Mentre muore l’Università (e la scuola) italiana

Occupiamoci dell'UniversitàSarà che non sono più studente da troppo poco tempo, o forse sarà che sono disoccupato e non ho molto da fare, sta di fatto che mi è venuta voglia di scendere in piazza anche a me, di protestare e di bloccare imprecisate lezioni. Perchè studente non lo sarò più, ma continuo ad odiare maledettamente la passività italiana. Bisognerebbe protestare per ogni cosa, oggi.

Ho visto studenti attivarsi in tante città italiane: Roma, Milano, Napoli, Cagliari, Pavia. E mi sono chiesto allora che stessero facendo i miei ex-colleghi ferraresi. Se a Pavia si protesta, figuriamoci a Ferrara che ha un numero maggiore di studenti. E così sono tornato nella mia ex-facoltà, senza grandi illusioni ovviamente. E ho fatto qualche domanda in giro. Le risposte, però, ve le racconterò nei prossimi post.

Prima di prendere in mano spray, striscioni e “tanta voglia di incazzarsi”, sarebbe giusto provare un attimo a fare chiarezza sul discorso Istruzione e da dove parta tutto quanto. Mi sono reso conto che si fa un gran parlare di grembiuli e classi differenziate, viene ripetuto costantemente il nome “Gelmini”, eppure c’è tutto un discorso finanziario che riguarda l’Università italiana che da molti (me compreso) non era stato colto. Una mannaia sui finanziamenti che di nome non fa MariaStar ma “Legge 133“. Ok, qui urge un chiarimento da chi ci ha capito qualcosa. Serena M, dottoranda presso un’università veneta, qualcosa ci sta capendo, e le ho chiesto di provare a spiegarmelo. Non c’è bisogno di specificare che anche Serena è incazzata come una iena.

Cosa sta minacciando, oggi, il futuro (e il presente) dell’Università in Italia?
Per farla breve, con la legge 133 è giunta la nostra fine. Noi poveri dottorandi e ricercatori siamo senza futuro. E basta dare un’occhiata alla legge per capirlo. Poi possono girarci intorno finchè vogliono, ma la realtà è questa.
Vorrei dire tante cose, ma non posso. Mi beccherei una querela. Le nefandezze che accadono nelle università italiane sono immense. Mussi (governo Prodi) non mosse un dito. Ora siamo allo sfacelo.

Il problema sono i tagli? Tolgono i finanziamenti? C’è dell’altro?
I tagli sono il dramma, certo. Ma c’è altro: con la famigerata trasformazione delle Università in Fondazioni, potremo dire addio alla libertà di ricerca. Verranno finanziate solo quelle ricerche che serviranno alle aziende che finanziano quell’università in particolare. E non voglio nemmeno pensare cosa succederà con i nuovi concorsi (già ora fanno schifo, sia chiaro).
Poi: fino al 2012 nessuna nuova assunzione, noi dottorandi siamo tagliati fuori dal circuito universitario. Ieri ci è stato comunicato chiaramente: “preparatevi ad andarvene“.
Ancora: Sempre più difficili i passaggi di fascia per i docenti, bloccati gli “scatti anzianità”. Quelli che hanno il culetto un pochino parato sono i prof ordinari (come sempre). Ma anche per loro non sarà un idillio.
E allora diciamolo che dell’istruzione e della cultura non frega un cazzo a nessuno, molto meglio continuare a finanziare la Fiat, l’Aitalia, le banche.

La Fiat, l’Alitalia e le banche forse, dico forse, fanno più presa sul sentire pubblico italiano (in termini anche di voti). A chi interessa dell’Università, se non è coinvolto direttamente?
Sarebbe anche il caso di dire che c’è un qualunquismo, una disinformazione e un’ignoranza dilagante in Italia e, mi dispiace dirlo, anche tra gli studenti universitari. Perché in giro si sentono discorsi che neanche mio nonno fa più: “Eh ma che si lamentano a fare questi, cosa protestano?!…aumentano le tasse universitarie, tagliano i fondi… e vabbè cosa pretendono? L’economia NON GIRA!!” Manco fosse ‘na trottola, l’economia…

Già una cosa salta all’occhio: che tv e giornali (e lo stesso governo) cercano di personalizzare molto la vicenda, incentrandola tutta sul nome-spauracchio GELMINI. Bersaglio facile per studenti delle superiori che han voglia di saltare la lezione, e comodo specchietto per le allodole per evitare di mettere in luce tagli pesantissimi che provocherebbero sommosse trasversali. Si urla tanto il nome Gelmini e si finisce per perdere di vista chi sono i veri mandanti dei vari assassini. L’Università italiana è uccisa dalla legge 133, una manovra esclusivamente finanziaria per mano di Tremonti e fatta passare quasi sotto silenzio nel luglio scorso.

Fatta questa distinzione tra i vari decreti, chiedo allora a Serena di spiegarmi cosa comporta il decreto di MariaStella.


Serena spiega:
Per quanto riguarda il decreto Gelmini posso solo dire che si continua a cambiare, senza mai Riformare davvero. Ma io mi chiedo come mai ci mettano una laureata in giurisprudenza ad occuparsi di scuola (non si riesce a capire come mai nessuno si voglia occupare di ciò che realmente gli compete). Magari si sarà fatta aiutare dalla mamma maestra per queste sue mirabolanti nuove idee… visto che si torna indietro di 50 anni!

Entrando nei dettagli?
Vabbè, mi limito a qualche considerazione. L’introduzione della legge sull’autonomia (L. 59/97, DPR 275/99 + Rif. Titolo V della Costituzione che definisce il rapporto Stato/Regioni) dovrebbe essere intesa come autonomia degli insegnanti e alunni, valorizzando le potenzialità. Spetta allo Stato definire gli obiettivi, i traguardi, le competenze e i termini dell’organizzazione generale. Ma per la prima volta si dà alla scuola possibilità di progettualità integrando per il 20% il curricolo statale. Viene azzerata l’immagine dell’insegnante-impiegato, essendo richieste competenze di tipo organizzativo-gestionale e relazionale (con gli alunni ma anche con l’esterno, favorendo reti tra le scuole). E qui sorge il problema della formazione degli insegnanti, che attualmente è a dir poco lacunosa. Per non parlare degli insegnanti di sostegno, i quali dovrebbero essere attentamente preparati, dovendo affrontare situazioni ancor più complesse. A nessuno deve essere negato il diritto di sviluppare al meglio le proprie potenzialità.
E’ qui che bisognerebbe concentrare le energie, costruendo un apprendimento che duri tutta la vita, lontano dal nozionismo puro. La scuola dovrebbe imparare a tessere rapporti con la realtà sociale e col mondo del lavoro, facendo della Competenza qualcosa di contestuale e concreto: la capacità di utilizzare le conoscenze nella soluzione operativa di problemi, rimanendo aperti a una molteplicità di soluzioni. Il valore della creatività. Ma evidentemente è più importante il grembiulino…

Ci sarebbero milioni di motivi per protestare, quindi. E allora mi chiedo se la mia comatosa città, si stia dando da fare, perchè, messi come siam messi, una “non-protesta” (mi) impressiona quasi più di una sacrosanta protesta. Domani vi racconto che aria tira a Ferrara, partendo dalla Facoltà di Ingegneria, noto feudo dell’Indifferenza.

7 Responses to “Mentre muore l’Università (e la scuola) italiana”


cribbio
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