Pirati della stampa.

Le hai prese in pieno, le hai sfilate fisicamente dalle scarpe che indossavano, hai accartocciato le lamiere della tua auto contro il peso soffice, ma moltiplicato all’infinito, dei fianchi femminili delle irlandesi turiste, il giorno di San Patrizio, patrono d’Irlanda, pensa che sfiga: il giorno successivo, se l’avessi scelto tra i tanti plausibili, non avresti trovato nessuno ad attraversare quel punto di strada. Le hai fatte fuori, ti sei fermato, hai visto il macello, hai bestemmiato gesucristo onnipotente, sei tornato in macchina, sei ripartito, t’hanno beccato, t’hanno arrestato, t’hanno rilasciato, ora ti rimettono dentro.

Io, devi sapere, ce l’ho proprio a morte con quelli come te, quelli che per sbadataggine o incuria, ammazzano e poi cercano di farla franca, perché, dall’alto del mio comodissimo divano, penso sempre di potere, in qualche modo perverso, essere migliore, migliore di così, e quindi, calandomi per un momento, per gioco, perpetrando quell’immortale motivetto del "what if", nei panni di quelli come te, io mi dico con certezza matematica che NO, io mi fermerei, io soccorrerei, io affronterei le conseguenze.

Però, caro amico mio, che hai ucciso, mezzo ubriaco, due irlandesi, io stavolta sono dalla parte tua, perché t’ho visto in quel video, che la stampa d’Italia ha apostrofato con termini quali (cito testualmente)

"disgustoso",
"sconvolgente",
"della follia",

t’ho visto, ed è stato come guardarmi allo specchio, barba incolta compresa, espressione da imbecille anche.

T’ho visto e mi sono rivisto io, ho rivisto tutti i miei amici, uno dopo l’altro, quelli a cui voglio bene, quelli che sono i miei punti fermi, unici insieme a mamma e papà, quando in macchina, in viaggio, durante una delle nostre innocenti scorribande per la città o per l’Italia, verso un concerto, verso una femmina, verso una partita, verso un weekend lontano da casa e dai cazzi, facciamo esattamente così, con la musica in sottofondo, a un volume insostenibile, con quelle facce lì, digrignando i denti, sollevando le sopracciglia, cantandoci addosso le parole che ricordiamo e soffiando inintellegibilmente quelle di cui non siamo sicuri, facciamo così, anche noi, faccio così io, parlo al telefono, mi metto al volante dopo un bicchiere di troppo, stando poi attentissimo, certo, e questo, forse, questa attenzione che io presterei – e ho prestato – confrontata con la tua dimostrata incuria, segna una profonda linea di demarcazione tra quello che sono io e quello che sei tu, sfortunato neo-pirata, ecco cosa faccio in macchina, spesso e volentieri, raccolgo da terra una monetina caduta, mollo per un istante o due le mani dal volante, e giammai penso di essere "disgustoso", "sconvolgente", "folle", anche perché sta proprio in questo la severa moralità del "grande fratello", dell’occhio della telecamera perpetuamente puntato sulla nostra esistenza: cogliere per forza di cose, prima o poi, il peggio di noi, anche se "noi" siamo il meglio della società civile.



Perciò, vaffanculo, se proponete pubblicamente un video ch’era stato fatto con velleità semi-privatistiche, non vi lamentate del fatto che il soggetto ripreso, poi, potrebbe non apparire così confortante come vorreste. La cattiveria, la perfidia del giornalista o dei giornalisti, dell’editore o del direttore, (io vorrei i nomi e i cognomi e anche le foto, proprio come è stato fatto per il mostro in copertina di cui stiamo parlando) i quali hanno schiaffato quel filmato in prima pagina, adducendoci accanto terminologie disoneste come "disgustoso", "sconvolgente", "della follia", al solo fine di generare pageclick utili al fabbisogno dell’ufficio amministrativo, è la stessa cattiveria, perfidia, disonestà che costoro, La Stampa, vorrebbero affibbiare al ragazzo, Il Pirata. Che invece non ha scelto alcunché, se non di bere troppo e mettersi ugualmente alla guida: coglione, ma questo essere coglione non è causa e non è effetto del guascone in occhiali da sole che il video "della follia" vorrebbe propinarci come ennesimo esercizio del "ve l’avevamo detto", del "uno così non può che finire male", perché questo è il sottotesto che c’è in una costruzione giornalistica del genere.

Esattamente questo: guardate il mostro, aveva un Myspace sul quale propinava pubblicamente le proprie malefatte! Scorgete nel suo sorriso beffardo il fantasma del carnefice che sarebbe diventato! E io, lettore, ragazzo, guidatore, ci sono cascato, e con tutte le scarpe, e quando sono andato per la prima volta a cliccare su quel video "sconvolgente", mi aspettavo di trovarmi davanti, se non proprio il filmato relativo all’incidente in questione, quantomeno una tiritera di inseguimenti in macchina, di spedizioni punitive contro vecchiette sulle strisce pedonali, di rapine in banca. 

Invece c’ero io nel video.
C’erano i miei amici. Non l’ho saputo sopportare.

Mentre sto scrivendo è mercoledì 19 marzo e su la Repubblica di oggi, nella cronaca di Roma, ci sono due pagine costruite alla stessa maniera. Sulla sinistra l’intervista al padre del mostro, sulla destra l’agiografia delle due turiste, le quali, sono convinto, sono le stesse "turiste della follia" che d’estate finiscono puntualmente su TUTTI i giornali online, prese anche loro dall’occhio della telecamera e divorate da youtube, mentre scodinzolano lascivamente sui tavoli dei pub di campo de fiori seminude. In quel caso, d’estate, quelle stesse turiste, agiografate oggi da Repubblica con tanto di santini e didascalie che ne riportavano le meravigliose abitudini da brave ragazza casa-chiesa (giuro su dio), venivano invece additate come esempi folgoranti del decadimento dei mores, streghe da ardere vive in pire purificatrici. (senza però mai dimenticare l’ingrandimento sul perizoma o sul capezzolo o la gallery fotografica arrapante)

Io non so come la pensiate voi.
Ma io tra un pirata della strada che non s’è scelto un bel niente, a parte il bere inopinatamente, scelta per cui ha già pagato e sta già pagando, e questi altri pirati della stampa che invece agiscono così per professione e vantaggio personale, in totale libertà, prendo immediatamente le parti del primo.

(aggiungo, infine, che il mostro ha dichiarato, molto onestamente, molto umilmente: "Dovete arrestarmi". Lo ha detto lui, non il suo avvocato. Voialtri, dai divani, la sapreste dire una cosa così coraggiosa? Sapreste dire pubblicamente: "Sono da rinchiudere"? Rispondete.)

5 Responses to “Pirati della stampa.”


  • bel post. sottoscrivo in pieno.
    anche io sono rimasto di merda vedendo il video presentatomi come agghiacciante. Mi aspettavo questo che inquadra con la telecamera il tachimetro che segna 190km/h nel centro di Roma.
    Invece vedi un semplice ragazzo che canta, andando probabilmente ai 40 all’ora. E ho pensato che sto pseudo-giornalismo fa veramente cagare.

  • Tutto vero, tutto giusto. Aggiungo che il buon Emilio Fede ha commentato con: “Il pirata si è filmato pochi minuti prima dell’incidente”.

  • scusate ma il tizio non è scappato, subito dopo l’incidente?
    Perchè se è così rimane disgustoso e incivile ma per motivi diversi.
    Per il resto, gli incidenti capitano ma filmarsi mentre si guida e farei coglioni quando di mezzo ci sono le vite degli altri, non è propriamente da persona intelligente.
    Che il martire diventi il guidatore brillo mi sembra una provocazione gratuita…

    Poi che i giornalisti esagerano e che dovrebbero essere quasi tutti radiati e lasciare il posto a chi non cerca solo compiacimento macabro, è indubbio…

  • “martire” tra virgolette, eh.
    Quello che intendevo dire è che capisco l’astio verso il giornalista ma non la difesa verso una persona che ha fatto – sbagliando e non volutamente – qualcosa di terribile. Quando si prende la macchina si ha delle responsabilità enormi, anche se quasi nessuno – non rappresenta certo un caso – se ne rende conto.

  • Chiarisco, ma il senso è tutto nel titolo del post che recita: “Pirati della Stampa” e non “Pirati della strada è bello”, che io ho preso le parti (e lo confermo) del ragazzo ripreso in quell’INNOCENTE video, non le parti del ragazzo che andava a 130 all’ora su Lungotevere pesantemente ubriaco.
    [Ste]

cribbio
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Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
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