Monthly Archive for May, 2010

Ciao Fabri

fabri
Adesso, caro Fabrizio, facciamo che vieni fuori da li, ci dici dove ti sei cacciato e cosa ti è saltato in mente. Facciamo che abbiamo capito male, che è stato tutto un misunderstanding, come diresti elegantemente con il tuo stile british. Facciamo che ci chiami e ci dici che hai voglia di fare una cazzata, così che possiamo risponderti: certamente, ne facciamo tutti tante, ne faremo un’altra insieme. Facciamo che ci dici perchè, che noi non siamo buoni a capirlo da soli. Facciamo semplicemente che ci dici qualcosa.

L’ultima sera che ci siamo visti, appena quattro giorni fa, ho scattato delle fotografie. Avevi in tutte un’aria pensierosa e lo sguardo vigile di chi la sa lunga, scrutando il mondo con attenzione per coglierne criticamente ogni sfumatura. Avevi una grande capacità di ascoltare le persone, socchiudendo un po’ gli occhi e alzando il mento come quando si drizzano le antenne per sentire meglio. Il tuo carattere educato e tranquillo non faceva di te un chiassoso chiacchierone ma una persona con cui era piacevole discorrere di un po’ di tutto con dosi di calma e profondità rare.

Quando una persona cara non c’è più ci si rammarica dei momenti che non si è potuto passare insieme e si ricordano quelli più belli, quelli che nonostante tutto rimarranno per sempre. Scusami quindi di non essere mai venuto a provare il tuo sintetizzatore Moog che non sapevi suonare bene ma era troppo bello per non acquistarlo. Oggi son sicuro starai suonando con Lennon e Harrison una interminabile jam session e chissà se avevi la chitarra pronta ed accordata. Scusami se non siamo andati a Ravenna a sentire i Calibro 35 come si era detto perchè non mi ricordo nemmeno più quale motivo. Scusami, scusaci infine, per aver parlato troppo a lungo di fotografia l’altra sera a tavola, magari ti sarai annoiato, eppure eravamo tutti contenti di rivederti, con i capelli corti corti, una camicia elegante e la classe che si addice alle occasioni importanti.
Voglio però ricordarti come il giorno che ti ho conosciuto, quando sono bastati pochi minuti per ritrovarci a parlare di musica a lungo, scoprendo gusti e passioni in comune, o come quella volta con un palloncino sorridente in una mano e un vino al limone nell’altra, stesi su una coperta a goderci gli ultimi raggi di sole estivi al parco. Voglio pensare che non ti sei ricordato di tutti questi momenti quando hai deciso che tutto era troppo triste per te. Dev’essere stato senz’altro così. Hai lasciato che la nebbia coprisse i ricordi buoni e hai pensato che non era il caso di viverne altri. Che alla fine facendo una botta di conti i dolori della vita fossero troppi rispetto i momenti felici e non ci fosse una via d’uscita per far tornare i conti e riequilibrare le cose. Mi spiace dirlo solo ora: ti sbagliavi.

E allora domani festeggerò il mio ventisettesimo compleanno anche per te, brinderò in tuo onore alla vita che continua, anche senza di noi, come dice Vasco in un pezzo che per caso ci ha straziato ascoltandolo l’altra sera mentre tu eri già lontano e ancora non sapevamo nulla di quanto era successo. Molto probabilmente mi manderesti cordialmente a fanculo se sapessi che cito Vasco in un ricordo che parla di te. E allora ti lascio con un pezzo molto più bello che di sicuro ti sarebbe piaciuto – non sono le Au revoir Simone, perdonami – e che spero ti faccia compagnia in questo nuovo cammino. Ovunque tu abbia deciso di andare, buon viaggio Fabri, anima fragile.


[The Moffs – Another day in the sun]

Previously, on Lost

Tutte le volte che ho provato a spiegare Lost a chi non l’aveva mai visto, ho sempre incontrato facce perplesse. E in effetti, mentre tentavo di raccontare la serie televisiva più intricata e paracula di sempre, notavo tutte le sue incongruenze e banalità, e quasi le giustificavo, quelle facce perplesse e annoiate dal mio incomprensibile entusiasmo. In fondo facevo così anchio, sei anni fa, quando sentivo idolatrare Lost e non mi decidevo a vederlo. Non sono mai stato un dipendente da serie televisive.

Poi, complice l’estate, complice una vita da studente che mi lasciava (o me lo prendevo da solo) una quantità di tempo libero grande come i misteri irrisolti dell’isola, mi sono bevuto la prima stagione in poco più di due settimane. Così, d’estate, in pantaloncini e sudato, facevo buio in camera e mi mettevo davanti al portatile a sciropparmi una dopo l’altra le puntate. Sono scivolato dentro la botola anchio, e ne sono rimasto stordito. Ho avvertito il bisogno fisico di guardare subito la seconda stagione, per scoprire che cosa diavolo ci fosse dentro quella fottuta botola. E quando l’ho scoperto, sono andato avanti, sono passato dalla versione in italiano a quella con i sottotitoli, per guardarla in contemporenea a tutto il resto del mondo. Per restare al passo, anche se Lost non si è mai lasciato prendere, ci ha sempre lasciati col fiatone, a rincorrerlo, stagione dopo stagione, sempre più perplessi, sempre più sommersi da giochi di sceneggiatura strabilianti o ridicoli, fate voi, da domande senza risposte. E sono passati anni, davanti a questo portatile, anni passati a rincorrere un telefilm o un mito, fate voi, fino a poche ore fa.

Non c’è bisogno che stia a ripetere perché si tratta della migliore serie televisiva di tutti i tempi, di qualcosa di unico, primordiale sotto certi punti di vista (nonostante ricicli clichè a mani basse da praticamente ovunque), soprattutto irripetibile. Non cercherò di spiegarvi che si tratta prima di tutto di una storia di persone, non personaggi: persone. E già questo basterebbe. Non starò a sottolineare come il finale dia una sonora bastonata a tutti quanti, specialmente a me stesso, che si è messo a piangere come un bambino per tutte e due le ore, senza vergognarsene, anzi non vedendone l’ora, che si è dimenticato delle risposte e delle domande e dell’isola e di jacob e degli orsi polari, e ha ammirato l’altrettanto sonora lezione (di paraculaggine o di vita, fate voi) che ci hanno lasciato con quella scena finale.

Non c’è bisogno che provi a convincere le persone a guardarlo, o a spiegargli perché abbia pianto, perché oggi al lavoro ho fisicamente sofferto per i rischi di spoiler o per il fatto che questa sera sarebbe stata l’ultima sera che mi sarei sentito così per una dannata serie televisiva. Se non avessi vissuto in prima persona tutto questo, non ci crederei nemmeno io. E quindi vi dico, a chi storce il naso: sì, Lost è una paraculata, Lost è ridicolo, Lost non inventa niente. Non guardatelo, fatevi raccontare in fretta il finale, risparmiate tempo prezioso e concentratevi su qualcos’altro. Un buon libro, i nipoti, una partita a tennis, il sesso. Fate del volontariato, andate al cinema, uscite con gli amici. Lasciatemi solo in questa stanza, davanti a un portatile, a una scritta nera su sfondo bianco, quattro caratteri in croce, a singhiozzare e sospirare. Da stasera sono, siamo tutti liberi, tutti ritrovati e non più persi, siamo tornati ad essere come voi. Torneremo a diffidare di serie televisive, di morali nascoste dentro la giungla, di personaggi cui ci si affeziona come fossero fratelli, anzi di più. Lost ci ha scelto, in qualche modo, e non voglio proprio sapere se vi è piaciuto il finale, e non voglio più giustificarmi di fronte a chi storce il naso. Lost mi ha scelto, in qualche modo, e io gli ho messo in mano la mia vita come fosse una rock’n roll band (auto cit.), ci ho guardato dentro e ho visto me stesso. E ora è finito.

45 anni

Arriva all’edicola un’anziana dalla voce tremante, rugosa e dai capelli bianchi. Chiede “il giornale sull’Inter”. L’edicolante è incerta, anche perché oggi tutti i giornali parlano dell’Inter. “Lo sportivo, voglio”. Peccato che in Italia ce ne siano ben tre, di quotidiani sportivi. Così l’edicolante glieli mostra uno ad uno, come in macelleria quando ti fanno vedere lo stinco di maiale. “Solo Inter, “Estasi Inter”, “Inter, un mito”. La vecchia rimane stordita: “E’ per mio nipote, è tifoso”. Prende la Gazzetta, alla fine, per andare sul sicuro, e dopo aver pagato uno scellino l’accarezza affettuosamente, tradendo le sue origini meneghine: “Ah, la mia Milano”.
Una vecchia rugosa e caracollante che si alza all’alba di domenica per andare a comprare “il giornale sull’Inter” al nipote che intanto se la dorme (avrà festeggiato fino al mattino?), nella mia scala di giudizio vale molto più che la doppietta di Milito. Soprattutto, fa capire abbastanza bene cosa significa (cosa significava, a questo punto che la Storia è cambiata) essere interisti.

Ieri sera ho visto la partita assieme a un tifoso invasato, che ha letteralmente pianto al fischio finale, e suo padre, che invece si è semplicemente fumato una sigaretta, l’ennesima. Suo padre è fatto così, passa buona parte delle partite dell’Inter a fumare nello stanzino a fianco. Poi rispunta nel finale, sorridendo se si vince, cambiando canale se si perde. Ieri sera non ha cambiato canale, si è infilato una maglia nerazzurra, è uscito di casa ed è salito placido sulla bici. E ha iniziato a girare per la città così, sulla graziella bianca, ricordandosi e ricordandoci che lui l’ultima volta che era successa una cosa del genere, aveva tipo sei anni. Nella mia scala di giudizio il suo sorriso contenuto di bambino che gli rispunta di nuovo dopo 45, lunghissimi anni, vale molto più di una corsa isterica di Mourinho in mezzo al campo.

Milito felice come un bambino

Noi interisti siamo (eravamo, visto che la Storia è cambiata) fatti così: ci piace aspettare. Ci piace imparare cosa significa avere pazienza. I lacrimoni sono spuntati anche a me, durante la pubblicità a fine partita, mentre ripercorrevo la mia storia da ‘tifoso’. Le domeniche pomeriggio solitarie, con la radiolina e la sciarpina, i salti che facevo in casa con gli occhiali tondi da ragazzino sfigato che mi saltavano via, le scaramanzie inventate e che non funzionavano mai, i morsi allo stomaco prima di un ottavo di finale di Coppa Uefa, tutte le Gazzette comprate e ammassate in soffitta (non si butta via niente), il 5 maggio, diobono, il 5 maggio e io che esco dal pub in coma “dimenticandomi” la mia ragazza dentro. E poi gli ultimi scudetti. E poi, soprattutto, ieri sera, quando la foto di un bambino sorridente è diventata a colori, solo con un po’ di capelli in meno, quando 45 anni si sono sciolti in un attimo, quando mi sono ricordato che cosa significa tifare per l’Inter.

Internazionale!

milito
Le cose che accadono per prime nella storia sono sempre le più belle e rimangono nel mito negli anni a seguire: il primo amore, il primo giorno di scuola, o calcisticamente il primo mondiale, il primo scudetto e così via. Faticheremo – sbagliando – a dare a questa Inter degli anni Dieci l’appellativo di Grande come quella di Corso e Suarez, quasi a non voler intaccare il mito di una squadra da storia del calcio tanto che, come dice Freccia nel film di Ligabue, “belle così non ce ne saranno mai più”.
L’impresa della tripletta compiuta dagli interisti quest’anno invece ha il sapore di un’epopea, di qualcosa che durerà negli anni a venire proprio perchè questa Inter, piaccia o no, ha saputo far squadra e crescere nelle vicissitudini anno dopo anno, rafforzandosi e credendo nelle sue capacità tornando ai livelli che meritava, senza nulla invidiare ai cugini milanisti per troppo tempo vincenti e strafottenti.

Per una persona come me, cresciuta negli anni Ottanta, adolescente nei Novanta, il Milan vincente in ogni dove di Sacchi e di Capello ha sempre rappresentato un mito al quale non si poteva resistere. L’Inter tuttalpiù una parente povera, una squadra in declino con un presidente spendaccione e una girandola di allenatori inutili con bomber in panchina. Faceva un po’ tenerezza l’eterna sconfitta, relegata ad un umorismo da barzelletta come nell’immaginario collettivo solo i carabinieri.

Per queste ragioni ieri vedere alzare la coppa a tante maglie nerazzurre è sembrato come assistere ad una scena inedita ed inusuale (ed in effetti io 45 anni fa non c’ero e non c’erano nemmeno i colori in tv per distinguere l’Inter dal Milan in un’ipotetica istantanea di quel momento). Mi ha fatto girare la testa, incuriosito dalla sorte che prima o poi tocca a tutti: se sei una grande squadra di calcio, arriverà anche il tuo momento e la gioia allora sarà talmente immensa da diventare pura pazzia. Lo sguardo di capitan Zanetti ieri era ben diverso da quello di tutti gli altri capitani che hanno alzato la coppa dalle grandi orecchie negli scorsi anni. Era loco di gioia nella notte madrilena dove si interrompeva un digiuno di 45 anni. Mi ha ricordato la notte di Berlino con l’Italia che tornava a vincere dopo una generazione, la mia, che non aveva mai vissuto i festeggiamenti per un Mondiale, e in questo caso le generazioni di distanza erano addirittura due. Forse non ho potuto coglierne appieno la gioia non tifando Inter, ma senz’altro ho capito l’importanza storica e sportiva di un momento magico per una fetta di milanesi e in generale di italiani, a lungo digiuni del trofeo più prestigioso del nostro continente.

L’Inter ha vinto perchè in questa vicenda, finalmente, non ha avuto campioni panchinari e allenatori inutili. Il Presidente, certo, è sempre lui, ma conta fino ad un certo punto una volta che azzecca gli acquisti per gli anni seguenti. Quello che ha contato di più sono stati gli uomini in campo che hanno fatto una stagione grandiosa comportandosi (chi più chi meno) da vere bandiere nerazzurre come ormai ne restano poche nel calcio. Penso al grande cuore di Javier Zanetti, un uomo d’oro fuori e dentro dal campo, il capitano che tutti vorremmo, approdato all’Inter negli anni più bui e che ha vissuto questa cavalcata trionfale fino alla fine con una dedizione unica. Penso al “Principe” Milito, una perla che forse farà grande l’Argentina ai mondiali se Maradona saprà sfruttarla appieno, con una continuità spaventosa nel segnare in ogni match e dotato di un’umiltà rara. Una faccia triste che rimarrà simbolo di questa Inter che vince e piange, che soffre e sputa, lotta ed esulta. Penso infine al tanto discusso Jose Mourinho, presuntuoso ma adorabile,  che sa il fatto suo e ha fatto grande questa squadra con una sicurezza senza eguali. Un uomo distrutto dal sistema calcio italiano, fatto di gossip e veleni, di denunce e gestacci, e che abbandonerà presto verso altre vittorie in giro per l’Europa. Il suo pianto disperato non è forse l’immagine più bella – o almeno più significativa – di questa pazza Inter vincente e tormentata nell’animo per i continui attacchi e le cattiverie piovute da ogni dove negli ultimi mesi?

Ma la prima cosa che ho pensato davvero ieri sera, è stata la scritta che per anni ha campeggiato sul blog del milanista Farfintadiesseresani, garrulo e satollo delle continue vittorie milaniste negli ultimi vent’anni. Diceva orgogliosa:

“L’Inter non vince la Champions League da: XX anni, XX mesi, XX giorni, XX minuti”.


Ho ricontrollato stamattina: quella scritta non c’è più. E’ ormai barzelletta di un tempo passato.
Uno a uno, palla al centro.

Il punto di vista del Twister

What a Twister poster board can see while we play?

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
Previously, on Lost

I migliori album degli anni ZeroL'inutile sondaggio:
i migliori album degli anni Zero

Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)