Adorava l’America


Adorava l’America. La idolatrava smisuratamente.
Cassius McLain Sr. non si allacciava più le scarpe da solo dal settembre 2001, più o meno da quando lui e sua moglie avevano appurato che il povero Maurice ci aveva lasciato le penne su quella Ovest: da lì il Parkinson aveva accelerato quella che il Dr. Lance chiamava la Curva Pericolosa e buonanotte al secchio. L’ultima volta aveva rifiutato il deambulatore, quattro anni fa. L’ultima volta. Dall’ultima volta un sacco di cose erano diventate impossibili: allacciarsi le scarpe, appunto, portarsi un cucchiaio di fiocchi d’avena alla bocca senza versare tutto il latte sulla tovaglia, bere più di tre sorsi d’acqua filati senza sentire un sibilo preoccupante nel fondo della gola, avere una minima idea di chi fosse quella negra col foulard rosso sulla testa che tutte le mattine gli sollevava prima una gamba e poi l’altra, comprendere perché il suono della parola “papà” gli facesse arrivare allo stomaco uno strano senso di vertigine. Ma l’America no. Un’America migliore si poteva ancora fare. Un’America dove ai figli onesti fosse richiesto tanto coraggio e sacrificio ma non di sapere volare. Si infilò nella cabina numero 3, con la negra poco distante e sua moglie che aspettava sulla sedia a rotelle: la ragazza che gli esaminò i documenti elettorali aveva qualcosa come settant’anni di meno e, all’incirca quando Maurice provava a volare, lei rovesciava il suo primo barattolo di smalto al lampone sul parquet. Quando gli disse: “Prego Signore, di là”, Cassius McLain Sr. rispose soltanto: “Maurice”. Poi qualcuno gli domandò di mettersi in posa per una fotografia e lui si voltò annaspando, pieno di speranza. Probabilmente aveva capito un’altra volta fischi per fiaschi.

Adorava l’America. La idolatrava smisuratamente. Disse loro: “E’ per il nostro Paese! E’ per il nostro Paese!”. Ma gli sbirri non l’ascoltarono e dalle ricetrasmittenti arrivò, preciso, sibilante, l’ordine di fermo. Vendeva bandierine a stelle e strisce senza licenza davanti a un seggio elettorale della Florida: “Dio benedica l’America! Dio benedica l’America!”. Anche il suo sciovinismo era senza licenza e il suo accento ispano americano sapeva di mare, povertà e ferite rimarginate. Jorge Ferreira conosceva bene il significato di Oceano Atlantico, sapeva che l’acqua alta può avere denti e salite e discese e, sopra ogni cosa, comprendeva il significato di ciascuna di quelle singole 90 miglia dalla punta di Varadero fino a Miami, la distanza minima possibile tra la sua detestabile isla e la Terra che suo padre gli aveva infilato nel cervello finché aveva avuto fiato e forze per ripeterlo. Ci aveva scritto anche una canzone, che si chiamava proprio così, “90 millas”: per cinque anni l’aveva composta segretamente e l’aveva provata in casa, con la sua strana voce in falsetto, alzando al massimo il volume della televisione per non farsi sentire da fuori. Con le manette ai polsi provò a sorridere ai due mastodontici sbirri, che erano americani, che sapevano fin dentro l’ultimo cromosoma cos’era l’uguaglianza e la libertà: ma ogni emozione sembrava infrangersi sulle lenti robuste dei loro occhiali da sole a specchio. Diciotto ore dopo, buttato in una stanza, con le braccia insensibili fino alle spalle, ricordò una frase che suo padre, che aveva combattuto alla Baia dei Porci dalla parte che riteneva più giusta, ripeteva sempre, tutte le sere, quando a casa conteggiava le banconote che aveva racimolato rifilando servizi dozzinali ai turisti. Sul tavolo, con la faccia di Fidel nel televisore – quella barba sotto al basco se la sarebbe ricordata per sempre – suo padre scuoteva la testa e non guardava negli occhi nessuno. Aveva le unghie sporche e le nocche consumate, come sfregate da una pietra pomice, e quando il conteggio del ricavato giornaliero si interrompeva sempre un momento prima che potesse diventare interessante davvero, suo padre diceva: “Borron y cuenta nueva”. “Borron y cuenta nueva”. Lo sussurrava tra i denti, come una parola magica sospesa sopra un pentolone di un alchimista, ancora e ancora, mentre riconteggiava il totale fino alla nausea. Punto e a capo, significava.

Adorava l’America. La idolatrava smisuratamente. Abigail Montessoy credeva che l’America fosse una questione sentimentale, nient’altro. Quando suo marito, l’ex tenente colonnello Sgt. Barnes Lupus, quella mattina si girò dall’altra parte del letto, dicendo col suo tono fermo, incontrovertibile, che non l’avrebbe accompagnata a votare, esattamente come quattro anni prima, lei non fece altro che tirargli le lenzuola fino a scoprirgli i piedi nudi e le gambe secche e poi lo lasciò lì, a strillare che questo non era una cosa matura da fare. Per niente matura. Abigail aveva 78 anni e tutto il diritto di fare precisamente quello che credeva fosse giusto per lei. Si preparò un caffè molto caldo mentre in camera da letto suo marito si sforzava di russare il più forte possibile per trasudare un disinteresse assoluto che anche quello, in un modo del tutto particolare, era americano. Camminò per due chilometri e mezzo con un passo fiero, appoggiando il suo bastone al centro esatto delle pietre. Respirò con tutta la forza dei propri polmoni avvizziti dal fumo l’aria perfetta americana, e salutò persone che non aveva mai visto prima, perché anche quello era americano, anche quello era una questione d’amore: acquistò una bandierina insieme a una barretta di cioccolato ai cereali e camminò lungo la distanza che la separava dalla sua destinazione. Si era messa fard, ombretto, un leggero rossetto rosa e la collana di sua madre, 45 cm netti di perle di Tahiti che sferragliavano contro i bottoni del suo cappotto pesante: Abigail Montessoy si sentiva viva perché poteva fare del bene per il proprio Paese, l’America sul cui suolo aveva messo a camminare diciannove figli e 114 nipoti. Pensò a suo marito nel letto, pensò alla sua perenne zoppìa. Pensò alle sue pantofole che strusciavano per casa, facendo quel rumore lì. Pensò che per quanti giri la Terra avesse ancora in destino di compiere, ebbene, ci sarebbe sempre stato ad abitarla un essere umano a cui lei, proprio lei, aveva accordato il dono dell’esistenza. Il bastone della donna si posò sull’asfalto e poi un’altra volta e un’altra volta ancora. Avrebbe espresso il proprio voto per amore dell’America e poi avrebbe comprato i fagiolini al mercato. Era esattamente quello che avrebbe fatto.

Adorava l’America. La idolatrava smisuratamente. Perché aveva i giochi, perché aveva i negozi di giocattoli più grandi del mondo, perché le costruzioni erano di un giallo luminoso che sembravano fatte con pezzettini di luna, perché ogni angolo era perfettamente sicuro, perché il giardino davanti alla sua casa era sempre verde e la cassetta della posta aveva una bandierina che scattava da sola verso l’alto quando qualcuno ci infilava dentro una busta, perché i suoi amichetti si chiamavano George Jr., Pauline Jr., Chris Jr., Montgomery III, perché c’erano le salite e le discese di San Francisco e le scale antincendio del Greenwich Village, perché suo padre guadagnava 180mila dollari l’anno e la madre altrettanto e lui poteva stare tutto il giorno con una baby sitter che si chiamava Angelica e che faceva cose stranissime con una carta di credito sul tavolino di cristallo del salone, perché la sua casa aveva scale e il suo cane una gigantesca cuccia di legno col il nome intarsiato sopra a caratteri gotici, perché suo fratello aveva 13 anni e sua sorella 49, perché nella sua cameretta c’era un baule autentico dei pirati con le spade e le pistole giocattolo e un doppio fondo in cui sua madre infilava alcune bottiglie di vodka moskovskaya, perché i poliziotti che passavano davanti alla sua villetta salutavano sempre toccandosi la visiera del cappello con le dita, perché alle 3.33 di notte squillava spesso il telefono e tutti si mettevano a urlare e poi la mattina, al tavolo della colazione, era come se non fosse mai successo nulla, perché aveva quattro bagni pieni di specchi, perché poteva guardare sul televisore i cartoni animati via cavo, perché a cinque anni sapeva fare lo spelling di “David Letterman” e perché David Letterman in persona gliel’aveva fatto fare, lo spelling, in diretta televisiva, durante un late show natalizio, perché c’era Dio che comunque avrebbe rimesso le cose a posto pure se andavano veramente male, perché sarebbe cresciuto senza lo spauracchio della guerra, grazie agli investimenti nelle armi, perché mamma e papà uscivano di casa senza dire una parola e rincasavano quando Angelica lo aveva già rimesso a letto, perché quella mattina in cui tutti gli adulti d’America andavano a cambiare il mondo con le bandierine alla mano e i cuori veloci, per lui era soltanto martedì.

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