45 anni

Arriva all’edicola un’anziana dalla voce tremante, rugosa e dai capelli bianchi. Chiede “il giornale sull’Inter”. L’edicolante è incerta, anche perché oggi tutti i giornali parlano dell’Inter. “Lo sportivo, voglio”. Peccato che in Italia ce ne siano ben tre, di quotidiani sportivi. Così l’edicolante glieli mostra uno ad uno, come in macelleria quando ti fanno vedere lo stinco di maiale. “Solo Inter, “Estasi Inter”, “Inter, un mito”. La vecchia rimane stordita: “E’ per mio nipote, è tifoso”. Prende la Gazzetta, alla fine, per andare sul sicuro, e dopo aver pagato uno scellino l’accarezza affettuosamente, tradendo le sue origini meneghine: “Ah, la mia Milano”.
Una vecchia rugosa e caracollante che si alza all’alba di domenica per andare a comprare “il giornale sull’Inter” al nipote che intanto se la dorme (avrà festeggiato fino al mattino?), nella mia scala di giudizio vale molto più che la doppietta di Milito. Soprattutto, fa capire abbastanza bene cosa significa (cosa significava, a questo punto che la Storia è cambiata) essere interisti.

Ieri sera ho visto la partita assieme a un tifoso invasato, che ha letteralmente pianto al fischio finale, e suo padre, che invece si è semplicemente fumato una sigaretta, l’ennesima. Suo padre è fatto così, passa buona parte delle partite dell’Inter a fumare nello stanzino a fianco. Poi rispunta nel finale, sorridendo se si vince, cambiando canale se si perde. Ieri sera non ha cambiato canale, si è infilato una maglia nerazzurra, è uscito di casa ed è salito placido sulla bici. E ha iniziato a girare per la città così, sulla graziella bianca, ricordandosi e ricordandoci che lui l’ultima volta che era successa una cosa del genere, aveva tipo sei anni. Nella mia scala di giudizio il suo sorriso contenuto di bambino che gli rispunta di nuovo dopo 45, lunghissimi anni, vale molto più di una corsa isterica di Mourinho in mezzo al campo.

Milito felice come un bambino

Noi interisti siamo (eravamo, visto che la Storia è cambiata) fatti così: ci piace aspettare. Ci piace imparare cosa significa avere pazienza. I lacrimoni sono spuntati anche a me, durante la pubblicità a fine partita, mentre ripercorrevo la mia storia da ‘tifoso’. Le domeniche pomeriggio solitarie, con la radiolina e la sciarpina, i salti che facevo in casa con gli occhiali tondi da ragazzino sfigato che mi saltavano via, le scaramanzie inventate e che non funzionavano mai, i morsi allo stomaco prima di un ottavo di finale di Coppa Uefa, tutte le Gazzette comprate e ammassate in soffitta (non si butta via niente), il 5 maggio, diobono, il 5 maggio e io che esco dal pub in coma “dimenticandomi” la mia ragazza dentro. E poi gli ultimi scudetti. E poi, soprattutto, ieri sera, quando la foto di un bambino sorridente è diventata a colori, solo con un po’ di capelli in meno, quando 45 anni si sono sciolti in un attimo, quando mi sono ricordato che cosa significa tifare per l’Inter.

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