La Valle.

I luoghi, tutti i luoghi, hanno un potere intrinseco. C’erano varie cose che m’ero dimenticato, della Valle. Cose che adesso, essendoci tornato dopo un’assenza di dieci anni, mi sono ricordato. Leggere in silenzio, sotto il piumone, alle undici di sera, mentre qualcosa nel legno della casa stride e fa rumore: ecco, questa è una. Il freddo che ti fa saltellare sulle punte dei piedi, le orecchie ghiacciate e il mento che, se arricciato, impiega più tempo del normale a tornare alla posizione di partenza. Lo speck appena tagliato dal contadino: fette giustappunto prelevate dal culo del suo maiale – il SUO maiale, non il maiale di un altro – ancora umide di grasso, che come te le appoggi sulla lingua ti spillano fuori la saliva come certe persone carismatiche sanno fare con la verità. Dieci anni. Non ero mai stato, finora, in un luogo affezionato da cui ero mancato per così tanto tempo: non mi era mai capitato un ritorno del genere e devo dire che è stato affascinante. Non particolarmente gradevole, se devo essere sincero. Riabbracciare persone che non ti vedevano da quando eri un bambino, inevitabilmente fa sì che il loro sguardo appuntito ti cavi via un certo nocciolo della questione dall’anima, vale a dire: sì caro mio, anche tu stai morendo pezzo a pezzo. Deglutire non basta: la moralità della vita può raggiungerci nei posti più impervi, al freddo, a duemila e passa metri sul livello del mare. I vecchi guardano i giovani e trovano conforto nel capire che quella condanna fatta di catarro di notte, artrosi e aritmia, non è una punzione destinata a loro soltanto.

Cose che non sono cambiate da allora: il colore dell’erba, lo zainetto rosa dei miei genitori, il coltello per affettare il pane di papà, le erre arrugginite degli uomini e delle donne, la luce del sole continuamente frastagliata dall’ombra gettata dalle sagome dei monti. La mia indecisione al momento di compilare un assegno: gli zeri dopo la cifra scritta a lettere, vanno anche loro scritti a lettere? Cose che sono cambiate da allora: stavolta ho guidato io, all’andata e al ritorno, tortura che mi sono personalmente imposto, proprio in virtù di quella pazzesca pacca sulle spalle che la vita ti dà quando ritorni in un posto caro che non vedevi da un millennio, guarda caso il millennio che più di ogni altro millennio futuro e passato ha contribuito a creare l’uomo che sei. Voglio dire che guidare io stesso, con mio padre seduto di fianco e mia madre dietro, ecco, m’è sembrato quasi un modo per dire alla Valle: ehi senti un po’, lo so cosa stai cercando di farmi, sono pronto, guardami, non vedi che ho le mani tutte e due ben strette sul volante? Non ci incontriamo da dieci anni e so benissimo quanto te quello che sono diventato nel frattempo, perciò non. Mi. Fregherai. Altre cose che sono cambiate: le rughe sulla fronte e sotto il collo di G., che però, nel frattempo, non ha perso neanche un po’ di tutta quella bontà che c’ha negli occhi: ogni volta che lo guardo camminare pesante – in fondo è un omaccione – mi chiedo com’è che ci riescano, certe persone, a rimanere sempre così distaccate da tutto quanto il resto, come pesci, meravigliosi pesci, che nuotano sotto la coltre spessa del ghiaccio, così vicini che li potresti toccare, ma d’altra parte del tutto impossibili da sfiorare. Ancora: le leggere meches sui capelli di M., che tradiscono qualche fermata di troppo alla parola “tinta”, lì dal parrucchiere o dov’è che vanno le donne quando smettono si sorridersi allo specchio. Il fatto che V. sia diventata una donna, io che l’ho vista nascere e crescere, il fatto che abbia bevuto un whiskey sauer con lei, il fatto che abbia guidato, e benissimo, la mia macchina, anche se questo, shhhhh, non si può dire.

La Valle, naturalmente, è rimasta la medesima: certo il progresso, alla fine, ha raggiunto pure lei, che quando ci ha accolti per la prima volta non aveva neanche una cabina telefonica da offrirci e noi dovevamo andarcene in giro con le mani infilate nelle tasche delle giacche a vento, su e giù per le salite, pur di trovare un cavolo di telefono a scheda funzionante. Tornavamo a casa coi polmoni bruciati dal freddo e aspettavamo anche mezz’ora prima di sfilarci i guanti dalle mani. Tutto per una telefonata: adesso tutta quella gente da chiamare è morta o ci ha fatto qualcosa per cui non ne vale più la pena e, in generale, è molto ma molto difficile che ci rimanga qualcuno per cui ci possa venire voglia di fare tanta strada al freddo, è una questione evolutiva, come i cellulari, o i centri fitness dove prima c’erano solo vecchie botteghe, ognuno si ritrova con le cicatrici che si merita e perciò, ecco, progresso o disincanto, io e la Valle, ho capito questo, dieci anni dopo siamo quantomeno pari.

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