Archivio mensile di ottobre, 2009

L’uomo che corre

l_amore_per_manoUno degli istinti innati nella natura umana è quello della competizione. Poi è questione di carattere: c’è chi in ogni piccola cosa della sua vita deve rivaleggiare con qualcuno o qualcosa, e chi semplicemente vorrebbe ma lascia perdere per pigrizia o perché spesso non c’è da ricavarne alcunché. Tuttavia a volte intraprendiamo ugualmente sfide stupide, perché istigati alla competizione, o per lo sfizio di vedere fino a che punto riusciamo ad arrivare.

Qualche sera fa attraversando il poco raccomandabile giardino intorno al grattacielo muovevo a grandi passi verso la piazzetta dove avevo lasciato la macchina, di ritorno dalla giornata lavorativa.
Ad orari regolari ogni giorno un flusso di pendolari abbandona la stazione per tornare a casa, esattamente come qualche ora prima vi era entrato sparendo verso qualche destinazione più o meno lontana. Davanti a me un giovane allampanato cammina rapidamente e in maniera nervosa. Zainetto in spalla, giacca e pantaloni sportivi, sembra andare davvero di fretta rispetto gli altri stanchi uomini con la valigetta. Eccola la sfida stupida: riprenderlo, camminare più veloce di lui e superarlo per dimostrargli che sono più giovane, più prestante, più furbo. Devo fargli capire con un sonoro sorpasso lungo il vialetto dei giardini qualcosa come: “Ma dove corri, imbecille?”. Così, per il puro gusto di farlo.

Cammino più in fretta raggiungendolo e superandolo dopo pochi secondi. Lui non ci sta, e accelera evidentemente il passo punto sull’orgoglio da una sfida non richiesta. Mi sorpassa nuovamente ad una velocità assurda. Un uomo che marcia, più che cammina. Ha lo sguardo perso, è agitatissimo e sfrutta le sue scarpe da tennis per darsi uno slancio che ad ogni passo lo fa avanzare di oltre un metro. Un gigante. Gli tengo testa, provo a seguirlo ma dopo poco mi è chiaro che la sua andatura frenetica è troppo per me, e a meno di rendermi ridicolo correndo e annaspando avrei dovuto lasciarlo vincere la mia personalissima, ed inutile, sfida. Fottuto gigante. Un minuto dopo il ragazzo allampanato è già ai margini del giardino, e attraversa la strada in fondo buttandosi in mezzo al traffico con completa noncuranza. Poi lo perdo di vista e semplicemente penso ad altro.

Ieri sera uscendo dall’atrio della stazione muovevo a passo lento verso i giardini del grattacielo guardando con il naso all’insù il cielo ormai completamente buio anche per via dell’ora solare appena reintrodotta. All’improvviso sbuca dalle mie spalle il ragazzo allampanato, che cammina come un ossesso superandomi. Quando è appena due tre passi davanti a me, si gira indietro con la faccia sconvolta, continuando a camminare. Sembra aver visto un fantasma, e quel fantasma sono io o perlomeno qualcuno nella mia direzione. Si volta nuovamente e inizia a correre. 
Ma dove corri, gigante di merda? Va bene essere felice di tornare a casa ma così è troppo, arriverai tutto sudato, nessuno ti sta inseguendo e pure io non ho voglia di fare gare oggi! La lezione della volta precedente mi era bastata.
Così accelero il passo incuriosito, per capire dove corre e soprattutto perché. Il gigante corre e si ferma, si gira indietro di nuovo, rallenta un poco, poi di nuovo corre qualche passo. E’ nervoso e sembra un uomo in fuga. Poi un pensiero più semplice mi passa per la testa: forse deve prendere la coincidenza di qualche autobus. Forse è solo un povero diavolo che corre verso la fermata del tram che porta a casa sua, e un minuto di ritardo significa per lui attendere altri quindici minuti a vuoto. Tale conclusione mi accontenta al punto da lasciarlo andare, tenendolo d’occhio da lontano per vedere dove effettivamente si reca.

Sono ormai arrivato ai margini della strada da attraversare quando il gigante, dopo aver guadato il traffico in tutta fretta, si ferma di colpo in un punto imprecisato ai bordi della carreggiata. Aha – penso – ora aspetterà l’autobus! Ma non c’è alcuna fermata in quella zona. Non c’è proprio nulla.
Così attraverso anche io la strada portandomi più vicino a dove il gigante continua a sostare in piedi, mani in tasca della sua giacca sportiva e zainetto sulle spalle. E’ palesemente agitato. Mentre attraverso la strada, una ragazza sorridente va in direzione del mio frenetico rivale, ha anche lei uno zainetto sulle spalle e avvicinandosi a lui allarga le braccia in un gesto di scusa. Lui la saluta abbracciandola calorosamente, la prende per mano con la stessa foga dei suoi precedenti movimenti, e proseguono insieme lungo il marciapiede andando incontro alla sera, contenti e saltellanti come due adolescenti innamorati.

Un uomo, all’uscita dalla stazione, aveva corso per raggiungere il suo amore.

Categorie: Personale, Racconti

Il giorno in cui la notte scese due volte

“Cosa ci mettiamo in prima pagina?”
“Oggi non è successo un cazzo”
“Qualcosa dobbiamo trovare… furti? Rapine?”
“Niente, è agosto, cosa vuoi che succeda”
“Molestie? Stalking?”
“La gente è al mare, non sta a molestarsi”
“Zingari? Rumeni? Primo piano sui rumeni, eh?”
“Piantala”
“Il turismo allora… Fotona grande di ragazza seminuda al mare… ‘Tutti al mare’”
“Mi rifiuto. Possibile che non ti venga in mente niente?”
“Che dice la nota della questura?”

Quel giorno la nota della questura segnalava un ragazzo trovato in possesso di una ‘modica’ quantità di hashish. Ne trovano praticamente tutti i giorni, gente con un po’ di erba in tasca per farsi i propri spinelli. Robe da un modulo, qualche riga in fondo alla pagina della Nera.
Quel giorno però, non succedeva nulla. Eppure i giornali devono uscire lo stesso, anche se il mondo è stitico, o è impegnato a fare altro che produrre notizie per i quotidiani. Serviva un’apertura per la prima pagina di domenica.

Non è affatto vero che fare il giornalista sia il mestiere più divertente del mondo. Che ci si alza tardi alla mattina, che si vanno a vedere le partite gratis, che si è pagati per non lavorare. Fare il giornalista è molto, molto diverso da come viene dipinto, dall’ideale con cui vengono mandati a morire centinaia di giovani nelle facoltà di scienze della comunicazione.
Fare il giornalista significa, tra le altre svariate cose, interpretare il mondo anche quando il mondo dorme. Come intervistare uno che dorme, e prendere nota dei suoi gorgoglii mentre russa. Il giornale non è la realtà, è la riproduzione della realtà messa in piedi da gente come me, te, noi.

Quel giorno non era successo nulla, ma la domenica il giornale deve uscire lo stesso. Presero dalla nota della questura, questo ragazzo trovato con addosso un po’ di hashish. E lo sbatterono in prima pagina, con annessa fotona da urlo. All’interno, il servizio che spiegava con dovizia chi fosse questo ragazzo, le sue abitudini. Uno studente, sì. Ma uno studente drogato marcio. La verginità di un ragazzo stuprata dalle civette della domenica mattina.

Il giorno dopo, quel ragazzo ha collegato un tubo di gomma con lo scappamento della sua macchina. Ha avviato il motore, ed è rimasto lì, ad aspettare di morire. Ed è finito, per la seconda volta in pochi giorni, sulle prime pagine dei giornali.

La domanda è: si è ucciso per la vergogna dello sputtanamento? Ci starebbe bene proprio un primo piano, sulla faccenda.

Intanto, un giornalista e un documentarista di Forlì, hanno ricostruito l’assurda vicenda in un documentario, Il giorno in cui la notte scese due volte.

Qui, la ricostruzione della storia di Alberto.

Categorie: Società

Egocentrismo

Un uomo sale sul regionale per Venezia e chiede ad un altro già seduto:

- Va a Venezia?
E lui impassibile:
- No, mi fermo a Padova.

(successa realmente questa mattina sul solito regionale)

Categorie: Varie

Probabilmente siamo davanti al video dell’anno

Grazie Maicol Cec Son, per darci la viglia e l’eclatanza, l’entusiasmo della vita vera!!!!

Categorie: Musica, Segnalazioni

Suonare la suoneria

Nokia Tune è il nome della suoneria più diffusa al mondo. La conoscete tutti perchè è quella preimpostata su ogni telefonino Nokia da almeno dieci anni. Quello che forse non sapete è che si tratta di un adattamento di un brano classico per chitarra: Gran Vals di Francisco Tárrega. Nokia ne ha comprato i diritti e ha registrato il nome facendo diventare di fatto propria questa antica melodia. Quando in qualche ambiente pubblico suona un cellulare con Nokia Tune, automaticamente almeno dieci persone si frugano le tasche cercando il proprio. Provare per credere.

Questa sera in treno non so se era la stanchezza o qualche sorta di allucinazione, ma ad un certo punto sento suonare il solito Nokia Tune un po’ più a lungo. Nessuno risponde. Suona ancora e ancora. Altre persone come me si guardano intorno chiedendosi come mai nessuno risponda a questo telefonino. Poi lascio perdere e non ci penso più.
Quando il treno sta per giungere alla mia fermata, mi alzo in piedi, e mentre mi metto la giacca mi guardo intorno con fare annoiato poco prima di uscire: due poltrone dietro di me siede un simpatico ometto riccioluto con una chitarra classica e uno spartito aperto sulle gambe.

Su una carrozza di seconda classe del regionale Venezia-Bologna, noncurante del vociare e del frastuono delle rotaie, stava eseguendo per esercizio il Gran Vals. O il Nokia Tune, come riferirono molti dei presenti.

Categorie: Personale, Racconti

Tutto è già stato inventato, o quasi

fallin tshirt“Tutto è già stato inventato?” Chissà, forse non è proprio così vero. Perchè se è vero che i musicisti suonano melodie già scritte, i designers tracciano linee già esistenti e che la moda non fa altro che guardarsi indietro negli anni, per questa volta, siamo a noi, a scegliere che cosa indossare.

Fallin’ infatti nasce per dare la possibilità, a designers, pittori, studenti, architetti e chiunque altro under 40, di esprimere la propria creatività, attraverso un contest di idee con tema “il design metropolitano”, conclusosi il 28 febbraio 2009, che ha portato poi alla realizzazione di 6 t-shirts. Un lusso cosciente, una produzione interamente made in Italy, disegni giovani, freschi ed accattivanti.

E’ così che forse, abbiamo l’occasione di estraniarci dall’omologazione impostaci dalla moda, o dallo sfoggio pacchiano di griffes, perchè infondo siamo tutti un po’ “metropolitani”; viviamo la città ad ogni ora del giorno, magari passeggiando con le cuffie di un i-pod alle orecchie sentendoci nostalgici dei 60’s, 70’s e 80’s (e i bei tempi che furono?), o magari sorseggiando una Coca-Cola, pensando alle strade della Grande Mela, o a un qualche altro scorcio di mondo.
Di certo non siamo “migliori” degli altri, ma ci sentiamo “diversi”, e vogliamo che si veda.

Categorie: Segnalazioni

Senso dell’umorismo e libertà di stampa. (un altro post in aggiornamento)

Prima di narrare le mia gesta in questa soleggiatissima domenica ferrarese dedicherò un paio di righe ancora alla giornata di venerdì.

La sera decisi infatti di concedermi un calice di Nero d’Avola prima del concerto di Vasco e mi recai quindi da Zuni.

Dentro al locale si stava svolgendo la presentazione di una mostra di fumetti molto carina, organizzata dalla casa editrice Ernest. La cosa davvero davvero bella, oltre ai fumetti, che erano realizzati in modo artigianale, con copertine in cartoncino e etichette fatte a mano, era la moltitudine di palloncini che volteggiavano per la stanza, reggendo il volantino di presentazione dei fumetti. Davvero adorabile.

Oggi sono di nuovo a Ferrara con appena cinque ore di sonno. Ri-gulp.

C’è sole, c’è caldissimo e soprattutto c’è tanta, ma tanta, ma tantissima, ma proprio una marea di gente.

Pensate che poco fa, davanti al Teatro Comunale c’erano non una, ma ben due file! Una per la conferenza delle 14.30 sull’Asia e una, della stessa lunghezza, per la conferenza delle 16.30 con Saviano (che comunque sarà trasmessa in video conferenza anche al Cinema Apollo).

Io, questa mattina, sono arrivata un po’ tardi e la conferenza che volevo seguire sull’Unione Europea era già piena, così ho ripiegato su quella sulla Crisi con Tito Boeri e Bill Emmott. Che dire? Tito sarebbe sicuramente un ministro dell’Economia molto più affascinante di Tremonti, e probabilmente anche più capace, ma tant’è.

Mentre cercavo di dormire sul comodo balconino vellutato del Teatro Comunale, cercando contemporaneamente di seguire la discussione, pensavo anche ai futuri sviluppi di questo Festival. Ma aspetto la fine della giornata per pronunciarmi dettagliatamente. E sono talmente stanca già ora che credo immetterò l’ennesima dose di caffeina della giornata nel mio gracile corpo.

Ah, il Trattato di Lisbona è passato, anche se Bill Emmott non era d’accordo!

Categorie: Attualità, Società

Per molti ma non per tutti

Se ti metti in uno dei due fuochi dell’ellisse hai la possibilità di sentire qualcosa

Pelodia

Questa frase è stata pronunciata dopo tre ore di coda per provare a sentire Paul Ginsborg e Marc Lazar che parlano di Italia invertebrata. Quando arriviamo davanti al Teatro Comunale veniamo dirottati verso il cortile interno: la sala è piena, nel cortile c’è la diffusione audio.

la situazione nel cortile ellittico, in una pregiatissima foto fatta col cellulare

In sostanza, sembra un po’ di sentire la voce di dio che arriva dal cielo.

Sempre che la voce di dio sia uguale a quella di Gad Lerner.

Categorie: Non catalogati

Telegrafica

Buone notizie: molto interessante e suggestiva l’installazione Male magnum Male nostrum di Dario Lazzaretto.

Cattive notizie: niente spillette di mr. Wiggles.

Categorie: Attualità, Società

Giochiamo al piccolo economista (senza rovinare nessuno!)

Io la vedo brutta
(Loretta Napoleoni)

Nel 2007, prima edizione di Internazionale a Ferrara, arrivai qui con un drappello di amici e, nell’ordine, vidi:

- un pezzo del cappello di Gipi,

- una coda da cancelli di San Siro per il concerto di Springsteen al cinema Apollo per l’incontro precedente a quello di Marjane Satrapi (maledetti imbucati, al momento buono non c’era più un posto neanche a piangere),

- un pezzo del mento di Pier Andrea Canei allo Zuni,

- Tullio De Mauro con l’impermeabile e il passeggino doppio dei nipotini gemelli.

Fine. Bello, eh?

Quest’anno no, quest’anno ho deciso di impegnarmi: niente programmi utopici, niente tentativo di vedere tutto, ma un programma razionale che preveda un po’ meno bar, code più razionali e selezione preventiva degli incontri.

Oh. Si vede che sono doventata grande.

E infatti sono uscita ora dall’incontro con Loretta Napoleoni, ‘Tutto quello che volete sapere sulla crisi e non avete mai osato chiedere’. Io a Loretta Napoleoni la amo. Perché da umanista oltranzista quale sono, la leggo o l’ascolto e mi si spalanca l’empireo della comprensione. Così è stato anche oggi. Certo, l’argomento principale delle domande non permette di dare risposte definitive e immutabili. Ed è anche un po’ rassicurante, per una testa poco analitica come mia, vedere che anche il mondo dei numeri, dell’economia globale e delle banche non può essere regolato e definito da dogmi immutabili. Che ci sono delle variabili, un sacco, e che ogni tanto impazziscono.

O forse no, non è rassicurante. E’ un po’ terribile.

Loretta Napoleoni ha parlato di crisi che si ripetono sostanzialmente uguali negli anni a causa di modelli che non mutano, di necessità osservare attentamente le potenze economiche emergenti, come la Cina, senza paura e senza la tentazione di rifugiarsi nel protezionismo, per provare a cambiare veramente qualcosa.

E io ho capito, giuro. Che bello.

Programma del pomeriggio: pranzo senza farsi spennare (ahah) e incontro con Paul Ginsborg e Marc Lazar moderato da Gad Lerner. Andiamo a farci venire un fegato grosso così.

Categorie: Attualità, Società

A Ferrara non volano mosche

L’ho visto mentre saliva in piedi su un tavolo di plastica al Mei.
L’ho ascoltato mentre era tenuto al guinzaglio da Canali, e già urlava meno (non tanto, ma comunque meno).
L’ho osservato ieri sera, alla Sala Estense, inserito nel programma ufficiale del festival di Internazionale, introdotto da De Mauro come “il più grande artista italiano vivente”, accompagnato da chitarra, violino e violoncello.
E’ bravo, pensavo mentre ci schiaffeggiva in faccia una cover di De Andrè, o un testo di una deportata. E’ stato il concerto migliore dei tre. Non il mio preferito (le distorsioni di Canali trovo ancora siano l’ideale, per lui), ma sicuramente il più equilibrato, il più, oddio, maturo. Ogni cosa sta andando al suo posto. Ora lascia cantare anche il pubblico, ora non legge più quando fa i reading, ora fa delle cover detonanti di pezzi di De Andrè, appunto. E ti viene da chiedere: è così che deve finire?

Le Luci della Centrale Elettrica a Internazionale

Potrete spiegarmela in mille modi, la parabola de Le Luci della Centrale Elettrica, il Rino Gaetano degli anni Zero, i giochi di parole che non fanno ridere, canzoni triste cantate a squarciagola in macchina come neanche Celentano (troppo azzurri. troppo lunghi), le sua urla da acciaieria perforanti. Vasco Brondi ha avuto (già ne parlo al passato?) un solo grande ma definitivo merito: è stato il più “contemporaneo” di tutti. In senso storico, generazionale e, soprattutto, sensazionale (nel senso di sensazioni). Ora è diventato bravo, equilibrato, azzecca i tempi, evita ormai inutili vittimismi, i suoi pezzi sono riconoscibili, anche riarrangiati, le letture sono mandate a memoria e non legge più ma le interpreta, anche se l’effetto è lo stesso. Sono sempre stato convinto che Vasco fosse “Noi”, anche se navighiamo su navicelle spaziali differenti.
Ora Vasco inizia ad essere “Uno bravo”. Costruiremo molotov, con i suoi libri?

Ad andare ai suoi potenti e delicati concerti tipo quello di stasera, ci sente di nuovo un pochino soli.

Categorie: Musica

Far partire una rivoluzione dal supermercato di Sesto San Giovanni. (un post in aggiornamento)

Salve a tutti! Esordisco sulle pagine di questo blog in modo totalmente improvvisato. Cosa che, tra l’altro, mi si addice perfettamente.

In questo momento mi trovo nella sala stampa del Festival, cercando di darmi un’aria professionale, con millemila taccuini e foglietti, l’accredito in bella vista sulla maglietta e la mia borsa immensa (la quale, tra l’altro, si è rotta stamattina mentre correvo verso il treno delle nove, che è partito proprio sotto i miei occhi) e chiedendomi: “Ma qualcuno di questa redazione istantenea si sarà impossessato della sciccosissima cartellina grigia contenente tutte le biografie di tutti gli ospiti? Potrò chiederne una in più?”. Sono curiosa e mi esalto con poco, davvero.

Per ora la situazione è calma, le code non sono ancora cominciate, ma prevedo un pomeriggio di fuoco (e il sabato e la domenica saranno sicuramente peggio, ma ciò, in fondo, è un gran bene per il paese).

Le cose a cui sto pensando sono:

  • oggi si vota in Irlanda sul Trattato di Lisbona e il mio buon proposito per la giornata sarà capire esattamente di cosa si tratta e sicuramente in questa amabile occasione troverò persone che ne sanno;
  • Internazionale da questo numero cambia grafica. Vorrei comprarlo per vedere per bene com’è ma mi sono promessa di non prelevare e di vivere fino a stasera con settanta centesimi;
  • prima, mentre seguivo la prima conferenza, Mihai Mircea Butcovan, scrittore romeno, parlava dei discorsi che sentiva davanti a lui alla cassa del supermercato, e mi è tornata in mente la signora che mesi fa incontrai sull’autobus mentre andavo in facoltà. Questa signora era un condensato degli stereotipi di destra più indistruttibili (gli stranieri, i kebab, gli studenti che fanno degrado, le badanti che rubano il lavoro ai nostri figli, i nostri figli che dovranno chiedere l’elemosina agli immigrati, ecc…) e parlava con tanta, tanta cattiveria. Non mi parevano neanche opinioni, le sue. Mi parevano cattivi sentimenti e basta. Mi sarebbe piaciuto averla di fianco, per sentire che ne pensava della conferenza che stavo ascoltando. Dicevano, gli scrittori che parlavano al Cinema Apollo, che una volta gli italiani non erano infelici come adesso. E io ci credo.
  • leggo dal twitter di Internazionale che poco fa David Randall era seduto sul divano in pelle qui dietro. gulp!

Tramite questo aggiornamento delle ore 19.00 posso aggiungere che:

  • La mia vita a Ferrara si svolge tutta in via Ragno, davvero.
  • Ho partecipato, oltre all’incontro di questa mattina dal titolo Italieni, indovina chi viene a cena. Quando lo straniero entra in famiglia. , anche all’incontro con il sig. Randall, che stamattina si crogiolava sul divano qui dietro. Si parlava di Citizien Journalism. Il caro David ci ha mostrato e ha commentato i video spediti dai lettori di Internazionale. E grazie a uno di questi video ho scoperto che i due pilastri della mia alimentazione, ossia le patate e il caffè, contengono, in certi casi, una sostanza cancerogena che si chiama acrilamide. Sono spacciata!
  • Cominciano a formarsi le prime, lunghissime code davanti al Cinema Apollo. Se non sapete come ingannare il tempo potete prendere qualcosa di buono da bere. Le alternative sono due, a seconda della lunghezza della vostra coda. Se la vostra coda è lunghissima dovreste trovarvi all’altezza di Zuni. Vi consiglio lo spritz, che è buono perchè il boss  di Zuni è veneto. Se siete più fortunati e la vostra coda è più corta, c’è un locale dall’altro lato di via Ragno, che mi pare si chiami Clandestino, ha organizzato una vendita di vino d’asporto. wow! In ogni caso non temete, la coda sembra lunga, ma poi molta gente riesce a entrare.
  • Mi scuso per i sicuri orribili errori che sto producendo. Ma questi computer sono lentissimi e mi snervano e non ho voglia di rileggere.
Categorie: Attualità, Società

Ciccsoft suona l’Internazionale

Per la tre giorni di Internazionale, Ciccsoft ha organizzato una ‘redazione istantenea‘. Per seguire, a modo molto nostro, il festival della rivista che spiega l’Italia meglio di quanto facciano gli Italiani, e ci racconta tutto quello che capita nel mondo e viene tralasciato quotidianamente dalla stampa. Più o meno.

Anita, Frine e Capola, saranno le nostre ‘inviate’ sul campo, che tra un giro per i bar e una coda estenuante per Gipi, proveranno a raccontarci che aria si respira a Ferrara durante il festival.

Categorie: Attualità, Società

. lezioni di prospettiva

Quasi tutti quelli che frequentano il DAMS, o un altro corso a sfondo culto-cinematografico, vi diranno che se non avete mai visto Rapacità di Von Stroheim, allora non capite niente di cinema. Se vi capiterà mai di sedervi per un caffé con un accanito cinefilo, gli spiegherete che sì, conoscete il cortometraggio del treno che esce dalla galleria, e vi liscerete il baffo spiegando che sapete anche che nel milleottocentonovantasei gli ignari spettatori corsero via fuori dalla sala credendo che il treno in arrivo alla stazione stesse veramente per travolgerli. Il cinefilo vi riderà in faccia dicendo che nonostante la gran parte delle persone (e non ci vorranno sottotitoli per capire con quanto disprezzo lo starà dicendo) credano che l’ Arrivée d’un train en gare de La Ciotat sia conosciuto come il primo cortometraggio della storia del cinema, i fratelli Lumière produssero altri vari corti in bianco e nero, rispettivamente Repas de bébé o La sortie de l’usine Lumière à Lyon, ma anche L’arroseur arrosé o la Démolition d’un mur. Voi vi sentirete ignorantissimi, e penserete che tutto sommato era meglio uscire con un cinofilo. Credetemi se vi dico che, nonostante mi sia sentita dire moltissime volte da svariate tipologie di persone, che per i miei quindici anni avevo visto una marea di pellicole - poche volte mi sono sentita ignorante come quando ho assistito alla prima lezione di Storia e critica del cinema. Tra le diverse persone che erano in aula, diverse di loro avevano già visto Rapacità di Von Stroheim dieci o quindici volte, e ne erano molto soddisfatti. Li guardavo e mi meravigliavo delle loro facce soddisfatte, saccenti e sornione, mentre il professore parlava di questo film, che annuivano in segno di comprensione profonda e attenta partecipazione. Sì, ho visto Rapacità di Stroheim settantuno volte, confesso che nelle buie notti di pioggia in cui non riesco a dormire, oppure se ho acidità per il pranzo di natale, non riesco a non far partire play sul dvd su cui ho copiato Rapacità. Come se Rapacità fosse un gran film. I cinefili vi diranno di sì, per molti motivi che non ci interessano (o sì?) e che quindi evito di elencare. In verità Rapacità é un film muto, e non solo: ha quelle sgradevolissime schermate nere con scritti in caratteri bianchi le battute. Non so se avete avuto mai la sfortuna di incappare in tali pellicole: un tizio fa una faccia disgustata, e nella schermata nera seguente compare la scritta: - Che schifo! Il che, a mio parere, è davvero avvilente, pensando che c’è stato qualcuno che arbitrariamente voluto avere la meglio sulla mimica, e illudersi di poter interpretare universalmente il significato di un’espressione, uccidendo non solo la dignità all’attore, ma anche la fiducia nelle capacità intellettive dello spettatore. Ma con quale criterio malsano siamo arrivati a decretare cos’è bianco, cos’è nero, e cosa, a nostro gusto, dovrebbe essere un tantino grigio? Cambiando discorso: non più tardi di ieri mattina, lungo i corridoi dell’ateneo, mi intrattenevo con vari personaggi che stavano sostenendo un esame di storia della danza e del mimo. Che ogni volta che lo dico, uno pensa: che palle. In realtà é stato molto meno traumatico che guardare Rapacità di Von Stroheim, se non altro non c’erano sottotitoli, e uno poteva mettersi mentalmente a dialogare con Mejerchol’d e compagni. Il fatto é che la prospettiva é molto importante: se guardi il David di Donatello a Firenze, certo ti renderai conto che quello che guardi é sempre un David, ma non potrai nemmeno non ammettere che se lo guardi da davanti ha un pene, e se lo guardi da dietro ha un deretano. Insomma: Rapacità di Von Stroheim é un bel film oppure no? Non l’ho ancora deciso, ma vi consiglio di vederlo, se non altro per cultura generale, e per non farvi trovare impreparati durante una lezione di cinema. Ma cercate di non avere quella faccia saccente, mentre il professore ne parla: sembrerete molto meno insopportabili. Ci sono almeno cinque milioni di persone a questo mondo che non sanno neppure chi fosse, Von Stronheim; una buona percentuale di loro non sa neppure cosa significhi la parola “rapacità”. Parlo di persone che non sono andate a scuola, ad esempio, e la cui ignoranza arriva molto prima del cinema tedesco di inizio Novecento. D’altra parte, forse, sono gli stessi che ci darebbero lezioni di prospettiva. Il punto é: quanti lati ha una figura geometrica? Evitino di rispondere i geometri. Perché non tutti lo sono (per fortuna). Secondo me la vera domanda é: è sul serio importante sapere con precisione quanti lati abbia un esagono? Oppure all’esagono basta avere la certezza che sarà guardato nella sua totalità, con lucidità, da occhi vergini, illibati dalla contaminazione della cultura esclusiva? E’ bello essere ignoranti, per certi versi, ignorare che esistano certe forme di corruzione; é bello capire le cose senza manuale; é bello vedere i film che ci piacciono, ed essere liberi di decretare che Rapacità fa cagare, ma Saturno contro é un bel film. E’ bello essere acculturati solo di quello che consideriamo noi cultura, e infine, di questi tempi, credetemi, é bello non dover frequentare l’università.

Categorie: Cinema, Personale, Varie



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