Prendete una giraffa.

Temo di aver capito questo e cioè che la violenza, da un punto di vista squisitamente estetico, è bellissima. Da giorni, ormai, guardo i video degli scontri di Piazza Navona. Quelle scene mi hanno letteralmente rapito, generando in me una sensazione sempre più strana, finché a un certo punto ho pensato che quel tipo di violenza è stupenda perché gode di un’istanza estetica unica. I volti tirati sono bellissimi, la concentrazione, perfino, perché per perpetrare violenza – almeno quella di piazza, intendiamoci, è di quella che sto parlando – ci vogliono grande concentrazione e passione, due elementi che sono stati propri dei guerrieri o dei grandi eserciti di un tempo e che, non a caso, esprimono indiscutibile bellezza.

Di sicuro la violenza è struggente. Perfino i fascisti di Blocco Studentesco che serravano le fila davanti ai bar del cazzo di Piazza Navona, quelli che infinocchiano i turisti con birre a 12 euro, li ho trovati bellissimi a vedersi e mi sono sorpreso, mandando avanti e indietro le immagini, ad invidiarli. Ho invidiato il loro coraggio, la loro unione, sì, soprattutto quella, l’unione, le grida univoche e decise. “Non indietreggiate!“, “Che nessuno avanzi! Non siamo qui per provocare!“: questo fomento mi ha fatto cambiare posizione sulla sedia, colpito, stordito, improvvisamente, da tanta ammirazione estetica, laddove una persona normale, attraversata da pensieri normali, avrebbe dovuto provare orrore, dissenso o, meglio ancora, fermarsi ad analizzare solo l’istanza ideologica di quanto stava vedendo, non quella estetica, perché quella estetica, spesso e volentieri, come la commozione, l’idolatria o l’eccitazione sessuale, può suggerire pensieri sbagliati, falsati, di parte o, come in questo caso, peccaminosi addirittura.

Ocio: non mi sento particolarmente maschio o aitante nel dire che trovo questo tipo di violenza “di piazza” bellissima. E’ più o meno il tipo di emozione che in voialtri potrebbe suggerire la visione di una giraffa durante un Safari: un meccanismo del tutto naturale. Prendete una giraffa. Se a voi piacciono le giraffe – e anche a me piacciono, intendiamoci, la prima giraffa che vidi allo zoo, da bambino, con quella lingua blu lunghissima, mi comunicò una serie di emozioni talmente vasta che la ricordo tutt’ora, dall’orrore per quell’organo molliccio e sproporzionato dentro la bocca, e di un colore pazzesco per di più, all’amore per il collo inverosimilmente lungo, maculato e alieno -, se a voi piacciono questi animali buffi e grandi, allora a me piace, e da morire, l’istanza estetica della violenza. Siamo pari, no? Tra l’altro, mi viene da riflettere, se a voi piacciono le giraffe, è molto probabile che vi piaccia guardare le giraffe e per fare questo, poter guardare le giraffe in santa pace da vicino, anche voi, di fatto, avete avallato una violenza, la violenza di andare da una giraffa e catturarla come King Kong, portarla nel cosidetto mondo civilizzato, nutrirla di croccantini e piazzarla dietro uno steccato. Perciò questo fatto di mettersi sempre lì a dire nooooo allaaa violeeenzaaaaaa, secondo me, è un modo come un altro per dire beebopalula o kjslksdjfldkfj; insomma, occorrerebbe forse rifletterci per più di quei tre secondi, a proposito della violenza, ogni tanto, ed è proprio quello che ho fatto io, osservando ad libitum le immagini di Piazza Navona. Ho riflettuto sulla violenza di piazza, fino a capire perché mi stesse dando tante emozioni. In effetti è molto semplice: la trovavo esteticamente rilevante quanto una tela di Caravaggio. (sarà un caso che i più grandi quadri dell’umanità o sono rappresentazioni religiose o sono rappresentazioni di battaglie?)

Ogni volta che vedo giovani incazzati e violenti, dentro di me balugina un sentore di nuova speranza. Mi metto lì a pensare che, dopo tutto, come già diceva qualcun altro ben più saggio e importante di me, è stata proprio la violenza, nel corso dei secoli, a sistemare le faccende più intricate degli uomini. Mica la pace. La pace è solo una conseguenza della violenza, non un’alternativa. Proprio come una giraffa dietro uno steccato, idolo e sogno di tanti bambini, è la conseguenza di una violenza e una terriricante coercizione avvenuta precedentemente a migliaia di chilometri di distanza. Si potrebbe fare un discorso simile per le Nike che abbiamo ai piedi o per il Nesquik che mettiamo nel latte la mattina: la violenza sta ovunque, atrocemente, però è soltanto quella dei grandi primi piani distorti e immortalati dai giornali che crea scompiglio nelle anime dell’elettore medio; è soltanto l’icona di un volto sanguinante nella folla che brandisce una mazza o un casco per la difesa di un pezzo di territorio che fa fare “no” con la testa ai lavoratori dentro ai tram. Sono solo i tifosi che si assiepano sotto le curve a scatenare l’ipocrita. Giusta o meno che sia e, probabilmente, non dico di no, la violenza è strategicamente una cazzata, resta la questione della Bellezza.

D’altra parte, sentite: siamo bravissimi a frenare ogni capacità critica di fronte a un sacco di altre situazioni, una giraffa in gabbia, appunto, il nuovo modello di Nike, gli abusi certificati della Nestlé; perfino dietro una rosa rossa di quelle che i bangladesi vendono a due euro nei centri storici delle città, perfino lì dietro si nasconde una scia di sangue, abusi, sfruttamenti umani e ambientali che farebbero rabbrividire il nazismo – lo so perché ci ho fatto un documentario per Rai Educational – eppure il nostro spirito critico si fossilizza, in questi casi, non agisce, ci limitiamo all’istanza estetica della cosa, cioè un Luminoso Fiore Rosso che faccia luccicare gli occhioni già belli della nostra spasimante, una graziosa giraffa la domenica mattina, eccetera eccetera, e andiamo avanti lungo i binari piccolo-borghesi della nostra proficua giornata, sentendoci al riparo dallo sguardo di Dio Onnipotente.

Invece, bum, guarda un po’, una spranga sollevata in cielo ci sconvolge, le urla dei facinorosi da stadio ci perplimono e ci fanno immediatamente fare un passo indietro per dire: ah no! Io non sono come loro!, e il bello è che lo diciamo andando via camminando su scarpe Nike intessute da undicenni vietnamiti e poggiamo i piedi sull’asfalto dove i nostri Suv fanno più morti dell’eroina. Semmai l’indomani butteremo delle pile alcaline dentro il secchio della carta straccia. Provate anche a voi a mettervi davanti a questo tipo di violenza – la violenza di piazza, quella dei centri sociali e di Blocco Studentesco, o scegliete voi quale – attivando, però, solo la capacità estetica di giudizio, non quella ideologica; ovvero mettetevi davanti a questo tipo di violenza proprio come vi porreste nei confronti di una giraffa, di un paio di Nike o di una rosa rossa e giudicate da voi l’effetto che fa. Poi, giuro, avrete di nuovo il permesso di annodarvi al collo il bel guinzaglietto da Brave Persone che vi siete scelti per fare bella figura davanti al prete la domenica mattina. In fondo siete stati battezzati.

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