Monthly Archive for October, 2009

L’uomo che corre

l_amore_per_manoUno degli istinti innati nella natura umana è quello della competizione. Poi è questione di carattere: c’è chi in ogni piccola cosa della sua vita deve rivaleggiare con qualcuno o qualcosa, e chi semplicemente vorrebbe ma lascia perdere per pigrizia o perché spesso non c’è da ricavarne alcunché. Tuttavia a volte intraprendiamo ugualmente sfide stupide, perché istigati alla competizione, o per lo sfizio di vedere fino a che punto riusciamo ad arrivare.

Qualche sera fa attraversando il poco raccomandabile giardino intorno al grattacielo muovevo a grandi passi verso la piazzetta dove avevo lasciato la macchina, di ritorno dalla giornata lavorativa.
Ad orari regolari ogni giorno un flusso di pendolari abbandona la stazione per tornare a casa, esattamente come qualche ora prima vi era entrato sparendo verso qualche destinazione più o meno lontana. Davanti a me un giovane allampanato cammina rapidamente e in maniera nervosa. Zainetto in spalla, giacca e pantaloni sportivi, sembra andare davvero di fretta rispetto gli altri stanchi uomini con la valigetta. Eccola la sfida stupida: riprenderlo, camminare più veloce di lui e superarlo per dimostrargli che sono più giovane, più prestante, più furbo. Devo fargli capire con un sonoro sorpasso lungo il vialetto dei giardini qualcosa come: “Ma dove corri, imbecille?”. Così, per il puro gusto di farlo.

Cammino più in fretta raggiungendolo e superandolo dopo pochi secondi. Lui non ci sta, e accelera evidentemente il passo punto sull’orgoglio da una sfida non richiesta. Mi sorpassa nuovamente ad una velocità assurda. Un uomo che marcia, più che cammina. Ha lo sguardo perso, è agitatissimo e sfrutta le sue scarpe da tennis per darsi uno slancio che ad ogni passo lo fa avanzare di oltre un metro. Un gigante. Gli tengo testa, provo a seguirlo ma dopo poco mi è chiaro che la sua andatura frenetica è troppo per me, e a meno di rendermi ridicolo correndo e annaspando avrei dovuto lasciarlo vincere la mia personalissima, ed inutile, sfida. Fottuto gigante. Un minuto dopo il ragazzo allampanato è già ai margini del giardino, e attraversa la strada in fondo buttandosi in mezzo al traffico con completa noncuranza. Poi lo perdo di vista e semplicemente penso ad altro.

Ieri sera uscendo dall’atrio della stazione muovevo a passo lento verso i giardini del grattacielo guardando con il naso all’insù il cielo ormai completamente buio anche per via dell’ora solare appena reintrodotta. All’improvviso sbuca dalle mie spalle il ragazzo allampanato, che cammina come un ossesso superandomi. Quando è appena due tre passi davanti a me, si gira indietro con la faccia sconvolta, continuando a camminare. Sembra aver visto un fantasma, e quel fantasma sono io o perlomeno qualcuno nella mia direzione. Si volta nuovamente e inizia a correre. 
Ma dove corri, gigante di merda? Va bene essere felice di tornare a casa ma così è troppo, arriverai tutto sudato, nessuno ti sta inseguendo e pure io non ho voglia di fare gare oggi! La lezione della volta precedente mi era bastata.
Così accelero il passo incuriosito, per capire dove corre e soprattutto perché. Il gigante corre e si ferma, si gira indietro di nuovo, rallenta un poco, poi di nuovo corre qualche passo. E’ nervoso e sembra un uomo in fuga. Poi un pensiero più semplice mi passa per la testa: forse deve prendere la coincidenza di qualche autobus. Forse è solo un povero diavolo che corre verso la fermata del tram che porta a casa sua, e un minuto di ritardo significa per lui attendere altri quindici minuti a vuoto. Tale conclusione mi accontenta al punto da lasciarlo andare, tenendolo d’occhio da lontano per vedere dove effettivamente si reca.

Sono ormai arrivato ai margini della strada da attraversare quando il gigante, dopo aver guadato il traffico in tutta fretta, si ferma di colpo in un punto imprecisato ai bordi della carreggiata. Aha – penso – ora aspetterà l’autobus! Ma non c’è alcuna fermata in quella zona. Non c’è proprio nulla.
Così attraverso anche io la strada portandomi più vicino a dove il gigante continua a sostare in piedi, mani in tasca della sua giacca sportiva e zainetto sulle spalle. E’ palesemente agitato. Mentre attraverso la strada, una ragazza sorridente va in direzione del mio frenetico rivale, ha anche lei uno zainetto sulle spalle e avvicinandosi a lui allarga le braccia in un gesto di scusa. Lui la saluta abbracciandola calorosamente, la prende per mano con la stessa foga dei suoi precedenti movimenti, e proseguono insieme lungo il marciapiede andando incontro alla sera, contenti e saltellanti come due adolescenti innamorati.

Un uomo, all’uscita dalla stazione, aveva corso per raggiungere il suo amore.

Sguardi sulla Côte d’Ivoire

cote

L’Africa, perché:

Il mese è ottobre, l’anno, il 2009. Come tanti europei, giovani, studenti, ho scelto anch’io di andare in Africa, in parte per una ricerca sul campo, in parte per motivi personali che tendiamo a considerare meno elevati che però spingono spesso le persone a viaggi altrimenti non programmati, a esplorare con occhi nuovi, quasi a trarre dall’esterno nutrimento per la vita interiore. Quindi, l’Africa, dove tutto è iniziato, alla ricerca delle radici del vivere e della verità letta nei volumi universitari. Per capire, profondamente, per esperire.
Dunque, la Côte d’Ivoire: un paese che sta uscendo lentamente e a fatica da una crisi economica che ha interrotto i sogni della società civile e che ha acuito i conflitti interni sfociati in una lunga guerra civile.

Ad Abidjan:

IL LAVORO – Mi trovo ad Abidjan a casa di amici che lavorano per la missione ONU, per intervistare politici, rappresentanti delle istituzioni internazionali, ma soprattutto della società attiva ivoriana, a proposito del loro vissuto, della situazione attuale e delle prospettive del paese. Al pari di ogni politico navigato, il presidente della Sorbonne (sorta di Agorà, o Speaker’s Corner a tema, dove molti giovani si riuniscono per sentire comizi sulla situazione nazionale e temi collegati, tenuti da rappresentanti di istituzioni o semplici cittadini) ci fa notare l’importanza delle parole nel designare i vari gruppi attivi nella regione. Per gli ivoriani la cd. “società civile” è legata ideologicamente ai partiti o viene da questi sovvenzionata, mentre le ONG e le altre organizzazioni indipendenti si definiscono membri della “società attiva”.
Contrariamente a quanto immaginato, fare interviste in questo paese è molto semplice e gli ivoriani sono felici di rilasciare dichiarazioni e dibattere con “occidentali” interessati alla loro situazione.
Abidjan è la capitale economica e per ora sede delle principali istituzioni ivoriane, in attesa di una ripresa e soprattutto del disarmo delle FAFN (Forces Nouvelles), il gruppo armato ribelle che controlla provvisoriamente il nord del paese, che renderà possibile il trasferimento delle attività rappresentative e diplomatiche a Yamoussoukro.
Le sedi dei partiti del paese sono tipiche case a un piano, con giardini ben tenuti e arredi anni ’70. Nessuno fa eccezione, tranne la sede del partito di maggioranza del presidente Laurent Gbagbo, che è ubicato in un palazzone di cemento in uno dei tanti quarteri popolari della città ed è sorvegliato da un quintetto di militari armati di kalashnikov che sonnecchiano sulla porta ma prontamente si risvegliano per introdurre i rari visitatori all’interno. I controlli constano generalmente di una sola domanda: avete appuntamento? cosa dovete fare? E si viene portati nell’ufficio della persona contattata. Come spesso accade, molto rumore per nulla.

IL CONTESTO – La prima volta in Africa, ogni cosa appare nuova, genuinamente. Per la prima volta sono immersa in quelle forme e quei modi di vita già sentiti nei racconti di chi c’è stato, letti o visti in televisione e in fotografia. E’ un atteggiamento che cerco di mantenere in ogni viaggio, ma qui non è necessario uno “sforzo” consapevole.
So di non trovarmi in un paese che ha mantenuto viva la tradizione delle popolazioni riunite dagli europei nel confine di un’entità artificiale poi chiamata Côte d’Ivoire, in nome di un’Ivoirité, un’identità fittizia ma funzionale alla creazione dello stato-nazione, imposta dall’alto dal trentennale presidente e padre della patria (in qualità di capo del governo, proclama l’indipendenza della Côte d’Ivoire nel 1960) Félix Houphouët-Boigny. Tuttavia, la Côte d’Ivoire è paradigmatica di molti stati ex-coloniali che oggi chiamiamo, a dispetto della loro reale condizione, in via di sviluppo. La Côte d’Ivoire, infatti, oggi mostra i segni del fallimento di uno sviluppo basato su un modello liberista fragile, in quanto legato alla produzione ed esportazione di alcune materie prime (nella fattispecie cacao e caffè), che con il crollo dei prezzi avvenuto negli anni 70 in seguito a trasformazioni dell’economia mondiale ha trascinato tutto il sistema economico in una crisi profondissima cui non si sono sapute dare risposte adeguate. Nel nord del paese, da sempre tenuto ai margini della grandeur e del benessere della parte meridionale, si assommano poi i segni lasciati dalla distruzione di villaggi ed edifici pubblici durante la guerra civile e dalla migrazione di persone verso luoghi più sicuri.

LA CITTA’ – Abidjan, oggi capitale informale del paese sembra, come ogni altra città sovraffollata del mondo, avere un ritmo autonomo, e di quel ritmo e con quel ritmo pare costringerti a vivere. La mattina tra le 7 e le 9 inizia il rumore assordante del traffico, fatto di mezzi pubblici e grossi fuoristrada piuttosto che di carrette private. Il clima è umido e lo smog si fonde con l’aria satura di umidità… Alzando lo sguardo da qualsiasi punto della città si scorgono ovunque gli ultimi piani dei palazzoni anni 60 e 70, della perla di Africa occidentale, accanto a quelli che ci sembrano mostri urbani (edifici concepiti come fenomeni isolati, ammassati senza alcun rispetto per le architetture circostanti) usciti dalla penna di qualche architetto europeo. Intorno, cumuli d’immondizia urbana esalano un odore penetrante e caratteristico, oleoso, che impregna l’aria e si avverte appena scesi dall’aereo. Una caratteristica che resta e torna alla mente inscindibile al ricordo ai paesaggi di questa città, fatti di venditori di strada, donne che vendono arachidi e banane abbrustolite ai lati delle strade, taxi Toyota Corolla quasi tutti di almeno 15 anni che sfrecciano senza alcun rispetto per i tanti pedoni, né per le regole di circolazione ordinata, quartieri vip abitati dalla galassia bianca che lavora per le organizzazioni internazionali e sede di negozi di vario genere e ristoranti, poi i quartieri dalle case basse e dalle vie che si contorcono tra le bancarelle dei mercati dove la gente tuttora trascorre le giornate degli ivoriani, dei libanesi…
La città, che si estende nella bellissima laguna che dà sul Golfo di Guinea, digrada dal Plateau, quartiere dei grattacieli, la Manhattan ivoriana, verso l’interno, dove vi sono le case basse dei cittadini africani, in cemento poi, più a margine, la baraccopoli. Dal quartier generale dell’ONUCI, ci fanno notare, si può scorgere l’inizio della baraccopoli al limite della città.
Nonostante non vedano di buon occhio i “bianchi”, tuttora simbolo del colonizzatore, gli abidjanesi sono molto disponibili a dare informazioni, aiutare in ogni modo, cercare taxi, riempirti la borsa della spesa… Inizialmente è un po’ imbarazzante (specialmente per chi è abituato a far da sé…).
Le grandi strade esterne a 3 corsie, retaggio dei tempi d’oro della presidenza Houphouët-Boigny, che costeggiano Abidjan sono il regno delle auto e delle “discriminazioni di ritorno” dei tassisti che praticano un prezzo nero e un prezzo bianco per la stessa tratta che va comunque contrattato prima di salire in auto (e che generalmente subisce variazioni al rialzo all’arrivo: il modo per arginare questo comportamento sarebbe far accendere il tassametro, ma essendo probabilmente tarato su prezzi in vigore anni fa, le corse risulterebbero più case e purtroppo ci si adegua visto che le finanze degli studenti come si sa non sono mai floride) e danno a tratti sulla laguna, sui palazzi delle varie istituzioni, sulle molte caserme (“gendarmerie”, “police”,…), su campetti da calcio di periferia. Insomma, gli stradoni si somigliano un po’ tutti.
La città a quanto vedo sembra essere lo specchio riuscito del sentimento degli abidjanesi. Sono profondamente antifrancesi eppure imbevuti di francité, sia nel loro modo di intendere il nazionalismo, sia nella grandeur che vorrebbero per il loro paese. Insomma, questo popolo, almeno in quest’area del paese, ha fatto della sua cultura un mélange inestricabile con quella del colonizzatore.
Musica e arte risentono molto di questa caratteristica. L’artigianato che noi definiremmo etnico è qui importato dal Mali e la musica è quella moderna che circola in tutto il mondo. Per sentire musica tradizionale si fa ricorso alle tradizioni di altri paesi, specialmente congolese (che gli abidjanesi riconoscono immediatamente). A detta di tutti i locali con cui ho avuto modo di parlare, di qualsiasi età ed occupazione, gli ivoriani, nonostante tutto, sono un popolo che “s’amuse”, balla e canta, e le malinconie suggerite dai ritmi di certe musiche tradizionali non gli interessano.

(continua…)

Il giorno in cui la notte scese due volte

“Cosa ci mettiamo in prima pagina?”
“Oggi non è successo un cazzo”
“Qualcosa dobbiamo trovare… furti? Rapine?”
“Niente, è agosto, cosa vuoi che succeda”
“Molestie? Stalking?”
“La gente è al mare, non sta a molestarsi”
“Zingari? Rumeni? Primo piano sui rumeni, eh?”
“Piantala”
“Il turismo allora… Fotona grande di ragazza seminuda al mare… ‘Tutti al mare'”
“Mi rifiuto. Possibile che non ti venga in mente niente?”
“Che dice la nota della questura?”

Quel giorno la nota della questura segnalava un ragazzo trovato in possesso di una ‘modica’ quantità di hashish. Ne trovano praticamente tutti i giorni, gente con un po’ di erba in tasca per farsi i propri spinelli. Robe da un modulo, qualche riga in fondo alla pagina della Nera.
Quel giorno però, non succedeva nulla. Eppure i giornali devono uscire lo stesso, anche se il mondo è stitico, o è impegnato a fare altro che produrre notizie per i quotidiani. Serviva un’apertura per la prima pagina di domenica.

Non è affatto vero che fare il giornalista sia il mestiere più divertente del mondo. Che ci si alza tardi alla mattina, che si vanno a vedere le partite gratis, che si è pagati per non lavorare. Fare il giornalista è molto, molto diverso da come viene dipinto, dall’ideale con cui vengono mandati a morire centinaia di giovani nelle facoltà di scienze della comunicazione.
Fare il giornalista significa, tra le altre svariate cose, interpretare il mondo anche quando il mondo dorme. Come intervistare uno che dorme, e prendere nota dei suoi gorgoglii mentre russa. Il giornale non è la realtà, è la riproduzione della realtà messa in piedi da gente come me, te, noi.

Quel giorno non era successo nulla, ma la domenica il giornale deve uscire lo stesso. Presero dalla nota della questura, questo ragazzo trovato con addosso un po’ di hashish. E lo sbatterono in prima pagina, con annessa fotona da urlo. All’interno, il servizio che spiegava con dovizia chi fosse questo ragazzo, le sue abitudini. Uno studente, sì. Ma uno studente drogato marcio. La verginità di un ragazzo stuprata dalle civette della domenica mattina.

Il giorno dopo, quel ragazzo ha collegato un tubo di gomma con lo scappamento della sua macchina. Ha avviato il motore, ed è rimasto lì, ad aspettare di morire. Ed è finito, per la seconda volta in pochi giorni, sulle prime pagine dei giornali.

La domanda è: si è ucciso per la vergogna dello sputtanamento? Ci starebbe bene proprio un primo piano, sulla faccenda.

Intanto, un giornalista e un documentarista di Forlì, hanno ricostruito l’assurda vicenda in un documentario, Il giorno in cui la notte scese due volte.

Qui, la ricostruzione della storia di Alberto.

Egocentrismo

Un uomo sale sul regionale per Venezia e chiede ad un altro già seduto:
– Va a Venezia?
E lui impassibile:
– No, mi fermo a Padova.

(successa realmente questa mattina sul solito regionale)

Probabilmente siamo davanti al video dell’anno

Grazie Maicol Cec Son, per darci la viglia e l’eclatanza, l’entusiasmo della vita vera!!!!

Suonare la suoneria

Nokia Tune è il nome della suoneria più diffusa al mondo. La conoscete tutti perchè è quella preimpostata su ogni telefonino Nokia da almeno dieci anni. Quello che forse non sapete è che si tratta di un adattamento di un brano classico per chitarra: Gran Vals di Francisco Tárrega. Nokia ne ha comprato i diritti e ha registrato il nome facendo diventare di fatto propria questa antica melodia. Quando in qualche ambiente pubblico suona un cellulare con Nokia Tune, automaticamente almeno dieci persone si frugano le tasche cercando il proprio. Provare per credere.

Questa sera in treno non so se era la stanchezza o qualche sorta di allucinazione, ma ad un certo punto sento suonare il solito Nokia Tune un po’ più a lungo. Nessuno risponde. Suona ancora e ancora. Altre persone come me si guardano intorno chiedendosi come mai nessuno risponda a questo telefonino. Poi lascio perdere e non ci penso più.
Quando il treno sta per giungere alla mia fermata, mi alzo in piedi, e mentre mi metto la giacca mi guardo intorno con fare annoiato poco prima di uscire: due poltrone dietro di me siede un simpatico ometto riccioluto con una chitarra classica e uno spartito aperto sulle gambe.

Su una carrozza di seconda classe del regionale Venezia-Bologna, noncurante del vociare e del frastuono delle rotaie, stava eseguendo per esercizio il Gran Vals. O il Nokia Tune, come riferirono molti dei presenti.

Tutto è già stato inventato, o quasi

fallin tshirt“Tutto è già stato inventato?” Chissà, forse non è proprio così vero. Perchè se è vero che i musicisti suonano melodie già scritte, i designers tracciano linee già esistenti e che la moda non fa altro che guardarsi indietro negli anni, per questa volta, siamo a noi, a scegliere che cosa indossare.

Fallin’ infatti nasce per dare la possibilità, a designers, pittori, studenti, architetti e chiunque altro under 40, di esprimere la propria creatività, attraverso un contest di idee con tema “il design metropolitano”, conclusosi il 28 febbraio 2009, che ha portato poi alla realizzazione di 6 t-shirts. Un lusso cosciente, una produzione interamente made in Italy, disegni giovani, freschi ed accattivanti.

E’ così che forse, abbiamo l’occasione di estraniarci dall’omologazione impostaci dalla moda, o dallo sfoggio pacchiano di griffes, perchè infondo siamo tutti un po’ “metropolitani”; viviamo la città ad ogni ora del giorno, magari passeggiando con le cuffie di un i-pod alle orecchie sentendoci nostalgici dei 60’s, 70’s e 80’s (e i bei tempi che furono?), o magari sorseggiando una Coca-Cola, pensando alle strade della Grande Mela, o a un qualche altro scorcio di mondo.
Di certo non siamo “migliori” degli altri, ma ci sentiamo “diversi”, e vogliamo che si veda.

Senso dell’umorismo e libertà di stampa. (un altro post in aggiornamento)

Prima di narrare le mia gesta in questa soleggiatissima domenica ferrarese dedicherò un paio di righe ancora alla giornata di venerdì.

La sera decisi infatti di concedermi un calice di Nero d’Avola prima del concerto di Vasco e mi recai quindi da Zuni.

Dentro al locale si stava svolgendo la presentazione di una mostra di fumetti molto carina, organizzata dalla casa editrice Ernest. La cosa davvero davvero bella, oltre ai fumetti, che erano realizzati in modo artigianale, con copertine in cartoncino e etichette fatte a mano, era la moltitudine di palloncini che volteggiavano per la stanza, reggendo il volantino di presentazione dei fumetti. Davvero adorabile.

Oggi sono di nuovo a Ferrara con appena cinque ore di sonno. Ri-gulp.

C’è sole, c’è caldissimo e soprattutto c’è tanta, ma tanta, ma tantissima, ma proprio una marea di gente.

Pensate che poco fa, davanti al Teatro Comunale c’erano non una, ma ben due file! Una per la conferenza delle 14.30 sull’Asia e una, della stessa lunghezza, per la conferenza delle 16.30 con Saviano (che comunque sarà trasmessa in video conferenza anche al Cinema Apollo).

Io, questa mattina, sono arrivata un po’ tardi e la conferenza che volevo seguire sull’Unione Europea era già piena, così ho ripiegato su quella sulla Crisi con Tito Boeri e Bill Emmott. Che dire? Tito sarebbe sicuramente un ministro dell’Economia molto più affascinante di Tremonti, e probabilmente anche più capace, ma tant’è.

Mentre cercavo di dormire sul comodo balconino vellutato del Teatro Comunale, cercando contemporaneamente di seguire la discussione, pensavo anche ai futuri sviluppi di questo Festival. Ma aspetto la fine della giornata per pronunciarmi dettagliatamente. E sono talmente stanca già ora che credo immetterò l’ennesima dose di caffeina della giornata nel mio gracile corpo.

Ah, il Trattato di Lisbona è passato, anche se Bill Emmott non era d’accordo!

Per molti ma non per tutti

Se ti metti in uno dei due fuochi dell’ellisse hai la possibilità di sentire qualcosa

Pelodia

Questa frase è stata pronunciata dopo tre ore di coda per provare a sentire Paul Ginsborg e Marc Lazar che parlano di Italia invertebrata. Quando arriviamo davanti al Teatro Comunale veniamo dirottati verso il cortile interno: la sala è piena, nel cortile c’è la diffusione audio.

la situazione nel cortile ellittico, in una pregiatissima foto fatta col cellulare

In sostanza, sembra un po’ di sentire la voce di dio che arriva dal cielo.

Sempre che la voce di dio sia uguale a quella di Gad Lerner.

Telegrafica

Buone notizie: molto interessante e suggestiva l’installazione Male magnum Male nostrum di Dario Lazzaretto.

Cattive notizie: niente spillette di mr. Wiggles.

Buffet

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Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)