Meg Ryan, Billy Boyd, New York.

[Dedicato a chi ha pensato,

almeno una volta nella vita,

che non poter morire per amore

sia un peccato.]

Meg Ryan, se la guardi bene, ma molto bene, attentamente, e col cuore leggero, assomiglia spaventosamente a Billy Boyd, l’attore che ha interpretato, tra gli altri, Pipino, nella Trilogia de “Il Signore degli Anelli”. Ha la stessa boccuccia a triangolo e i medesimi occhi, un identico naso adunco e perfino in certi atteggiamenti Meg Ryan ricorda tantissimo Billy Boyd. Recentemente, rivedendo “Harry ti presento Sally”, mi sono subito reso conto di due cose: la prima è che Meg Ryan e Pipino sono identici, la seconda è che io amerei incondizionatamente, e più di qualsiasi altra donna della realtà o del cinema, la Meg Ryan di “Harry ti presento Sally”, nonostante in certe espressioni, soprattutto quando piange e ordina al ristorante o si abbassa gli occhiali sulla punta del naso, o sorride ironicamente di qualcosa che in realtà non la fa sorridere per niente, diventi identica a Billy Boyd, verso il quale non nutro alcuna passione sentimentale. Quella Meg Ryan lì, solo quella Meg Ryan lì, è fantastica: non so se Rob Reiner, il regista, fosse innamorato di una donna simile quando, insieme ai suoi collaboratori, scrisse la sceneggiatura del film, io glielo auguro perché deve essere semplicemente bellissimo amare una donna in grado di indossare dei pantaloni a scacchi con tanta disinvoltura, comunque sia resta il fatto che io una così la prenderei e comincerei, tutti i giorni, ad auspicare di essere esattamente l’uomo fatto apposta per lei fino a sfiancarmi. La corteggerei così forte da farmi uscire il sangue dal naso.

Quella Meg Ryan lì io credo di amarla, proprio di amarla, come un ragazzino può amare la Stella della Senna, o Creamy, Lamù, o uno di quei personaggi dei cartoni animati in calzamaglia. La amo con la consapevolezza che non esiste una femmina del genere, perciò il mio sentimento è purissimo, incondizionato, senza tentennamenti. E’ un amore letterario, ideale, catastrofico. Quando sorride, quella Meg Ryan lì, e dalle labbra sottili spuntano solo le gengive e quasi mai i denti, a meno che il sorriso non sia veramente largo, e lei non sorride mai a tal punto, ebbene io la amo, senza dubbi. La amo di quell’amore che uno ne deve parlare con gli amici migliori subito, quella sera stessa, offrendo da bere a tutti, senza neppure sapere se si tratta di un amore ricambiato o meno. Amo quella Meg Ryan lì che ogni volta che sta per baciare qualcuno si blocca, come un cerbiatto che ha appena scoperto il proprio riflesso nell’acqua, e spalanca gli occhi perché si è ricordata di qualcosa e allora il bacio, quel bacio che stava per scoccare, un bacio importante o un bacio qualunque, si blocca, si interrompe, viene rimandato, come tutte quelle conversazioni che vengono spezzate dall’arrivo di un cameriere e mai più riprese.

Amo quella Meg Ryan lì, la amo in tutte le posizioni che lei mi obbliga a cambiare sulla poltrona mentre guardo “Harry ti presento Sally” e sono a disagio, in imbarazzo per tutto il tempo che improvvisamente mi pare di aver perduto dietro ad altre donne, la amo mentre ordina un Bloody Mary sull’aereo, tre quarti di succo di pomodoro e solo una spruzzatina di vodka, mi raccomando, solo una spruzzatina, la amo, la adoro, stento a tenere gli occhi da qualsiasi altra parte che non sia il suo viso, quando dice a Billy Christal: “Sembri una persona normale, invece sei l’angelo della morte”.


Improvvisamente sono in un museo delle cere, un museo delle cere incredibile, dove invece dei vari George Clooney, JFK, Adolf Hitler, Marlon Brando e Paris Hilton, sotto i faretti ci sono le sagome realistiche di tutte le donne che mi sono fatto piacere e in questo museo pazzesco ci sono io che giro intorno a queste statue di cera, mentre i turisti giapponesi scattano fotografie col flash nonostante i divieti appesi alle pareti. Ci sono io che guardo tutte queste statue di cera di donne che ho conosciuto, toccato, amato, le osservo, le studio e mi accorgo che tutte quante sono parafrasi di quella Meg Ryan lì, delle imitazioni, ognuna di loro ha almeno un vezzo, un pregio e un difetto di quella Meg Ryan lì, solo che nessuna è veramente come lei. Nessuna di loro riesce ad essere bellissima, attraente e imprevedibilmente femmina, essendo al contempo la fotocopia di Billy Boyd, il Pipino di Peter Jackson. Deve esserci una sala segreta in questo museo delle cere dell’altro mondo, anzi c’è di sicuro perché ci sono appena entrato dentro, e in questa sala segreta si possono fondere in un enorme calderone ribollente tutte le statue di cera delle donne che m’è parso di amare e il risultato che viene fuori da un bocchettone di rame è un’altra statua di cera identica a Billy Boyd, solo che non è Billy Boyd ma è quella Meg Ryan lì, quella del film, e io sarei in grado di cominciare immediatamente ad amare questa creatura strana, magra e incapace di mantenere lo stesso taglio di capelli per più di sei mesi e di indovinare un modello di pantaloni decente. La prenderei sotto braccio e la porterei via dal museo delle cere pazzesco, inseguito dai turisti cinesi e dalle guardie di sicurezza.

Dev’essere anche New York che me la fa amare in tal modo, non dico di no. Quella Meg Ryan lì è immersa in questa New York per la quale impazzisco. New York, d’altra parte, è la città che quando ci ripenso mi sembra di starmene lì a ripensare a una donna. Perciò mi succede in tutti quei film in cui New York è in qualche modo anche lei la protagonista, di innamorarmi perdutamente dei personaggi che vi si muovono all’interno: ogni volta che c’è una panoramica sull’Hudson River, sulla baia, sulla fila di moli romantici e invecchiati, i “pier“, dietro i quali si alzano le più moderne forme di civiltà e progresso, mescolandosi in un modo che non lo so nemmeno io come ma funziona benissimo, mi viene da abbracciarmi da solo come una di quelle eleganti signore infreddolite che camminano al vento, appena uscite da un locale chiccoso dopo un té caldo. Mi viene semplicemente da sospirare e dire: “Ah…” con tutta una serie di puntini sospensivi. New York è la città più bella, romantica, fredda, caotica, incantata e disincantata, crudele e accogliente che abbia mai visto, il posto che mi ha fatto sentire più a mio agio tra tutti quelli in cui sono stato, e credo che non sia molto diversa da una donna stupenda che ogni tanto assomiglia anche a Billy Boyd. Mandano note di Jazz dentro gli Starbucks, per dire. Quella è gente che sa come farti passare una bella giornata, ecco.

New York sa fare di questi giochetti, perciò dev’essere anche merito suo se amo a tal punto quella Meg Ryan lì. C’è una scena del film in cui lei e Billy Christal stanno parlando a Central Park e l’inverno è appena cominciato e ci sono tutte le foglie che girano e io lo so che quelle foglie sono state scaricate da poco da tizi in uniforme, lo so che ci sono enormi ventilatori per il vento e so che dietro quella faccia che io amo ci sta anche tutta una serie di persone, registi, truccatori, sceneggiatori, produttori con l’occhio all’orologio, so tutto, è davvero come l’amore, l’amore quello vero, so bene che è tutta una finzione, un gioco delle parti, uno splendido meccanismo che presto o tardi finirà, come tutte le cose belle finiscono, dai cornetti con la crema alla vita, ne sono consapevole, eppure quel vento posticcio, quelle foglie tirate fuori poco prima da giganteschi sacchi neri e fatte venire per corrispondenza dal New England, fanno ai capelli di Meg Ryan qualcosa di REALE che mi obbliga a sbattere gli occhi e stringere il telecomando col rischio di cambiare accidentalmente canale. La guardo, mentre perfino le ciglia mi sembrano amabili, e vorrei telefonarle per dirle dei miei sentimenti. Dirle, ehi Meg, se sei il 15% di quella Meg Ryan lì, allora senti, parliamone, perché io ti amo e non c’è un giorno della mia vita che non passerei architettando il modo per farti stare bene. Davvero dico. Mi senti? Com’è il tempo laggiù? Qui è sempre una merda. E’ proprio così che farei, sai Meg? Giocherei con la penna sul luogo di lavoro, schiacciando ripetutamente col pollice il tastino per far venire fuori la punta, clic clac clic clac, e penserei a un modo nuovo per migliorarti la giornata. Lascia perdere che non sono un attore di Hollywood, che non ho un parco macchine da collezionista egiziano, lascia stare: tu devi solo pensare ad essere il 15% della Meg Ryan che interpreti nel film “Harry ti presento Sally” e io ti assicuro, in cambio, un amore perfetto, il primo amore della terra. E sesso, naturalmente. Tanto sesso, oppure pochissimo, anche niente, mai, a seconda di come ti senti.

Ci sono io, sono di nuovo in quel museo delle cere pazzesche. Non so perché ci sia tornato. Forse la Meg Ryan che ho portato via sottobraccio era difettosa e ho intenzione di cambiarla. Forse a un certo punto mi sono stufato anche di lei. Oppure è stata una sua scelta. Magari è l’ansia. L’ansia che io abbia fuso, tra le tante, anche la statua di cera della donna giusta. L’ansia di non essermene accorto. L’ansia, ancor maggiore, che non se ne sia accorta lei. Succede tutti i giorni in tutti i posti che esistono. Non combino granché, stavolta, nel museo delle cere dell’altro mondo. Me ne gironzolo un po’ con le mani dietro la schiena e mi allargo due o tre volte il collo alto del maglione perché mi fa pizzicare la barba. Fuori una grande macchina del vento mi sbatacchia sul viso delle bellissime foglie gialle autunnali: sono bucherellate, sembrano fatte di pizzo. Una voce mi dice di andare avanti, un tizio col megafono mi strilla qualcosa. Io non riesco ad obbedire agli ordini. Mi fermo e qualcuno si infuria. C’è uno sbattere in terra delle cartellette e alcuni fogli di appunti volano via. Una voce ordina di spegnere quelle dannate macchine del vento. Proprio così dice: dannate. Resto fermo in questo freddo autunno newyorchese e l’unica cosa che mi riesce di pensare è a quanto rideremmo insieme, quella Meg Ryan lì ed io, se un giorno a cena le dicessi, posando il bicchiere sulla tovaglia bianca, ehi te l’ha mai detto nessuno che assomigli a Billy Boyd?

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