Essere John Terry.

Accomunati dalla passione per il calcio e per il Manchester United siamo andati al Druid’s Rock a vedere la finalissima di Champions League.

 Adulti abbastanza, noi quattro, da dover venire a patti, almeno a volte, con quello che più si attiene all’età adulta: moralità, serietà, coerenza, attaccamento alle solide basi del reale. Eppure presenti davanti al Manchester United come cerbiatti o stambecchi attirati al ruscello. Non si può non amare il Manchester United, se quel pallone che rotola sta alla tua vita come i globuli rossi al sangue.

DruidNon c’è molto da fare al Druid’s Rock: non servono da mangiare, non c’è grande fantasia nel menu, anzi non esiste proprio il menu. Però ci sono le sciarpe delle squadre di calcio incollate sul soffitto di legno, ed è stupenda quell’arcata, c’è la bandiera del Galles, un sacco di locandine dei film, vecchie bottiglie di rum e whiskey e una foto di Russel Crowe al bancone, incorniciata, con sotto la scritta a penna, gigante, esitante: "Russel Crowe", a caratteri cubitali, così che ti resti impresso almeno qualcosa da raccontare agli amici, il giorno dopo, nonostante la birra, ehi quel pub, sapete, c’è stato anche Russel Crowe e non aveva una bella faccia. Il Druid’s Rock è il locale degli inglesi a Roma. Accogliente e informale, a due passi dalla Stazione Termini. In pratica è come stare a casa, però con l’odore delle ascelle di Bobby Charlton al posto del Vape.

Ci mettiamo lì, noi quattro, in piedi, in mezzo agli inglesi, tutti inglesi, solo inglesi: il primo derby inglese della storia in una finale di Champions. I tifosi del Chelsea presenti sono in larghissima maggioranza di colore: ragazzi neri piuttosto a modo, vestiti casual. Quelli del Manchester United sono decisamente più rustici. La partita è bellissima, Cristiano Ronaldo segna e tutti ci vengono addosso: Yyyeaaah! Il Manchester United è superiore, la gente vestita di rosso comincia ad annuire: si fa a turno per andare a prendere da bere. Qualcuno resta col naso appeso verso il monitor sopra la cassa, la mano coi cinque euro a mezz’aria, mentre l’ennesimo tiro finisce fuori di poco.Wayne Rooney

Come può esserci qualcuno al mondo a cui il calcio rimbalzi addosso? Non riesco a comprendere come possa esistere una persona che davanti al Manchester United, la squadra dei ferrovieri dello Yorkshire, non si commuova, non decida di cambiare stile di vita, modi, abitudini. Il Manchester United: sono lì a tifare Manchester United e mi piace ostentarlo: sono dei vostri, odio il Chelsea del petroliere mafioso, odio il Chelsea dell’ebreo Grant, l’allenatore che non fa giocare nemmeno per un minuto il grande Sheva. Come si fa? Come si fa? E’ la domanda che gonfia le guance di tutti quando Ferguson toglie Rooney ai supplementari: not Roney! Mi aspetto di vederlo uscire dall’inquadratura, Rooney, raccogliere la felpa dalle mani del dirigente accompagnatore e comparire accanto a noi quattro, ancora sudato, puzzolente di fatica e di pioggia di Mosca, ehi guys, me l’aspetto, Wayne, l’attaccante più forte e con meno muscoli addominali che esista sulla faccia del pianeta, me l’aspetto che ci raggiunga, coi calzettoni risvoltati dentro i parastinchi e qualche parola poco gentile nei confronti del suo allenatore. Ma tutto quello che arriva è un altro giro di birre e la decisione di seguirci i rigori DENTRO, nella bolgia, nel girone infernale.



Andiamo, ci sistemiamo, c’è un gigantesco maxischermo e almeno altri dieci televisori. C’è odore stantìo di whiskey, piscio e sudore ma, su tutto, c’è un odore che riconosco, un odore che ho sentito emanare dai miei amici romanisti, domenica scorsa, durante l’intervallo delle partite, in redazione, con la loro amatissima squadra prima in classifica finalmente, e l’Inter sotto: l’odore della paura. Fisica. Dici: è calcio. No, è il Manchester United. E’ la vita. E’ il pallone. Ci sono ragazzi di 18 anni che l’ultima volta ne avevano 8 e si persero quel capolavoro comminato contro il Bayern Monaco negli ultimi due minuti di partita. Ci sono uomini che la prossima saranno troppo vecchi. Non c’è futuro, dentro al Druid’s Rock. Non c’è la consolazione del: "ma in vita può succedere di peggio". E’ una bugia che non consola nessuno: in vita non potrà accedere mai più nulla di tanto grave come l’eventualità di perdere la Coppa adesso.

C’è questo odore qui, lo sento, mentre le squadre sono a centrocampo a decidere la lista di chi andrà a battere per un Paese intero. La paura fisica. La paura di aver fatto tutto quel casino per niente, di aver ingurgitato dodici pinte di Guinness senza motivo: passano negli occhi delle persone immagini care, amici e famigliari, amori passati e speranze. Si sollevano fioretti impossibili: chi giura che lascerà il lavoro, in caso di. Per dio, è la Champions League! Il migliore dei presenti dovrà aspettare altri trent’anni, la nascita di un figlio, la prima parola di un nipote, per poter parlare di una gioia grande altrettanto.

Entra un ragazzo spaesato con la maglia dell’Inter: attraversa il mare rosso e blu come Mosè. E’ la paura, la paura che prende durante il vuoto d’aria sull’aereo, la paura che non lo potrai raccontare.

Sei impotente di fronte a Van der Sar che si sistema i guantoni sulla linea di porta. Non puoi fare niente per infilarglieli meglio. Gli vorresti massaggiare i quadricipiti. Non puoi. Sei impotente anche davanti a John Terry, il capitano di mille battaglie in giro per il mondo, nel fango, nella neve, sotto la pioggia, il capitano, quello lì, quello a cui ti sei aggrappato quando le cose non andavano bene, e non sto parlando del calcio, sto parlando della Vita di tutti i giorni, dammi la forza John…, il capitano, il tuo capitano, quello di cui hai la maglia, quello di cui rispetteresti la moglie, quello per il quale ti butteresti in un fosso, quello di cui hai urlato, coi polmoni di un condannato a morte, il nome da quelle gradinate maledette, domenica dopo domenica, quello che ti sogni di notte, prima di un grande match, quello che ti porti tatuato sul polpaccio destro, insieme ai Che Guevara, ai McEnroe, alle croci celtiche, sei impotente davanti a John Terry vestito di blu che scivola, cade, tira male il rigore della vita, guarda la palla sbattere sul palo, sei impotente davanti al grugnito cupo che si alza dalla gola di metà dei presenti, sei impotente, perché è stato il destino a scegliere per te, una vita fa, se farti tifoso del Manchester United o del Chelsea, è questa la tua impotenza, insieme a tutto il resto, e qualsiasi cosa, allora, al tempo, ti abbia reso rosso o blu, adesso elargisce il suo tributo, di sangue o di tossine, quel brivido ti attraversa la schiena, forse hai visto il tuo capitano fallire un rigore importantissimo, o forse hai visto iddio materializzarsi sotto forma di palo di legno, l’importante è restare concentrati su quest’impotenza, l’impotenza del carnefice e l’impotenza della vittima, sei tutto e nessuno, adesso, dirigente d’azienda e puttaniere, l’unica cosa certa è che non sei mai stato tanto simile a John Terry in vita tua, il tuo eroe, il campione che avresti sempre voluto essere, dietro le tue scrivanie oleose e i tuoi turni massacranti, bello, ricco e talentuoso, coi contratti milionari e le modelle al fianco, adesso è identico a te: a terra, disperato e chiuso in se stesso, steso sul prato con le mani in faccia, piccolissimo e insignificante, ecco che improvvisamente ti ci riconosci, improvvisamente sei tu, John Terry, hai dovuto aspettare questo per riuscirci, la tossica lotteria dei rigori; ne sappiamo tutti qualcosa, i rigori stanno agli appassionati di pallone come le cicatrici ai bambini, ma già tocca a Ryan Giggs e non c’è più tempo per pensare al resto, sei solo tu e quel gallese del cazzo, magro e ormai stempiato, sei tu, sei lui, hai i suoi stinchi, le sue ginocchia, si gratta, ti gratti anche tu, lo segui, lo anticipi, gli vorresti suggerire nell’orecchio qualche cosa, la direzione, il tuo presentimento, il sogno della settimana scorsa, oppure lo vorresti spintonare proprio al momento dell’esecuzione, dipende sempre da quel piccolo filo che da bambino t’ha fatto prendere una direzione oppure un’altra, sei Ryan Giggs o sei Peter Cech, in entrambi i casi è proprio il tuo cuore a fare questo rumore assurdo, è meglio se ti dai una calmata, amico mio, perché tanto la tua impotenza resta, e il gallese te lo dimostra, calciando il tiro di rigore più sensato, bello e pacato che ti riesca a ricordare, ah se solo sapessi battere anche tu in quella maniera; e c’è un signore con la camicia blu e gli occhiali che adesso dà le spalle al televisore e piange, piange e avrà 50 anni, piange perché è un tifoso del Manchester United e lo sa, lo sente dentro le vene secche, che potrebbe essere a un passo dalla Vittoria, perciò piange, quel signore, che a 50 anni suonati, o giù di lì, avrà conosciuto, in vita propria, ben altri motivi per piangere o gioire, eppure lo stesso piange, in silenzio, da solo, dietro gli occhiali, a Roma, e darebbe in cambio qualsiasi cosa, il conto in banca, le scarpe di pelle, il passaporto, la fedina penale; SEI quel signore, l’avresti mai detto?, sei proprio lui, lo sei stato tantissime volte in vita tua, lo sei di nuovo, ti scorre velocissimo il suo sangue negli organi e gli vorresti dire, suggerire, di ripensarci, gli vorresti prendere gli occhi e lanciarli sullo schermo, gli vorresti dire guarda!, guarda Anelka, il tuo avversario, il tuo nemico, guardalo, guardalo perché ha quella faccia lì, Anelka, quella faccia che hai imparato a riconoscere dopo migliaia di partite viste e rigori dati a favore o contro. Ha la faccia di Roberto Baggio, ha la faccia di quello che s’è sentito qualcosa, ha la faccia di uno che se li avverte tutti conficcati nel cervello i milioni di occhi che lo stanno guardando in quel momento e questa è la cosa peggiore che può capitarti, se di mestiere fai il giocatore di pallone, percepire l’enormità di quello che stai per fare, avvertire sui peli dietro la nuca tutto quel buio in cui hanno scelto di rifugiarsi quelli che come il signore del Druid’s Rock non hanno avuto il coraggio di guardare, e saranno centinaia di migliaia, perciò gli vorresti dire, a quel signore girato di spalle, che si copre gli occhi con tutti gli occhiali, di ripensarci, di guardare, perché Anelka ha la faccia giusta se sei un tifoso del Manchester United, oppure sbagliatissima, se tifi dall’altra parte, la peggiore faccia possibile, la faccia della paura, la faccia di quello che sbaglierà la mira, che fallirà il colpo, Anelka ha la faccia di quello che il rigore decisivo sa già di averlo fallito, e infatti c’è questo momento di decompressione che arriva, come quando chiudi il finestrino in autostrada a 130 all’ora e senti quel rumorino in fondo all’orecchio, ecco, senti quello stesso rumorino mentre Anelka fa esattamente quello che ti eri aspettato, che avresti voluto dire al signore con gli occhiali appannati, sbaglia il rigore, e ti dici che il calcio è una cosa che fugge via davanti ai ragionamenti del giusto e dello sbagliato, il calcio è una cosa viva che ridà la vista ai ciechi, non a caso il signore con gli occhiali ora ci vede benissimo e ha la faccia incassata dentro il collo di perfetti sconosciuti che saltano e urlano e tutti piangono perché hanno VINTO, pensi che non l’hai mai vista tanta gente piangere dentro a un pub, pensi che ci voleva il Manchester United, pensi che perfino un paralitico, davanti alla Parata Totale di van der Sar, lì dentro, al Druid’s Rock, avrebbe preso e si sarebbe alzato dalla carrozzina. Così, senza pensarci.

John TerrySe ne vanno i tifosi del Chelsea. Ne hanno abbastanza di birra e destino. Quei neri, di colore, ben vestiti. Se ne vanno, sfilano tra gli avversari estasiati: li guardiamo andare via, nella notte romana, verso Rione Monti, in discesa, verso il Colosseo, nell’illusione di poter dimenticare. Non dimenticheranno. Mai più. Dimenticheranno tutto, della loro vita, faticheranno a ricordarsi, tra venti o quarant’anni, i ricordi più belli, i nomi dei parenti, le date di nascita e di morte della gente cara, ma davanti a una casacca del Manchester United non conosceranno un istante di esitazione: impallidiranno e sapranno perché. Calceranno lattine per la strada tutta la vita, da vecchi perfino, anche se doleranno le ginocchia, e ogni volta che verrà fuori una parabola perfetta, ripenseranno al loro capitano, John Terry, che un giorno di maggio litigò col suo personalissimo destino e scese al livello dei comuni mortali. Guarderanno partite per sempre, col tempo ritroveranno il coraggio di tenere gli occhi aperti durante un calcio di rigore e prima o poi avranno anche la loro vendetta. L’abbiamo avuta tutti, la nostra vendetta, nel calcio. Perché il pallone questo fa: ti stende al tappeto ma poi ti concede la seconda occasione. E’ la severa moralità di questo sport: nella nostra esistenza saranno assai di più le occasioni in cui saremo come John Terry disperato per terra. Solo a pochi eletti capiterà di gioire come van der Sar. Passeremo i nostri anni più belli piegati per la sofferenza, ma ci riprenderemo. Ritroveremo la forza di tornare a centrocampo. Pescheremo dentro di noi il coraggio per battere ancora un calcio di rigore senza scivolare. Sono solo 11 metri, soltanto 90 minuti: ma, oddio, certe volte, che fatica.

3 Responses to “Essere John Terry.”


  • meraviglioso.
    grazie grazie grazie..da chi spesso si sente john terry e aspetta,per dio,di gioire come van der Sar.

  • Vale: grazie. Coraggio. Non serve essere per forza van der Sar per essere felici. Quelli sono picchi che può anche non essere necessario conoscere. Prosit 🙂
    [Ste]

  • I tifosi del Chelsea stanno a quel rigore come noi tutti italiani stiamo a quello di Roberto Baggio a USA 94. Se i Bleus erano lì, in finale, lo devono a quel signore esattamente come noi dobbiamo la finale col Brasile al Divin Codino. Nessuno può dimenticare, anche quelli che odiano il calcio in maniera viscerale.

cribbio
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