Tra il dire e il fare c’è di mezzo un abbonamento a Sky

E’ domenica pomeriggio, piove, e insomma un post lungo e inutile mi pare particolarmente appropriato al momento.

La cosa sorprendente del Diventare adulti non è tanto il Diventarlo per davvero (lo diventano tutti, anche quelli che vengono colpiti dalla Sindrome di Peter Pan), quanto il Rendersene conto. E non fare nulla per modificare questo processo. Un po’ come la teoria del Tempo in Lost: whatever happened, happened.

Uno capisce anche che sta diventando più reazionario, o più nostalgico, o più insofferente, ma tutti i tentativi di resistenza sono vani, inutili. Avverte la pigrizia che si fa largo tra le pieghe (o piaghe?) dei venerdì sera, eppure lentamente cede e anzi, pensa di essere una persona migliore perchè “inizia ad ascoltare il suo corpo e i segnali che manda”. Il suo corpo ogni giorno più vecchio, sì. Passiamo la vita a costruirci la nostra torre d’avorio, con i muri trasparenti alcuni, con lastre di cemento armanto altri, sempre più alta e inaccessibile fino a quando le voci che si sentono sul fondo appaiono lontane, o fuorvianti: comunque, non ci riguardano più.

Diventare adulti assomiglia molto a diventare individualisti: si esce dal gruppo per farsene uno tutto nostro: famiglia, convinvenza, singletudine. E mentre tiriamo su i muri dei nostri Nidi, vomitando come rondini ai nostri figli quello che mangiamo, ci sentiamo appunto più realizzati, perché “finalmente stiamo costruendo Noi stessi”: tra mille ostacoli, lacci e lacciuoli come lo stipendio da precari che ti costringe un altro anno in più a casa dei tuoi, ma poi un contrattino arriverà, e arriverà l’appartamento in affitto o il mutuo. E infine “potrò finalmente sentirmi libero”.

Non c’è niente di soprendente in questa inesorabilità. L’aspetto più curioso invece è il Rendersene conto. Quando avevo quindici anni e me ne stavo ore disteso a letto con le finestre chiuse di camera mia alle 4 di pomeriggio, non sapevo che stavo attraverso la nota fase adolescienziale dello Scazzo. Ora che dal lunedì al venerdì delego al lavoro 10 ore della mia giornata (tra lavoro effettivo e spostamenti), so perfettamente cosa sta capitando: che sto diventando adulto, che ho meno tempo libero e meno voglia di godermi quel poco che me ne rimane. E mi guardo attorno, leggo gli status del mio centinaio di amici su facebook, e tutti sono lì a lamentarsi già da lunedì mattina, agognando il fatidico Sabato del Divano. Alcuni iniziano domenica pomeriggio (io il venerdì sera).
Eppure mansueti ci prestiamo al gioco della laurea più stage più contratto più convivenza più eccetera senza battere ciglio, e anzi ne siamo tutto sommati compiaciuti. Un prestarsi al proprio destino da far invidia ad Abramo.

Ora, la mia non vuole essere una tirata filippica alla Silvano Agosti contro la società moderna, lo sappiamo tutti che non si vive (dovrebbe vivere) per lavorare ma il contrario. Non è questo il punto. Il punto buffo della vicenda è la passività. L’accogliere quasi col sorriso sulle labbra, o con lacrime di coccodrillo, il decadimento morale (non fisico) di noi stessi, quasi ne avessimo bisogno per fare quello che ci riesce meglio: lamentarci. Avere nostalgia.

Siamo talmente pieni di nostalgia ovunque che quasi rimpiangiamo i tempi della DC e del PCI, rispetto all’era berlusconiana. Rimpiangiamo le abitudini medievali di spostarci a cavallo, in confronto al mondo inquinato di oggi. Rimpiangiamo i vinili e i cd comprati rispetto alla possibilità di avere tutte la musica del mondo comodamente (e gratuitamente) sul pc di casa.

I trentenni sono nostalgici ambulanti che non fanno altro che rimpiangere età dell’oro, i famigerati anni ’80, con i loro cartoni animati, i loro vestiti improbabili, qualsiasi cosa marchiata “passato” che ci ricordi come eravamo e rimuovi la consapevolezza di come invece siamo ora. Che forse il problema sta tutto lì. Ma la nostalgia è ormai sport nazionale anche in età più basse. I 25enni su facebook rimpiangono i tempi delle medie e fantasticano su cene di classe che non verranno mai organizzate. Addirittura i 18enni rimpiangono la loro pubertà che nemmeno ne sono usciti. Un’estate fa è già mito, un giocattolo d’infanzia è già un pezzo di Storia.

Prendiamo il Calcio, per esempio. Oggi ci si lamenta che gli stadi sono vuoti, che è diventato uno sport per mafiosi, venduto completamente al buzinezz. Si è venduto l’anima e le mutande alla tv, che lo trasmettono 24 ore su 24 grazie alle parabole di Sky. Come sono lontani i bei tempi in cui il calcio erano le partite ascoltate alla radio, tutte rigorosamente di domenica pomeriggio. E poi i gol su Raiuno a 90 Minuto, Paolone Valenti e gli improbabili inviati delle sedi regionali Rai, su Raidue alle 19 una sintesi con la telecronaca di Brunone Pizzul, Domenica Sprint con quella sigla dal testo incomprensibile (la scoperta di “vivaviva il goleador” arrivò solo grazie a elioelestorietese e la gialappa’s). Di calcio in tv se ne vedeva poco, pochissimo, eppure ci si sembrano giorni splendidi, irripetibili. Oggi vediamo tutte le partite, ma non c’è la stessa magia, la stessa atmosfera. Ed è vero, così come è vero, tuttavia, che se mi avessero comunicato una domenica pomeriggio che potevo vedere in diretta Inter-Juventus, magari con degli amici attorno e una birra, avrei subito calpestato e ridotto a pezzi la radiolina. Senza nessun rimorso nostalgico.

I tempi d’oro potrebbero tornare subito: basterebbe disdire l’abbonamento a Sky, riprendere in mano la radio, guardare i gol solo a 90 minuto come i poveracci che non hanno il satellite. Non è difficile tornare al passato: basta tagliare tutte le nostre attuali ricchezze. Così come non sarebbe difficile ridurre l’inquinamento: basterebbe usare la bicicletta, evitare di andare a Bologna a ballare, compiere altre rinunce. Nessuno lo fa però. Nessuno si amputa le gambe perchè così si risentirebbe di nuovo alto come quando era bambino. Siamo dipendenti dalla nostalgia, il nostro personale animale domestico da accarezzare ma tenere legato al guinzaglio.

Si impiegano così tante energie nervose, emotive e retoriche per ricordarci come eravamo e dimenticarci come siamo. Non si fa praticamente nulla per correggere i tanti difetti delle nostre esistenze e si rimpiange sistematicamente qualcosa che mai più potrà essere (e che magari non era nemmeno così idilliaco).
Ci vorrebbe la nostalgia del Futuro: ti ricordi come saremo?

3 Responses to “Tra il dire e il fare c’è di mezzo un abbonamento a Sky”


cribbio
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Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
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