. lezioni di prospettiva

Quasi tutti quelli che frequentano il DAMS, o un altro corso a sfondo culto-cinematografico, vi diranno che se non avete mai visto Rapacità di Von Stroheim, allora non capite niente di cinema. Se vi capiterà mai di sedervi per un caffé con un accanito cinefilo, gli spiegherete che sì, conoscete il cortometraggio del treno che esce dalla galleria, e vi liscerete il baffo spiegando che sapete anche che nel milleottocentonovantasei gli ignari spettatori corsero via fuori dalla sala credendo che il treno in arrivo alla stazione stesse veramente per travolgerli. Il cinefilo vi riderà in faccia dicendo che nonostante la gran parte delle persone (e non ci vorranno sottotitoli per capire con quanto disprezzo lo starà dicendo) credano che l’ Arrivée d’un train en gare de La Ciotat sia conosciuto come il primo cortometraggio della storia del cinema, i fratelli Lumière produssero altri vari corti in bianco e nero, rispettivamente Repas de bébé o La sortie de l’usine Lumière à Lyon, ma anche L’arroseur arrosé o la Démolition d’un mur. Voi vi sentirete ignorantissimi, e penserete che tutto sommato era meglio uscire con un cinofilo. Credetemi se vi dico che, nonostante mi sia sentita dire moltissime volte da svariate tipologie di persone, che per i miei quindici anni avevo visto una marea di pellicole – poche volte mi sono sentita ignorante come quando ho assistito alla prima lezione di Storia e critica del cinema. Tra le diverse persone che erano in aula, diverse di loro avevano già visto Rapacità di Von Stroheim dieci o quindici volte, e ne erano molto soddisfatti. Li guardavo e mi meravigliavo delle loro facce soddisfatte, saccenti e sornione, mentre il professore parlava di questo film, che annuivano in segno di comprensione profonda e attenta partecipazione. Sì, ho visto Rapacità di Stroheim settantuno volte, confesso che nelle buie notti di pioggia in cui non riesco a dormire, oppure se ho acidità per il pranzo di natale, non riesco a non far partire play sul dvd su cui ho copiato Rapacità. Come se Rapacità fosse un gran film. I cinefili vi diranno di sì, per molti motivi che non ci interessano (o sì?) e che quindi evito di elencare. In verità Rapacità é un film muto, e non solo: ha quelle sgradevolissime schermate nere con scritti in caratteri bianchi le battute. Non so se avete avuto mai la sfortuna di incappare in tali pellicole: un tizio fa una faccia disgustata, e nella schermata nera seguente compare la scritta: – Che schifo! Il che, a mio parere, è davvero avvilente, pensando che c’è stato qualcuno che arbitrariamente voluto avere la meglio sulla mimica, e illudersi di poter interpretare universalmente il significato di un’espressione, uccidendo non solo la dignità all’attore, ma anche la fiducia nelle capacità intellettive dello spettatore. Ma con quale criterio malsano siamo arrivati a decretare cos’è bianco, cos’è nero, e cosa, a nostro gusto, dovrebbe essere un tantino grigio? Cambiando discorso: non più tardi di ieri mattina, lungo i corridoi dell’ateneo, mi intrattenevo con vari personaggi che stavano sostenendo un esame di storia della danza e del mimo. Che ogni volta che lo dico, uno pensa: che palle. In realtà é stato molto meno traumatico che guardare Rapacità di Von Stroheim, se non altro non c’erano sottotitoli, e uno poteva mettersi mentalmente a dialogare con Mejerchol’d e compagni. Il fatto é che la prospettiva é molto importante: se guardi il David di Donatello a Firenze, certo ti renderai conto che quello che guardi é sempre un David, ma non potrai nemmeno non ammettere che se lo guardi da davanti ha un pene, e se lo guardi da dietro ha un deretano. Insomma: Rapacità di Von Stroheim é un bel film oppure no? Non l’ho ancora deciso, ma vi consiglio di vederlo, se non altro per cultura generale, e per non farvi trovare impreparati durante una lezione di cinema. Ma cercate di non avere quella faccia saccente, mentre il professore ne parla: sembrerete molto meno insopportabili. Ci sono almeno cinque milioni di persone a questo mondo che non sanno neppure chi fosse, Von Stronheim; una buona percentuale di loro non sa neppure cosa significhi la parola “rapacità”. Parlo di persone che non sono andate a scuola, ad esempio, e la cui ignoranza arriva molto prima del cinema tedesco di inizio Novecento. D’altra parte, forse, sono gli stessi che ci darebbero lezioni di prospettiva. Il punto é: quanti lati ha una figura geometrica? Evitino di rispondere i geometri. Perché non tutti lo sono (per fortuna). Secondo me la vera domanda é: è sul serio importante sapere con precisione quanti lati abbia un esagono? Oppure all’esagono basta avere la certezza che sarà guardato nella sua totalità, con lucidità, da occhi vergini, illibati dalla contaminazione della cultura esclusiva? E’ bello essere ignoranti, per certi versi, ignorare che esistano certe forme di corruzione; é bello capire le cose senza manuale; é bello vedere i film che ci piacciono, ed essere liberi di decretare che Rapacità fa cagare, ma Saturno contro é un bel film. E’ bello essere acculturati solo di quello che consideriamo noi cultura, e infine, di questi tempi, credetemi, é bello non dover frequentare l’università.

1 Response to “. lezioni di prospettiva”


  • grande pezzo.
    Di Stroheim ho visto solo Queen Kelly, lavoro incompituo, noiosissimo e ripetitivo. E a me i film muti, spesso, piacciono.
    A parte questa notizia di cui poco importa a nessuno, finalmente qualcuno che si pone la domanda essenziale: esiste l’oggettività nel cinema? Ed anche se fosse, conta davvero qualcosa?

    alicesu

cribbio
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