, a meno che non ti chiami Diego Armando Maradona, s’intende, e so che quel medico ricercatore, capo del laboratorio di medicina molecolare della Havana, e stimato professore a Roma, come in Venezuela e in mezzo Sud America, che ha insegnato a centinaia di medici la professione, oggi scarica carne.

Questo so. So che c’è questo posto, Cuba, dove, dicono loro, gli autoctoni, basta sputare un seme in terra per vederlo crescere, eppure è un posto dove puoi girare in macchina per centinaia e centinaia e centinaia di chilometri e trovarti davanti, fuori dai finestrini, sempre questa meravigliosa terra perennemente incolta, perché la propaganda deve poter dire che è colpa dell’embargo se manca questo o quello.

Quello che so è che il mio amico Sergio sta finendo la medicina contro la sua asma, medicina che io stesso gli ho dovuto mandare, mandare tramite interposta persona perché a Cuba la DHL è proibita, so che Sergio sta agli ultimi pacchi e che non se la può procurare se non così, tramite interposta persona, e so anche che l’asma non curata vale come il più terribile dei mali. L’ho visto Sergio, con questi occhi, che sembrava un cadavere, grigio, scavarsi l’anima a colpi di tosse e scostare il piatto da dove stava mangiando.

Questo so e lo stesso non ho difficoltà a credere che uno starnuto di Fidel contenga più molecole d’intelligenza del migliore dei nostri politici.

Questo so di Cuba, di questa terra unica al mondo, orgogliosa, resistente, indistruttibile, coloratissima e disperata: so che la "pensione" di Fidel rischia di diventare il più grande incubo, nel futuro prossimo, per tutti i turisti con il pancione che amano i cocktail a due dollari e le puttane lascive, ma so anche che potrebbe essere quella famosa curva oltre l’orizzonte sempre uguale davanti al quale i cubani da cinquant’anni nascono, crescono e poi impazziscono a forza di dirsi che Miami non è poi così distante. So che la maggioranza di quelli che si sono convinti stanno ancora dentro le prigioni della Jamaica, sorta di CPT de’ noantri, perché il mare cambia direzione e ci vuole poco, una gradazione di rotta di qualche  grado, per confondere il il sogno con l’incubo, l’esilio con la prigionia.

So che Cuba è anche questo, insieme a tutte le altre cose che mi hanno fatto innamorare della migliore terra su cui io abbia mai poggiato i piedi e abitata dagli individui più degni d’essere conosciuti che si possano credere nati.



So che esiste un piccolo bar, alla Havana, sul Malecòn, che noi chiamiamo da anni "Il bar dei ragazzi" e che fa da bere e da mangiare a qualsiasi ora del giorno e della notte e so che da quel piccolo bar la vista è bellissima, struggente, se ti siedi guardando verso occidente, e bruttissima, fredda, se ti siedi osservando dalla parte opposta. So che è così che funziona la vita, ne ho sempre scritto, so che la questione sta tutta nei punti di vista, nella velocità e nei tempi con cui ciascuno approccia alle questioni massime o di tutti i giorni. Ti siedi in un modo e il mondo è incredibile; giri la seggiola èd è tutto il contrario.

Da una parte c’è l’insenatura del Golfo del Messico che dopo le sette della sera irradia d’arancione i palazzi coloniali semidistrutti: lì il sole va a tramontare. Dall’altra parte, nello stesso istante, l’insenatura del Golfo del Messico si chiude su un porticciolo squallido e puzzolente, dove i cani magri vanno a cercare i rifiuti e i cessi chimici imputridiscono la pavimentazione. Lì le puttane si nascondono per prenderlo in bocca ai clienti e gli scoli delle cucine dei locali si uniscono al catrame degli ormeggi e delle vecchie ancòre ossidate. E’ lo stesso identico posto, dipinto in un modo o nell’altro solo dalla direzione che si sceglie di dare allo sguardo.

So che c’è questo angolo, nel mondo, una piccola isola che per cinquant’anni ne ha subite di tutti i colori, commettendo tantissimi errori e tuttavia  macchiandosi di crimini o reati certamente non secondi a quelli perpetrati da altre cosiddette DEMOCRAZIE, le quali hanno dalla loro la tranquillità, per lo meno, di non dover rispondere quotidianamente all’accusa d’essere delle dittature.

C’è questo posto, esiste, a circa ottomila chilometri di distanza dai Suv, da D’Alema e Lele Mora, dove la gente ti dà le sue pillole contro la diarrea, pure se il barattolo è mezzo vuoto e non sarà mai più possibile comprarne uno nuovo. C’è questo posto dove i cubani, teoricamente i padroni di casa, non possono andare dove vogliono, perché dove vorrebbero andare ci sono troppi turisti e troppe antenne paraboliche e troppi telegiornali e troppa Verità e allora esistono delle specie di dogane, con le sbarre bianche e rosse, dove però a te, straniero, basta un cenno del capo per passare e invece a loro, gli autoctoni no, al massimo possono nascondersi dentro grossi bauli, come gli assassini.

C’è questo posto, nel bellissimo mare, che ha fatto la rivoluzione e che poi l’ha rinchiusa in un museo, dietro delle solide teche di cristallo che la gente paga per vedere. C’è questo posto dove gli uomini e le donne invecchiano senza aspettative, perché le aspettative sono state tutte tagliate all’altezza delle caviglie: questi uomini e queste donne si dondolano dalla mattina alla sera su sedie di paglia e guardano in televisione tiggì di regime in cui Fidel può parlare anche per sei ore filate. Semmai provano a vendere sigari falsi ai turisti, oppure la propria figlia per sei dollari. C’è questo posto in cui la pubblica sicurezza non ti permette nemmeno di sederti sui marciapiedi, perché è degradante, però, poi, quella stessa pubblica sicurezza la corrompi con dodici dollari e una pacca sulla spalla se per caso ti dovesse venire in mente di infrangere la legge, da turista s’intende, in qualsiasi maniera tu voglia.

Questo posto qui, dipende da come ti siedi, è straordinario, bellissimo, anche se la gente non ha più alcuna voglia di fare niente, al punto che neanche fanno la fatica di centrare i cassonetti quando devono buttare i rifiuti. I giovani suonano i più svariati generi musicali, in questo posto qui, che io so esistere, sono dei talenti comprovati nel pop, nel rock, nel rap e nel raggae, solo che l’arte è illegale, proibita. Se li vai a leggere, i testi di questi giovani, che amano il loro paese, raccontano tutti una storia diversa da quella che si legge sui cartelloni propagandistici. Devono suonare con batterie rabberciate e con chitarre messe su coi pezzi di ricambio: però suonano e se tanta voglia creativa, se tanta disumana forza artistica, venisse liberata per il mondo, io non so bene cosa accadrebbe, ma di certo ci sarebbe tanto così di guadagnato.

Io non so dire la cosa giusta, in proposito.
Non chiedetetemi di non essere malinconico, di non essere retorico, di non essere compassato nei toni o espansivo nelle emozioni. E’ come se stessi mettendo a dormire un bambino nella culla. Non chiedetemi di dire la cosa giusta: questa è Cuba. Una striscia di terra lunga 700 km in mezzo a un mare geopoliticamente decisivo dove l’aria sa tutto il giorno di spazzatura, metano, scarichi di vecchissime auto e bucce di banane marcite al sole. Non chiedetemi di camminare dritto: sono un ubriaco e mi gira tutto intorno.

La cosa giusta chiedetela alla storia.

Havana
[La prima foto che abbia mai scattato a Cuba – luglio 2004]

5 Responses to “Dire la cosa giusta a proposito di Cuba e di Fidel Castro”


  • Non sono un gran fan di Fidel, ma come giustamente sottolineato nel post, la situazione di Cuba non è molto diversa da quella di altri paesi sudamericani, dove però un 15% di ricchissimi fanno giustificare qualunque nefandezza. Credo che Fidel abbia semplicemente trovato una strada diversa una povertà comune a tutto il subcontinente.
    Inoltre, temo che se i falchi che da Miami non vedono l’ora di tornare sull’isola avranno mai carta bianca, le cose per assurdo non potranno che peggiorare. I cubani continueranno a vendere le loro figlie, ma a 60 dollari invece che a 6. Come a Caracas, o Rio. Sono d’accordo con la chiusura, la cosa giusta la chiederemo alla storia.

    ps per evitare polemiche: non sto dicendo che sarebbe meglio tenersi il regime. Sto dicendo che in quella zona del mondo la merda è sempre merda, che sia rossa bianca o blu.

  • Beh talmente degni che meriterebbero forse qualcosina di più e di meglio degli starnuti dell’intelligentissimo Fidel. No?

  • @ lollo dj: grazie delle riflessione. Sono d’accordo con te.
    @tendarossa: se lo dici tu, che ne sai tanto, sarà sicuramente così facile.
    [Ste]

  • Questo post è probabilmente la cosa più intelligente e sincera che abbia letto a proposito di Fidel e di Cuba. Complimenti!

  • @Blutarsky: grazie di cuore. Spero di tornare presto nell’Isla Grande per farmi un’idea di persona. (che, davvero, è l’unico sistema possibile e sincero)
    [Ste]

cribbio
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