Tentativi di integrazione in Italia

c_71_article_1106436_image_list_image_list_item_0_imageA Venezia, in una calle stretta e non troppo battuta nei pressi di Rialto, un ottimista ragazzo di origini magrebine ha aperto il suo negozio di pizza al taglio circa un mese fa. Ne ho seguito gli sviluppi compiaciuto: dai lavori di restauro, alle pulizie all’apertura. Per qualche giorno l’ho visto attendere invano qualche cliente appoggiato al bancone, davanti ad un triste cumulo di pezzi invenduti e dall’aria comunque poco appetibile. Nel tentativo di attirare clientela priva di qualsiasi pregiudizio razziale ha messo fuori una grande bandiera italiana a penzolare. Il giorno dopo per quel poco che ho visto il negozio languiva nonostante il tentativo di essere un piccolo nuovo artigiano italiano.
Qualche giorno dopo è comparsa la scritta PIZZA a pennarello nero nella fascia bianca del nostro tricolore. Ancora niente clienti: bancone stracolmo di pizza e nessuno in vista.
Da due settimane il negozio è chiuso. I casi sono due: o è andato a studiarsi come impastare una pizza che non sia spessa 10cm, o si è demoralizzato troppo presto.

* * *

Sulla scia dell’odio sempre crescente verso immigrati, clandestini, barboni e poveracci in genere, nel clima di totale diffidenza verso qualsiasi persona dall’aspetto appena un filo diverso dal nostro, sempre a Venezia, nei pressi di San Simeon Piccolo, un barbone chiede la carità ad un angolo della strada e offre un servizio ai turisti che passano in cerca della stazione: “Per di qua”, indica con il dito, supponendo tutti vogliano andare proprio li e sperando in una piccola ricompensa in cambio. Per fugare ogni dubbio anche al più diffidente dei passanti ha scritto un cartello che tiene davanti alla ciotolina per le monete con giusto due parole: “Sono italiano”. Quel cartello mi mette una tristezza addosso che non potete immaginare: vorrei abbracciarlo e rincuorarlo che non c’è assolutamente niente di male nell’essere straniero.

4 Responses to “Tentativi di integrazione in Italia”


  • Posto che di sicuro questo non era anno per impiantare attività commerciali a Venezia la concorrenza di pizza al taglio kebab e simili è talmente spietata che se il tuo cibo fa schifo puoi essere di qualsiasi colore ma nessuno capiterà da te se non qualche ingenuo turista.
    Ti ricordo che nei pressi di Rialto negli orari di punta non esistono calli poco battute perchè la mia città vomita turisti da ogni angolo.
    Proprietari di pizza al taglio, kebab e falafel buoni sono eroi nazionali tra noi giovani alla ricerca di cibo a prezzi contenuti e di sicuro la mandria di giovani locali fa caso solo a quel che mette in bocca, come la sottoscritta tralaltro e se ha chiuso sarà perchè la sua pizza faceva schifo, la nazionalità l’avrai notata tu perchè volevi notarla.

    Peraltro, piccola nota metodologica, la bandiera italiana con la scritta pizza chiamasi stratagemma per attirare i turisti stranieri e sottolineerei le miriadi di turisti stranieri che transitano per Venezia e han necessità di vedere la pizza con adeso il tricolore per sentirsi veramente in Italia a mangiare la pizza, di solito indica anche una pessima qualità del luogo e una sua vocazione a un pubblico di turisti polli da spennare altra ragione per cui luoghi e gestioni di questo genere hanno vita molto molto breve.

    Scusa ma la triste e lacrimevole storia della bandiera contro i pregiudizi razziali in una città dove una percentuale quasi bulgara di esercizi commerciali espone tricolori per attirare allocchi pronti a pagare follie per nutrirsi mi fa venire il voltastomaco.
    Guarda caso tutti gli altri tricolori e tutti gli esercizi che hanno chiuso o cambiato gestione non li noti e ne trovi uno ogni due passi con l’aria di crisi che tira.

    Seconda nota metodologica: se tu dovessi chiedere l’elemosina attaccato alla stazione dei treni, in mezzo tra due terminal anche tu scriveresti sul tuo cartellino “sono italiano” o “italia” o qualcosa sui generis. Perchè là passano gli stranieri e gli stranieri come vedono Italia tirano fuori il portamonete, che sia una fetta di pizza, una gondolina avvolta nel tricolore o la classica magliettina con scritto i love Italia e con sotto Venezia. O forse tu pensi che uno che sta là tutti i giorni sulla traiettoria dei turisti vada in cerca della compassione di quei quattro gatti locali che siamo?
    Non so se te ne sei accorto ma Venezia vive di turismo e il marchio Italia fa parte della strategia che ognuno adotta per portare acqua al suo mulino.

    Scendi dal pero e riserva le tue dietrologie pseudorazziste a cittadine dove scrivono “crediamo in Dio” sui sacchetti del cinese da asporto che in questa città fanno tutti la loro sporca parte per tirare avanti secondo la santa legge del dio marketing.
    Ognuno a suo modo.

  • Mi sa che hai travisato il senso del post: la mia era tenerezza per i tentativi goffi di entrambi di farsi notare, non una critica verso la città e i suoi abitanti, o i turisti. Come ho scritto: il pizzaiolo sembra fare una pizza piuttosto scadente e quindi per quello non ha molta gente, inoltre la posizione è proprio infelice. Anche se ci passa gente davanti è talmente minuscolo da cadere in un punto cieco, non si nota che c’è se non dopo esserci passato davanti. La bandiera italiana a me pareva un modo carino di mettere un segnale di presenza, di dire “Ehi ci sono anche io” indipendentemente che fosse per un turista o chiunque altro. Ho notato la sua provenienza perchè lo vedo spesso triste e scoraggiato davanti a questa moria di clienti. So perfettamente che ci sono kebab e altri stranieri che con le loro pizze al taglio lavorano un sacco: quindi il problema non è certo la provenienza del pizzaiolo ma la qualità del prodotto. Ergo: mi spiace per lui, spero non pensi che il problema sia altro dalla sua pizza di 10 cm.

    Riguardo il barbone che chiede la carità invece non è il tipo di persona che descrivi tu: non è il marchio italia che fa guadagnare, è semplicemente una persona che italiana non è, al massimo vive qui da molti anni, e mette un cartello per impietosire, fosse anche il turista. Non è business, è un disagio suo nel puntualizzare che anche lui fa parte della città, come i gondolieri, i taxisti e i venditori di maschere. Deve scriverlo perchè lui capisce che può non sembrare così, ad un primo sguardo. Sente la necessità di esporre il cartello: il che è triste per me, ma ammetto di dispiacermi anche per piccole cose a volte.

    Infine, la chiosa finale del tuo commento è ridicola e campanilista, e punto primo, Ferrara non è una cittadina ma è grande come Venezia e fa il triplo dei suoi abitanti, e punto secondo, se un’attività commerciale mette slogan ridicoli non ne va del nome dell’intera città.

  • Tra l’altro ha riaperto ieri, pare. Se ti va, verso l’una e mezza possiam beccarci da Rialto e andare a provarlo di persona, così gli diamo i suoi primi euri di incasso e testiamo se è buona o meno la sua pizza… :-p

  • Il secondo tizio ricorda da vicino un mendicante “storico” di corso Venezia a Milano, a meno di un centinaio di metri da piazza S. Babila (io lo ricordo lì almeno dal ’98-’99). Questo signore si è sempre presentato con una serie di cartelli scritti a pennarello, per illustrare la sua situazione. Da un certo momento in poi, capìta l’aria che tirava, ha cominciato a mettere in evidenza “Sono italiano”. Ma dev’essere che non è bastato. A quel punto, il genio del marketing, uno che conosce bene i suoi polli, che sa di stazionare in una zona in cui Libero vende più di Corriere e Repubblica messi insieme, ha piazzato il carico da undici: “NON SONO COMUNISTA”. E allora come fai a non allungargli uno o due euro.

cribbio
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