Le paure di uno scrutatore

A Ferrara, domenica e lunedì, si vota di nuovo. Ballottaggi e referendum, sai com’è.   Piccoli traumi per i giovani scrutatori. E’ vero che non si fa granchè e si viene pure pagati, ma conteggiare i voti, guardare le schede, fare una piccola summa della situazione elettorale di ogni singolo seggio, sono attività che lasciano un piccolo solco nell’Io collettivo (credo) dell’esercito contante. Vedete, per qualsiasi persona che non è completamente indifferente alla situazione politica nazionale, andare a votare rappresenta una gioiosa festa democratica. E per uno scrutatore veder nascere una moderata coda fuori dal seggio fa tubare di stupore; per la coscienza civica, chiaro, che spesso ci raccontano essersi spenta senza tante sofferenze, riposi in pace. Timbrare, registrare, indicare la cabina, consegnare quel plico di schede colorate grandi come otto kleenex, possono essere un picco di orgoglio democratico che manifesta con una strabordante gentilezza verso l’elettore di turno. A volte succede però che tutto questo, col senno di poi, si tramuti in un grottesco e viscerale odio per se stessi. E’ vero che è democrazia e che è giusto votare come meglio si crede. E’ vero che potere popolare uber alles. Ma tant’è, un rapido moto di astio epidermico per tutte le persone che hai accolto imbabolata come una demente, coglie spesso e volentieri l’impavido conteggiatore. Per un attimo, non c’è più razionalità. Perchè aprire le schede e vedere quello straripare di voti – per me – senza senso, ti fa vedere con occhio diverso l’anziano signore che nonostante gli acciacchi dell’età, si è recato al seggio per esprimere il suo democratico volere (alla faccia dell’elettorato giovane che invece che al seggio si reca al mare per votare miss Malua, sbrodolando spritz con un accento da vaccaro). Pensi, che se è stato anche lui a votare così, ah beh, poteva rimanersene a casa. Non fraintendetemi, non auspico una selezione naturale dei votanti a mio gusto e piacimento, ma sto tentando di fare capire come il sospetto si infiltri, sgradevole e pungente, nella psiche di uno scrutatore ingenuamente speranzoso. Un sospetto che si fa urlante, man mano che procede lo spoglio delle schede. E’ come quando sei felice per qualcosa, e sei naturalmente propenso a manifestarlo e condividerlo col prossimo, e poi il giorno dopo, quando capisci che è andata male, ti senti solo e giustamente un coglione. Salutare con un sorriso ogni elettore è, oltre sintomo di una buona educazione, parte dell’ingenuo ottimismo che svanisce ad urne aperte. Ridere e scherzare, idem. I conoscenti che votano al seggio dove sei tu, beh, dopo, inizi a temere che, magari, anche loro..Mentre compili i registri, ci pensi, a tutte le facce che hai visto, come pensi alla fatica che sta facendo la tua mano nel segnare tutte quelle crocette rosse su quella lista lì. E non è una crocetta fatta con astio o una fatta con cura, tirando la diagonale da un angolo all’altro, a farti sentire meglio. Pensi che vorresti averceli sotto mano, ‘sti qua, e chieder loro perchè, miseria, PERCHE’ devono complicarti la vita. In cosa credono, e di cosa hanno paura, se si sentono parte di un disegno divino per farmi impazzire come uno scarafaggio in una scatola, o se invece per loro sono io fuori dalla umana creanza. Per questo, che parlo delle paure di uno scrutatore. Perchè a pensare che io domenica sarò di nuovo lì mi dà quella sensazione di terror-panico che solo davanti alla porta dell’ambulatorio del medico riesco ancora a provare.

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