Ore 10.30. Nubile.

[scritto da Simona, donna]

Mi ricordo le mani. E le venuzze che gli si gonfiavano sulle tempie quando si arrabbiava.

Mi ricordo ogni centimentro della faccia e le diverse sfumature dei suoi occhi.
So perfettamente com’ero vestita la prima volta che l’ho visto, quante sigarette ho fumato e cosa c’era scritto sul post-it attaccato allo schermo del computer.

Colloquio per fare la segretaria amministrativa in un’azienda di ricambi per auto. Una grossa. Azienda. Di ricambi per auto. Con sedi in tutta Italia. Loro sono in due: il capo-filiale con le sue venuzze ed il responsabile di zona del nord-est.

Dopo mezz’ora il lavoro è mio: me la chiacchiero bene, nulla da dire. Anche a scuola era così: liceo classico, voti ottimi, mai una versione a casa. Me la chiacchiero proprio bene. All’inizio va che è una meraviglia; lui, il capo filiale, con le sue mani, è simpatico e paziente, si congratula per la velocità con cui imparo, è indulgente per gli errori. Si ride, anche; ci si racconta. Oltre a noi ci sono due colleghi che però vanno spesso in giro per i servizi a domicilio; simpatici pure loro. Tutto perfetto.

Dopo un mese circa, cambia la musica; le venuzze cominciano a gonfiarsi all’improvviso e per un nonnulla. Basta un timbro messo in un punto sbagliato della scrivania e si scatena l’inferno. Insulti e grida. Io, sorpresa arrabbiata triste, mi chiedo dove sia finito quel signore simpatico che mi ha fatto il colloquio: questo tizio non è lui, è solo uno che cerca di farmi piangere ma che non ci riuscirà.

Andare in ufficio è come camminare sui carboni ardenti: combattere tutti i giorni con l’isteria di frasi cattive ("fammi un bocchino", "perché non la dài a quel cliente, così lo facciamo contento", "non capisci un cazzo") ed attenzioni da fidanzato adolescente, tipo che mi viene a prendere a casa senza che io l’abbia chiesto, anche perché un fidanzato ce l’ho già, lo amo e – guarda un po’ – me lo sposerei domani, quindi grazie dell’offerta, ma prendo l’autobus.

Ormai è chiaro che i centrimetri della sua faccia si sono presi una cotta per me, però c’è una modalità ossessivo-compulsiva nel manifestare l’interesse che col corteggiamento non ha niente a che fare: alterna momenti di estrema calma, (momenti in cui, manco a dirlo, io credo davvero che tutto sia tornato a posto; retaggio di un passato che ha spostato i limiti della mia sopportazione un paio di abissi oltre il buon senso) ad altri di rabbia per la sua vilipesa mascolinità.

Nel frattempo reagisco, è ovvio: quando mi si avvicina, quando urla, quando mi dice che sono una troia. Parlo con il super boss del nord est, il quale cerca di appianare le cose, che però non si appianano. Parlo allora con altri responsabili di responsabili di responsabili. Nessuno muove un dito.

Finché arriva lo strappo: un telefono tirato in testa. E la settimana dopo una spalla lussata. Mentre salgo sul taxi che mi porta in ospedale, mi ordina di dichiarare che sono finita contro una porta; faccio di sì con la testa e intanto penso: "Col cazzo…".

Mi licenzio il giorno dopo: sono in infortunio, vivo da sola, devo mantenermi; ma non voglio comunque i soldi di quello schifo di Azienda. Un amico avvocato mi spinge a denunciarli: la società, lui, le sfumature dei suoi occhi. Mi lascio convincere solo perché ho i colleghi pronti a testimoniare, so come vanno queste cose, le umiliazioni che devi passare: ho già dato, grazie. La peggiore, di umiliazione,  è quello sguardo: una donna che ha subìto molestie lo riconosce subito, anche perché spesso segue la domanda, che spiega quello sguardo. "E tu che hai fatto per provocarlo?". Ecco perché non se ne parla mai abbastanza. Perché non si hanno risposte adeguate ad una domanda così. A parte inviti a recarsi in un posto che finisce per "ulo".

In buona sostanza vinco: o meglio, lui patteggia per la denuncia di mobbing e molestie sessuali.



Chiedo il rimborso dei due mesi di stipendio persi causa spalla e delle spese legali. Non voglio altro. Tanto sono sicura che adesso verrà sbattuto fuori dall’Azienda e questo mi basta per pensare che c’è giustizia. E poi continua il processo penale per l’infortunio, quello va avanti d’ufficio, è lo Stato contro di lui (anzi, contro la Società) ed io figuro come testimone.

Sono passati sette anni.
Lui è ancora il direttore della filiale di una provincia benestante e bacchettona del nord Italia. Nessuno mi ha mai chiamato per scusarsi. Signorina, buongiorno, sono l’amministratore delegato dell’Azienda, volevo manifestarle la mia solidarietà per quello che ha passato: ho una figlia anche io, ho una moglie, una zia, una madre, un’amica, una donna che amo e mi vergogno a pensare che possano esistere realtà del genere sotto il mio naso. Quanto l’ho sognata, questa frase.

Adesso ho un nuovo lavoro, o meglio, ce l’ho da sei anni. Sono brava, nel mio lavoro, lo faccio bene. Sono un direttore commerciale, seguo altre cinque persone dell’ufficio vendite. Giro l’Italia e gestisco i clienti più importanti. Insomma, mi sono impegnata tanto e i risultati si vedono.

Un paio di mesi fa, in qualità di consulente tecnico-commerciale, vengo chiamata per supportare un mio cliente che deve proporre un grosso impianto di videoconferenza. Proprio a quell’ Azienda. L’appuntamento è nella sede di Milano. Fortuna vuole che cada nell’unico giorno in cui tutti i direttori delle filiali italiane si trovano lì. Per cui, durante il mio incontro di lavoro, lo vedo, sul corridoio: le sue mani, venuzze, sfumature. Lui invece non si accorge della mia presenza. Aspetto che passi oltre, mi manca l’aria. Devo uscire, ma riesco a dissimulare, sono brava anche in questo. Una volta fuori, al mio cliente (con cui comunque c’è confidenza, lavoriamo insieme da tanto) racconto a macro linee perché ad un certo punto mi tremava un ginocchio. Lui mi guarda strano.

Non ci credo.
Eccolo, quello sguardo. E la frase che segue dice più o meno che è meglio che io prenda tutta la mia bravura e me ne torni da dove sono venuta; ha paura di perdere il cliente, di non riuscire a vendere all’Azienda il progetto che IO STESSA ho preparato. Anzi, non è che ho lasciato un mio biglietto da visita, vero? Si sa mai dovesse capitare nelle mani sbagliate e qualcuno si ricordasse di quella pazza che nel 2001 ha cercato giustizia.

Infatti non ho più sentito nemmeno lui. 
La conclusione di questa storia non esiste; non il lieto fine, non un altro inizio.
Scusate se sono stata troppo lunga o troppo poco chiara. E scusate se non so come chiudere, se vi saluto così, con un angolo della bocca che punta in basso.

Comunque avevo una gonna viola, un maglioncino bianco e gli stivali in pelle. Ho fumato due sigarette e sul post-it c’era scritto: "Ore 10.30. Colloquio. S. M., 20 anni. Nubile."

[Non molto da aggiungere. Ho conosciuto Simona e, quando mi ha detto di questa storia, ho pensato che un ulteriore sfogo non avrebbe potuto farle male. Quello delle violenze sessuali, delle molestie, del mobbing compulsivo-maschilista, sono tutti temi "sociali" che mi/ci stanno molto a cuore: non se ne parla granché nelle piazze o nei Vday di questo gran cazzo, perché non fanno moda, non strappano applausi a vene gonfie e spruzzi di bava dalla bocca. Ecco perché ho voluto che lei sussurrasse qui la sua storia: continueremo così in silenzio e senza urla, su questo blog, a raccontare storie di dissenso dal basso. Perché crediamo fortemente che ci sia verità nella frase ex pluribus unum e non nel suo contrario – ndNoantri]

2 Responses to “Ore 10.30. Nubile.”


  • Ciao Simona, purtroppo la vita non è una favola, e il lieto fine non esiste. Però tu hai trovato il coraggio di raccontarti, e loro sono i coglionazzi di sempre.

  • Posso riportarla sul mio blog?

cribbio
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