Waiting for Happyfania

Forse, ho superato anche queste di feste. Lo dico un po’ spaventata, come se mi potesse portare sfortuna dirlo solo ora, chè la befana deve ancora arrivare. Come se potessero inventare delle nuove feste, ora, qua, solo per farmi un dispetto.

Questi ricongiungimenti forzati, acquerellati, bucolici, che finiscono spesso in grottesche commedie del non detto, mi creano un’ansia inimmaginabile.

E poi, immagini televisive che scorrono a fiumi nelle case dei più anziani progenitori, odori strani, cibi killer, mandrie di gente per strada, conversazioni stucchevoli rubate ai passanti, per sbaglio, per il principio della propagazione delle onde sonore, luci, rituali; paura, un senso di antisocialità che cresce in me dicembre dopo dicembre.

Giuro, non sono snob, che sicuramente è un pensiero che va preso in considerazione.

In compenso, sono molto spaventata. Una paura strana, irrazionale, che mi coglie a sorpresa negli attimi in cui mi abbandono alla festività dilagante.

Quest’anno però ho fatto qualcosa per reagire. Me li sono segnati, sì sì, così posso tentare di capire, tracciare un’ipotetica linea rossa che li lega tutti quanti. Ho scoperto per esempio che molti shock natalizi li subisco dal mio divano di telespettatrice: la prima volta che ho sentito Mike Bongiorno sbiasciare quella canzoncina in inglese con Fiorello di fianco che fingeva di essere divertito, non ho parlato per un po’, il cuore mi batteva in gola e i miei occhi erano sgranati oltre il loro naturale limite. O aver rivisto Sandra Mondaini in tv, quando la credevo scheletro e sottoterra, anche quella è stata un bella batosta.

Ho notato anche come sia stato complicato per me avere un rapporto sereno con le strade, i negozi, le librerie, i bar di Ferrara; sono rimasta nascosta in un angolo buio di un negozio, un pomeriggio, perché i troppi sconti nel reparto ciapapolvar avevano reso aggressive un paio di signore convinte che quell’utile portacandele dovesse finire nel rispettivo cesto dei doni. Un’altra volta, sono rimasta paralizzata in una libreria dove tre ragazze cercavano a caso un sentito regalo per i loro parenti, unico limite quello pecuniario, e le vedevo spulciare agguerrite ogni angolo, aspettando persino, come condor, il momento in cui io avrei smesso di leggiucchiare il libro che avevo tra le mani per sottoporlo al vaglio dei regali potenziali.

Vedete, proprio faccio fatica, non lo faccio apposta come quelle persone che si vede che hanno la spocchia del Natale, perché non è trendy o non è chic. E’ che questo cartonato di umanità, queste facce di poliuretano espanso che ti si avvicinano bavose per augurarti cose che non ti vogliono augurare, questi cumuli di plastica e ceramica e carta e tessuto che ti si accumulano inutilizzate in camera per la generosa profferta di qualche educato estraneo, a me fanno spavento. E’ come il carnevale, ma ci si prende sul serio. E’ come il compleanno, ma non il tuo. E’ come un evento famigliare da festeggiare, ma senza che ci sia un festeggiato. E allora non capisco.

Perfortuna però, tra due giorni è la Befana. Così, forse ho superato anche queste, di feste. 

Saggezza popolare: viva viva l’epifania che tutte le feste si porta via. O meglio, come ho appreso dagli ultimi spot, Happyfania.

(Aiuto).

1 Response to “Waiting for Happyfania”


  • Ok, è fatta dai, siamo sopravvissuti anche a questo ciclo. Ogni anno diventa più facile (fare finta di niente e dimenticarsi dell’esistenza delle feste) e più difficile (riuscire a non farsele tornare in mente). Mi è capitato di fare gli auguri, oddio, di dire “auguri” a qualche cassiera o commessa durante il periodo delle feste, forse per cortesia oppure perchè da bambino ho visto troppi film americani, e il panico compariva sul loro volto afflitto da turni festivi. Alcune/i non capivano, altre fingevano di non sentire oppure replicavano con grugniti semi-offesi, altre ancora sorridevano stupite e credo fossero sinceramente contente. Da oggi smetterò di importunare le cassiere (e i cassieri), promesso.

cribbio
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