La dittatura delle faccine

faccine-violaProvate ad immaginare per un istante il mondo della comunicazione nel 2010, privo dell’uso degli emoticon. Provate a pensare agli sms, alle chat, ai social network e in generale a tutto ciò che scriviamo ogni giorno tramite una tastiera nella maniera più sintetica possibile, senza l’aggiunta di quelle faccine girate di 90 gradi in mezzo o in fondo ad una frase. Sforzatevi infine di ricordare come si esprimevano fino a dieci-quindici anni fa le emozioni scritte, come facevate forse anche voi prima dell’avvento dei cellulari e della rete. Impossibile?  Forse.

Negli ultimi quindici anni il modo di comunicare, in particolar modo dei giovani, è mutato radicalmente imponendo abbreviazioni sempre più complesse e al limite della comprensione, neolinguaggi che attingono da lingue straniere, vocaboli hitech e ibridi coniati come distorsioni di gergo tecnico. Dalla necessità di sintetizzare e comunicare con quante più persone possibile nel minor tempo, e parimenti dalla foga frenetica di un lavoratore della City e da quella di un quindicenne dal pollice molto allenato, è emerso il problema di esprimere i propri stati d’animo quando le parole non sono sufficienti allo scopo. Di far capire che la frase che stiamo scrivendo ha un intento ben preciso e non altro senso, magari ambiguo e malevolo. Di assicurarci che il messaggio inviato e letto da una persona di cui non conosciamo a volte lo stato d’animo, la posizione e l’attività, non scateni malintesi che di persona non potrebbero accadere. L’inflessione della voce: come supplire a questa carenza nel testo scritto? Un romanziere userebbe delle frasi descrittive per far capire lo stato d’animo del protagonista, uno studente aggiungerebbe al tema una frase di circostanza o una breve spiegazione dopo il discorso diretto:

– Ti amo! – disse piangendo

oppure

– Ti amo! – concluse sbadigliando

Serve quindi una convenzione, un simbolo universalmente riconosciuto da chi scrive e chi legge. Al mio segnale scatenate l’inferno diceva il Gladiatore, ed eccolo qua il segnale: due punti, a volte un trattino, e una parentesi, ad indicare una faccina a volte triste, a volte sorridente, a volte iraconda. Il segnale che in una manciata di caratteri esprime molto di più di un’intera frase. Il che non è necessariamente una brutta cosa. Potente, immenso, sintetico. Due punti, trattino, parentesi. Felicità. Allegria.

Il problema nasce semmai nel momento in cui iniziamo ad abusare delle faccine senza accorgercene, complice il fatto che le nostre comunicazioni scritte passano sempre più spesso attraverso una tastiera di un telefono o un computer, sempre meno sulla carta attraverso una penna. Ci rendiamo conto di non essere più capaci di esprimere alcunchè senza una doverosa faccina di chiusura. Tutto diventa leggero, simpatico, scherzoso perchè nei social network su cui passiamo le ore prevale la simpatia, lo scherno, il link buffo e curioso a cui la risposta spesso è proprio: due puntini trattino parentesi. Quando si è tristi, basta girare l’ultimo carattere ed ecco esprimere il disappunto, lo sgomento, il pianto. Guai a frequentare la rete, nella sua parte più frivola, senza usare le appropriate faccine: sembreremmo persone troppo serie, adulte. Perfino le nostre frasi più sciocche sembrerebbero serie senza opportune faccine seminate nel mezzo, abituati come siamo a vederne dappertutto.

C’è stato anche un tempo in cui non esistevano gli emoticon. In cui per esprimere un sentimento eravamo costretti a fare i conti con la lingua italiana e le sue infinite sfumature. Certo non eravamo costretti ai 160 caratteri di un sms, ai 140 di un tweet, ai 400 di uno status di Facebook, alla svogliatezza di scrivere più di tre o quattro righe in una email da cui abbiamo nel tempo omesso preamboli e salamelecchi di saluto. Forse proprio il tono leggero ed informale delle chiacchiere via messaggini sul cellulare, e nelle chat su internet ci hanno costretto a rivedere tutto, per poter esprimere insulti e scherzi con la dovuta spensieratezza, senza il timore di offendere qualcuno.

Pensate alla frase:

– Sei un idiota

Fino a vent’anni fa rappresentava un insulto, una brutta frase scritta su un muro per sfregio, al quale una persona avrebbe reagito in maniera sgarbata per le rime, o che avrebbe portato ad un diverbio tra le due persone. Oggi può assumere un senso più leggero se ci avviciniamo una faccina sorridente:

– Sei un idiota 🙂

Quasi amorevole. Sei un tenero e adorabile idiota, ma ti voglio bene lo stesso, anzi mi piace quando fai così l’idiota.

Altre volte l’uso delle faccine è semplicemente necessario perchè la frase abbia un senso, un po’ come l’articolo inglese che è sempre lo stesso assume un significato solo vicino ad un sostantivo, oppure una parola dal doppio o triplo significato che ha senso solo nel contesto di un’intera frase.

Ad esempio:

– Mio padre ha mangiato tutta la Nutella

è una frase che di per se non significa niente di preciso. Ci informa di un fatto avvenuto ed è completamente piatta quanto a sentimenti trasmessi. Ben altro tono se ci piazziamo una faccina al termine:

– Mio padre ha mangiato tutta la Nutella 🙁

Tipo: porca vacca, mio padre ha finito la Nutella che a me piace tanto, sono dispiaciuta, e (forse) anche un po’ incazzata con lui. In quest’ultimo caso forse la faccina giusta sarebbe >:-/ o qualcosa di simile, dove la prima parentesi rappresenta le sopracciglia inarcate di una persona iraconda.

Ecco che la frase di prima può esprimere felicità semplicemente con una faccina diversa in fondo:

– Mio padre ha mangiato tutta la Nutella 🙂

Qualcosa del tipo: meno male che mio padre ha finito la Nutella, l’avevamo comprata e a me proprio non piace. Oppure: per fortuna l’ha finita così non cado in tentazione mangiandola che poi mi riempio di brufoli.

Nel mio tema all’esame di terza media nel 1995, esprimendo il mio dissenso per la scomparsa della Nutella avrei scritto:

– Mio padre ha mangiato tutta la Nutella, purtroppo non è servito a niente nasconderla sopra la credenza, proprio oggi che avevo invitato amici per la merenda, ecc…

Decisamente più comodo ora no? Eppure basta un niente a scatenare equivoci: ora che tutto il significato è nelle mani di un paio di caratteri bisogna fare molta attenzione a dosarli, dispensarli bene, non sbagliare orientamenti. E’ un attimo scrivere:

– E’ morto il mio gatto 🙂

e ricevere un sacco di complimenti da parte di amici cinici tipo:

– Oh finalmente, quel gattaccio puzzolente e rompipalle, sono contento per te!

quando invece volevamo scrivere:

– E’ morto il mio gatto 🙁

per esprimere infinita tristezza e ricevere il cordoglio degli amici.

Attenzione a mettere opportune faccine quando si prende in giro qualcuno, quando si dice una cosa triste, quando si vuol esprimere rabbia, attenzione a non lasciare adito a nessuna sfumatura che non sia quella voluta.

Ed eccoci a noi. Siamo passati dall’uso delle faccine alla loro dittatura, gentilmente imposta da ogni mezzo tecnologico che utilizziamo quotidianamente. Un commento fuori posto senza una faccetta che ride è tacciato di cinismo, acidità e finisce per essere fastidioso. Come uscire da una consuetudine quando ormai la società lo impone? Come fare ad esprimersi senza uno strumento ormai universalmente riconosciuto ed atteso? Ha detto “bella serata”, era ironico? Si sarà davvero divertito o invece ironicamente intendeva “bello schifo di serata”? Oddio, non ha messo la faccina.

Ribellarsi sembra abbastanza inutile, provare ad esprimersi in maniera più completa e ricca di sfumature forse un dovere da resistenti e un piacere sempre più per pochi. Forse la mia generazione è tra le ultime ad aver fatto in tempo a conoscere sia la lingua scritta lenta e garbata, sia quella frenetica e piena di faccine, ed è ancora in grado di usare entrambe con cognizione di causa. Spiace di più quando si vedono i ragazzini di dodici, quindici, e poi anche vent’anni usare le K nei temi, le abbreviazioni nelle lettere, nei documenti legali o in generale nella comunicazione formale. Spiace capire dai loro discorsi che l’italiano oggi è quello e non sarebbero in grado di esprimersi diversamente da questo rozzo neolinguaggio in cui la lingua madre è solo una piccola base di vocaboli da distorcere a piacimento e mutare nel tempo secondo le mode o le abitudini.

Forse il linguaggio è proprio questo: nel suo eterno mutare nei secoli segue l’uomo nella sua esigenza comunicativa e con il passare del tempo e nel melting pot globalizzato di culture e popoli avrà sempre meno senso parlare di “italiano” per come lo intendiamo oggi. Forse un domani le parole con le K saranno sul dizionario, le abbreviazioni da sms, le faccine, i TVB, i gerghi tecnici della generazione di Facebook saranno universalmente riconosciuti come “lingua italiana” e allora il modo di scrivere di appena dieci anni fa ci sembrerà ampolloso e fuori luogo, un po’ come ci appare ora un libro del Settecento, per quanto stiloso e godibile possa essere per alcuni. Sarà in quel momento che la dittatura delle faccine avrà vinto, e che il mutamento sarà pienamente avvenuto. Sempre che qualcuno se ne accorga. Come ogni mutamento di questo tipo le cose avvengono giorno dopo giorno in maniera talmente lenta e graduale da non farci rendere conto che forse già oggi quella dittatura è bella che cominciata.

2 Responses to “La dittatura delle faccine”


cribbio
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