Mentre muore l’Università (e la scuola) italiana / 2

(Parte 1)

Facoltà di Ingegneria a FerraraNel laboratorio all’ultimo piano di Ingegneria a Ferrara incontro Silvia. Lei è qui da quattro anni, conosce abbastanza le facce in giro e passa molto tempo in facoltà. Saprà sicuramente se gli studenti abbiano avuto perlomeno un sussulto in questi giorni altrove tumultuosi.

Come ha reagito la tua facoltà alla protesta dilagante?
Semplice: non è successo nulla. Le lezioni proseguono regolarmente, non ho visto l’ombra di un volantino. Nei giorni scorsi alcuni rappresentanti di una lista studentesca davano via pane e nutella nell’atrio della facoltà.

La vita procede tranquilla a Pleasantville. Si prendono appunti, si dorme nelle ultime file, ci si fionda al bar nelle pause pranzo. Protesta? Per cosa? Gelmini? Chi? Parole sconosciute per chi si impegna duramente in esami spacca-cervello. E io che ho passato 7 anni lì dentro posso confermare: il cervello lo spaccano sul serio. Gli studenti non sanno, e se sanno, non gli interessa granchè.
Non si vedono in giro volantini o manifesti che preannuncino eventuali manifestazioni. I dottorandi proseguono il proprio lavoro e nemmeno da loro che dovrebbero essere maggiormente colpiti dai tagli, si alza una voce dissidente. Tutto tace.

Tu perchè non protesti?
Perchè sono completamente rassegnata. Non credo in nessuna ipotesi ragionevole di cambiamento, ogni segnale è contrario e rende vano ogni tentativo di protestare. Io punto a laurearmi più in fretta possibile e sloggiare da questa valle di lacrime. Non si possono cambiare le cose. L’ho capito sin da quando ero matricola.

I muri di Ingegneria sono immacolati, a parte i soliti annunci di stanze libere. Non ci sono striscioni appesi alle finestre, non si odono urla scomposte. Ingegneria a Ferrara è l’estrema sintesi di una situazione molto italiana. La protesta non parte se non è alimentata da micce estranee: ci vuole la politica, gli interessi di parte, le spinte personali. Un comico che urla sul palco, un presidente che salga su un predellino. Lo scempio in sè non è mai sufficiente per una indignazione rumorosa, fino a quando lo scempio non entra in casa tua senza bussare. Il problema di Ingegneria è proprio l’assenza di micce esterne, e se ci fossero, verrebero ignorate: siamo dunque al limite emblematico del Caso Italiano.

Il fatto è che in questa facoltà si fa veramente fatica ad andare avanti e superare gli esami, e la protesta qui non trova terreno fertile. Il confine tra aridità e materiale impossibilità ad accogliere il seme del dissenso è molto più sottile di quanto si creda. Quanti di noi vorrebbero scendere in piazza ma la vita quotidiana, con i suoi impedimenti, li sottrae e li tiene legati, a covare ulteriore insoddisfazione che alimenta una protesta sempre più impossibile a causa di quelle stesse catene?
Un circolo vizioso che si autoalimenta e tiene in scacco non soltanto una facoltà o un’università. Tiene in scacco l’intera società.

Ad uno dei pc del laboratorio trovo Nino. Si sta specializzando, è quasi al termine dei suoi lunghi e faticosi studi. Gli chiedo se sia al corrente della situazione di disagio dell’università, e mi risponde che qualcosa al telegiornale ha sentito. Gelmini e Legge 133 non gli suonano estranei, ma francamente non ha voluto approfondire: tra poco uscirà di lì e si imbarcherà per mari altrettanto perigliosi, tra le onde della Precarietà.
Gli impegni impellenti di studio alimentano il vento della rassegnazione. Mi riporta voci di ipotetici scioperi tra i professori, ma tali sono, voci lontane che non lo turbano. Ormai non c’è più molto da fare.

La non-protesta la si respira ovunque tra le aule di Ingegneria. Qui la politica non è mai entrata, e non è dunque mai riuscita a fare da detonatore per moti di rivalsa. A questo si aggiunga la totale apatia e indifferenza di chi è immerso nel vortice individuale delle proprie vite, schiacciate da esami troppo difficili o semplicemente da “altro di meglio da fare“. Prima ancora della rassegnazione, viene l’indifferenza verso qualcosa che non li riguarda: perchè appare immodificabile, un elemento dello sfondo e come tale, ineluttabile. L’università che diventa un temporaneo recinto.

Non c’è proprio speranza di sentire schiamazzi tra i pc dei laboratori? Andrea, al primo anno della specialistica in Ingegneria Informatica, mi ribadisce di no:

Quali sono i motivi, secondo te, di questa non-protesta?
Siamo rassegnati. E soprattutto, siamo anche terribilmente ignoranti in materia. Non sappiamo nemmeno cosa stia accadendo. Poi bisogna tenere presente l’oggettivo altissimo livello di difficoltà degli esami da affrontare. Lo studente molto semplicemente fa i suoi conti. Pensa che se protesta, non studia, e se non studia, poi non potrà presentarsi di fronte al prof ed evitare la bocciatura.
Infine, ma forse è il problema principale, c’è una grandissima confusione
.

Non avete capito per cosa si protesta o non riuscite a mettervi d’accordo tra di voi?
Qualcuno che vorrebbe protestare ci sta, ovviamente. Tanti sono incazzati. Ma ancora non abbiamo capito bene le dimensioni del problema. Prendi la Legge 133, per esempio. Valla a leggere, e vedrai che è assolutamente ambigua, non specifica alcuni passaggi chiave riguardo ai tagli. Per dire… c’è una scarsissima informazione riguardo alle cause della protesta. Ci vorrebbe qualcuno che spiegasse le cose, e organizzasse soprattutto chi vuole protestare. Qualcuno che guidi questa protesta. Da qualche parte deve partire, per incanalare il resto. Non so… dovrebbe partire dai dottorandi, oppure dai rappresentanti degli studenti.

Qualche crepa nel muro omertoso di Ingegneria si apre. Andrea non avrà le idee chiare sulla riforma, ma pare avere inquadrato bene la situazione. Anche a Ingegneria ci si interroga, ci si guarda attorno e si avanzano perplessità. Per esempio mi cita, tra i vari problemi della nostra università, l’imbarazzante avanzata dei test a crocette, per imitare il famigerato Modello Americano. Peccato che si traduca nel classico italico scimmiottamento, perchè degli Stati Uniti si importano solo le croci, e non le stellette sulla bandiera. Dice: Se infatti si allentano le maglie della fase didattica, dall’altre parte non si attua la seconda parte del modello, un aumento dei soldi destinati alla ricerca: là nei laboratori lo studente inesperto può permettersi di bruciare un circuito 1000 volte finchè non impara, qui no, qui ricerca e prova sul campo non si fanno. O si fanno solo grazie alle aziende, pronte ad allungare le mani su carne fresca“.

Andrea mette tanta carne al fuoco, e manda in crisi la mia amara convinzione sugli ambienti di Ingegneria. Una massa critica, silenziosa quanto la controparte a-critica, esiste: mescolati all’indifferenza si agitano occhi vivi e preoccupati. L’accenno alla Confusione che regna tra questa parte di studenti consapevoli solleva quindi altri dubbi in me. Perchè non si sta organizzando nulla, se qualcuno indignato per la situazione esiste, e non è il solo? E’ un adeguarsi al sentimento maggiormente diffuso di rassegnazione, o ci sono altri motivi? Soprattutto: dove sono finiti i rappresentanti degli studenti, coloro che il tempo per difenderne i diritti, visto che sono stati eletti apposta, dovrebbero avercelo?

Spostandomi al bar troverò alcune risposte. Seduti a un tavolino infatti, ci sono alcuni perplessi studenti di Civile che manifestano i propri dubbi a un esponente della lista studentesca maggioritaria, Student Office. Mi unisco timidamente alla conversazione e capisco come i guai non vengano soltanto dal basso, dalla base. Anche chi ci rappresenta ha le idee abbastanza confuse, come tenterò di spiegarvi nel prossimo post.

(Continua)

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