The Interpol Maneuver

Paul Banks a Ferrara sotto le stelle 2008Prima di affrontare un concerto degli Interpol è sempre cosa buona e giusta controllare un attimo le proprie aspettative. Si sta andando alla ricerca del devasto e dello scrollare ripetutamente testa gambe e cuore, oppure si vuole "semplicemente" (tra mille virgolette) entrare in sintonia con uno stato d’animo, dei suoni, oserei dire visto che sono americani, con un "mood" emotivo-musicale?
Una volta scelto da che parte stare, tutto il resto verrà da sè. Perchè aldilà delle infinite disquizioni su raffinatezze sonoriche e soniche che non tutti gli uditi sanno cogliere (non tutti suoniamo in una band, io a malapena so mettere in fila le note…) è l’approccio il momento decisivo in un concerto degli Interpol. Infilato quello giusto, puoi star certo che Paul Banks e soci ti daranno quello che sanno fare meglio: suonare canzoni della madonna.
Non sono coinvolgenti, il loro vocabolario è limitato a una, essenziale parola, "grazie", sono ingessatissimi ed elegantissimi, in completi scuri e cappelli molto newyorkesi, forse molto distanti da noi giovini e meno giovini scapigliati nelle nostre magliette più o meno trendy. Sono distanti, sì, come i loro testi non sempre accessibilissimi e come le loro melodie per nulla rassicuranti, nemmeno nei pezzi "più ballabili". Forse gli Interpol sono uno stile, pieno di rimandi al passato e illuminato da ombre scure. Ma sono identificabili, sai che saliranno sul palco e si occuperanno unicamente di ricordarci che hanno scritto pezzi della madonna. Quindi poi spetta a te, a te soltanto accettare questo tacito accordo: noi siamo qui, noi beviamo vino e fumiamo sigarette, e questa è la nostra musica, e non c’è nient’altro da fare o da sapere o da dire.
Personalmente ho firmato in bianco, siglando un contratto tra me e loro che mi ha appagato. Non stravolto, non devastato, ma soddisfatto, riempito, assaporato. Appagato, appunto.

Considerazioni molto in breve: ho il forte sospetto che il chitarrista giochi un ruolo decisivo; la resa dal vivo delle canzoni è simile alla versione disco, è questo è un difetto ma anche un pregio; la loro grande forza è che hanno nel loro parco-canzoni dei pezzi della madonna, molto semplicemente, lo sanno loro e lo sappiamo noi tra il pubblico. E’ una consapevolezza importante, è una giocata perentoria, un tackle in scivolata in quel nugolo di chiacchere su gusti e stili. Belle o brutte che siano, loro hanno delle canzoni della madonna (lo ripeto come un mantra) di fronte alle quali mi inchino. Punto.

Hanno aperto con la migliore delle aperture possibili, un inizio di album che parecchi gruppi se lo possono scordare (Piooner to the falls), hanno subito gettato in pasto alla folla acclamante PDA (forse la mia preferita, rovinata da due scimpanzè che saltavano e facevano assaggiare alle mie gengive i loro zainetti) e poi hanno dispiegato con cura canzoni da tutti i tre loro album. Encore perfetto, con la trasognante NYC, il singolone stranamente non recepito appieno dalla folla (The Heinrich Manuveur) e l’imprenscindibile Stella was a diver and she always down, durante la quale ho chiuso gli occhi, ho contato gli anni trascorsi dall’altra volta che li avevo visti (4), mi sono ricordato dello scarto di km fatti per vederli in quell’occasione (350km) rispetto a oggi (10 minuti di bici). Ho soppesato. E poi è finito tutto, loro sono ritornati nell’ombra, sono ritornati a girare perfetti sul mio winamp, io ho preso la bici, l’ho girata verso la strada di casa, e ho iniziato a pedalare.
Non c’era nient’altro da aggiungere.

(la foto è presa dal Flickr della Fran)

4 Responses to “The Interpol Maneuver”


cribbio
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