Fermi tutti, arriva Mourinho

Prendete una tranquilla domenica pomeriggio, al termine delle partite del campionato. Dopo il fischio finale dell’arbitro, inizia la messa recitata delle interviste negli spogliatoi, con la sfilza di giornalisti a reggere il megafono ed amplificare “clamorose” dichiarazioni. Domande più lunghe della stessa risposta, contenenti già il commento che l’intervistatore di turno conferma placidamente:

Sì, è vero, è stata una partita sofferta ma con grande determinazione e con l’aiuto dei tifosi siamo riusciti ad ottenere un grande risultato.

Dispiace per la sconfitta, ma direi che tutto sommato non abbiamo demeritato.

Un pareggio è utile a smuovere la classifica.

Sono contento di aver segnato.

L’arbitro ha condizionato la gara.

Eccetera eccetera. Da anni la liturgia delle dichiarazioni pre-confezionate, prive di qualsiasi originalità ma soprattutto della personalità di chi le serve tiepide per i raggelati microfoni dei tele-tifosi, viene rispettata minuziosamente. Un canovaccio sicuro e affidabile che nessuno (calciatori, allenatori e dirigenti, salvo sparute e instabili eccezioni) si azzarda a smentire.
Prendete ora quella stessa tranquilla domenica pomeriggio, sempre al termine delle partite, e inserite in quel contesto appena descritto un elemento estraneo: straniero, nel vero senso della parola. Un allenatore più allenatore degli altri, portoghese però con trascorsi in Inghilterra, che i soprannomi se li conferisce da solo, dotato di carisma e arroganza, ma soprattutto di una lingua scioltissima. I giornalisti sportivi italiani, abituati a compilarsi da soli le interviste sfogliando il “Prontuario delle Dichiarazioni nel Calcio Italiano” (pare lo rilascino ai giocatori quando firmano un contratto e agli allenatori quando ritirano il patentino), si trovano spiazzati e impreparati ad affrontare una testa pensante, e iniziano a reagire negli unici due modi possibili per chi è refrattario alla critica equilibrata: l’Adorazione o la Maledizione.

L’allenatore che “non si sente il migliore del mondo, ma sicuramente pensa di essere migliore degli altri” si chiama Josè Mourinho, e da ormai quattro mesi viene stipendiato profumatamente dall’Inter Campione d’Italia. Sbarca dall’Inghilterra, dove alla prima conferenza da allenatore del Chelsea si definì “special one”, e fu solo l’inizio di una lunga serie di perle autocelebrative e aggressive. Prima ancora, aveva vinto tutto, compresa una Coppa dei Campioni con i portoghesi del Porto, diventando culto nazionale: “Se avessi voluto un lavoro facile sarei rimasto al Porto, con una bellissima sedia blu, una Champions in bacheca, Dio e dopo Dio il sottoscritto“.

Oggi è in Italia, non ha ancora vinto niente, la sua squadra pur essendo prima in classifica non brilla certamente per la qualità del gioco espresso, eppure è dilagata un’autentica mania per quello che dice; per quello che è, in un ambiente, il calcio italiano, in cui si pensa e si parla per sottrazione, annichilendo le personalità e uniformandosi al pensiero comune: ed ecco spiegato come sia potuto nascere il Ciclone Mourinho.

Mourinho sbanca il calcio italiano


Per l’esordio di fronte ai microfoni italiani si era preparato (come lui stesso ha ammesso) la famigerata battuta “io non sono un pirla“, seducendo con una sola parola tifosi e giornalisti. Da quel momento è stato un costante distillare dichiarazioni, riuscendo nell’impresa di rendere interessante anche la canonica mezzora di conferenza stampa. E il fenomeno mediatico ha iniziato a gonfiarsi, una bolla che cresce ogni volta che Mourinho soffia la sua ironia mascherata da arroganza (o viceversa) e sulla quale i giornali hanno iniziato a fabbricare titoli su titoli. I giornalisti sportivi italiani si stropicciano gli occhi, increduli di fronte a questa benedizione dialettica che spazza via la polvere sullo spartito monocromatico della Serie A. Ascoltano, prendono nota, senza badare, per il momento, ai risultati ottenuti in campo.

Del resto gli italiani sono un popolo che da sempre ascoltano con più attenzione i pareri esterni. Infatti Mourinho non si è fatto pregare, e dopo alcune sterili polemiche sollevate per la sua mancata presenza in sala stampa dopo una partita di campionato, in maniera molto eloquente ha sentenziato lo stato attuale del calcio di casa nostra:

Mi sembra che gli italiani non sono tanto innamorati di calcio come io pensavo, sono innamorati più dello show televisivo. Vedo tutti preoccupati di piccole cose, che nello spettacolo calcio non significano niente, e nessuno preoccupato per uno sport che è importante nel mondo. Nessuno si preoccupa per il fatto che il calcio italiano è considerato un prodotto molto piccolo fuori dall’Italia, non paragonabile alla Premier League. Il Lecce mercoledì ha giocato con 3 portieri e 8 difensori eppure a fine gara tutti si sono preoccupati sul perchè a parlare con la stampa è venuto Baresi. Questo è il nostro mondo, che io ho scelto. La decisione di venire in Italia è stata mia, ma pensavo che l’Italia avesse più passione per il calcio e meno per tutto quello che c’è intorno.

Ha forse detto qualcosa di innovativo? Nient’affatto, eppure grazie al suo carisma e alla sua abilità mediatica, trasforma parole di buonsenso in verità sconcertanti, mettendo a frutto l’impostazione di sbruffone che si è dato: Mourinho infatti, sa essere pungente ma anche divertente. Ne è un esempio la ormai memorabile risposta al dirigente del Catania, tale Lo Monaco, secondo il quale la (presunta, ndr) spavalderia del tecnico portoghese gli farebbe meritare sonore ” bastonate sui denti”. Josè con molta flemma ha replicato inscenando un autentico siparietto surreale (vedi video).

Roberto Beccantini, sul Guerin Sportivo, ha così sintetizzato il Ciclone Mourinho:

Esploratore di luoghi comuni italiani, pronti a dimenticarsi del cuore del gioco (la partita) per dedicarsi al ricco contorno fumoso (le chiacchiere) e adulare chi riesce a propinare titoli su titoli, dichiarazioni su dichiarazioni, insomma quello che Berlusconi è riuscito a fare in politica: maneggiare ad arte la Comunicazione per imbrodolarci, ammaliarci. E’ il fotografo degli italiani in posa.

Siamo così pronti, taccuini in mano, a continuare a pendere dalla labbra dello Straniero: “Io sono venuto in Italia e so quello che mi sono portato dietro. Anzi: io sono quello che mi porto dietro“. Ed è colui che riesce a farci dimenticare, evidenziandone tutti i limiti, la natura conformista e lineare del calcio italiano.

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cribbio
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