Monthly Archive for March, 2011

Vi scusiamo per il disagio

Capita che quando viaggio mi fisso sulle stazioni che attraverso, sui treni che prendo, sui quei binari che sembrano una strada già scritta, ma che poi presentano quegli scambi che ti portano in luoghi differenti. Capita che inizio a parlarne, scriverne e a fare foto. Capita che un giorno guardando fuori da un finestrino penso che sarebbe carino mettere tutte queste cose in un luogo solo.

Capita che tramite il compagno (di fantacalcio, eh) Ciocci abbia scoperto questo tumblr sui treni, si chiama Decauville, il tipico esempio di blog che quando lo scopri ti viene da dire “l’avrei voluto aprire io, un blog così”, e invece ci hanno già pensato altri, tra cui appunto anche Ciocci, e mi viene da aggiungere “per fortuna”, perché dentro è pieno di foto non necessariamente belle, ma sicuramente vere, ché secondo me c’è tanta verità sopra e sotto i treni, e attorno alle stazioni, e se uno vuole annusare il sapore di una vita da pendolare o si ricorda ancora quella volta che ha salutato quella persona su quei binari, insomma se uno vuole annusare la vita che odora di metallo surriscaldato, ecco allora deve guardare le foto di Decauville. Questa qui sotto l’ha scattata Ciocci, appunto, e guardando i binari di Falconara Marittima incrostati di sale marino ti rendi conto che certe verità si possono trovare soltanto grazie alle Ferrovie dello Stato.

Gaia invece sui treni per andare e tornare da lezione tutti i giorni incontra persone e queste persone le rivolgono praticamente sempre la parola, così, spontaneamente, ché già questo sarebbe bello o terribile di suo. A me per dire nessuno rivolge mai la parola, sarà che leggo la Gazzetta o i mensili del Sole 24 ore che vanno via a 50 centesimi, mica Internazionale, quella la leggo per conto mio in ufficio, sarà che ho la faccia antipatica, vallo a sapere, insomma mai un cenno o un accenno di conversazione. A lei invece le persone parlano, le dicono delle cose che tutti noi lasceremmo scivolare via come squilli di telefonini o annunci di ritardi, lei invece se ne ricorda e quando torna a casa le annota tutte su un tumblr che ha pensato bene di chiamare Treno di panna, che ti viene voglia di leccare le maniglie dei portelloni quando non si aprono. L’ultima persona che ha incontrato le ha detto questa cosa qui:

ieri mentre ero alla stazione di arezzo che leggevo paolo nori e ridevo ad alta voce, s’è avvicinato un vecchietto che m’ha detto ma cos’è? che voglio ridere anche io.

Ciocci e Gaia invece di dormire o sbirciare sul monitor del tipo che siede a fianco, attività che peraltro svolgo con regolarità marziale, oltre a origliare, sbirciare dai sedili guardare nel vetro per osservare impunemente il profilo di una ragazza che mangia panini come se facesse la maglia, stessa mitezza costruttiva, e sorseggiare caffè della macchinetta. Loro invece notano le cose, quelle cose che accadano soltanto sui treni, che ti viene quasi da ringraziare, le volte che i regionaliveloci sono in ritardo dei soliti 40 minuti, per i ritardi, e quando Trenitalia si scusa per i disagi ti chiedi, ma quali disagi?

Svegliatevi bambine!


Arriva la primavera e la voglia di aprire le finestre, andare in bicicletta, buttarsi su un prato e soprattutto dormire. Essendo che da queste parti non si ha tempo di fare nessuna di queste cose ci si consola con la marea di uscite discografiche degli ultimi tempi e si cerca di salvare almeno le orecchie e lo spirito. Eccovi dunque una selecao di cose che dovreste sentire, casomai le abbiate perse negli ultimi tempi. L’ordine è pressochè sparso, non chiamatelo nastrone, che la cassettina non c’è più e son rimasti tristi file del computer su cui fare doppio clic.

Cristina Donà – Miracoli
Inizialmente sembra il solito brano della Donà, poi mi ha conquistato il simpatico video e mi sono ritrovato a canticchiarla spesso. Decisamente primaverile, ma se avete ancora un po’ d’inverno dentro forse potreste apprezzare il brano migliore dell’ultimo lavoro della cantautrice di Rho: Torno a casa a piedi, che dà anche il nome all’album.

The Strokes – Under cover of darkness
Se volete risparmiarvi l’ascolto del nuovo disco Angles, una cosa poppettosa con sonorità eighties e una copertina psichedelica, godetevi questo singolo, completamente diverso dal resto del disco e completamente uguale a tutta la produzione e al suono degli Strokes. Sembra uscito dritto dritto da Is this it del 2001. Adorabile.

I’m from Barcelona – Get in line
Che primavera sarebbe senza i loro cori? Rallegratevi, che la bella stagione è appena cominciata.

Subsonica – Benzina Ogoshi
Il nuovo album Eden è gradevole e scivola via veloce con pezzi tipicamente alla Subsonica. Oltre al singolo Eden, ormai in giro da qualche mese, c’è da segnalare questo brano divertessement, dove i Subsonica autoironizzano sulle solite accuse della critica e di parte dei fan: “non siete riusciti a bissare un Microchip emozionale”, dicono. Si, in effetti è così, ma per essere il 2011 ci piace anche un disco come Eden.

Verdena – Miglioramento
Il disco dell’anno italiano per il momento è il loro, e dopo la ballad di Razzi e arpie, e il nuovo Scegli me, scommetterei su questa come terzo singolo tra qualche mese. Certo, tra i 27 brani del doppio cd, tolti diversi riempitivi, c’è solo l’imbarazzo  della scelta.

Jovanotti – Quando sarò vecchio
Anche a sto giro Jovanotti sforna un insieme di ballate, pezzi dance, pop e tormentoni vari che nel complesso non si può non volergli bene. L’ultimo album contiene più di un pezzo originale per suono o testi ma questo colpisce su tutti per l’invettiva, seppur priva di cattiveria, e per il ritmo leggero e spensierato. “Quando sarò vecchio sarò vecchio, nessuno dovrà più venire a rompermi i coglioni”, dice Lorenzo. In tanti han composto la loro Avvelenata negli anni, ma qui almeno si sorride un po’.

Bright Eyes – Jejune stars
Il nuovo di Conor Oberst (per l’ultima volta con il nome Bright Eyes) è un disco ascoltabile ma non eccelso, su cui spicca questo pezzo spensierato e da ascoltare con le cuffie passeggiando per la strada in un giorno di leggera pioggerellina di marzo.

Hellosocrate – Le biciclette di notte
Loro vengono da  Civitavecchia, e hanno fatto un disco meravigliosamente indie pop. Se siete inguaribili romantici come il sottoscritto adorerete questo pezzo tutto biciclette e pucciosità. Eppoi c’è la voce femminile che nei gruppi indie fa sempre la sua porca figura. Vi sfido a non canticchiarla dopo due ascolti.

Fleet Foxes – Helplessness Blues
Ve li ricordate un paio di anni fa con quell’inno tutto uguale ma molto suggestivo che si chiamava White Winter Hymnal? Sono tornati, hanno girato tre accordi e hanno sfornato un altro bellissimo pezzo, forse migliore del precedente. La cosa bella è che suonano e cantano che paiono Simon & Garfunkel ma negli anni Dieci. Per noi che negli anni Sessanta non c’eravamo è senz’altro una buona notizia, e forse anche per chi c’era.

Ex Otago – Costa Rica
Il gruppo elettropop genovese esce con il nuovo disco dopo il successo del primo Tanti saluti, e lo fa con una produzione popolare dove tutti i fans hanno contribuito con una piccola quota alle spese, in cambio di gadget e crediti nel disco e ai concerti. Il singolo tormentone Costa Rica si sposa alla perfezione con il periodo primaverile, la voglia di viaggiare verso posti esotici, scoprire paesi nuovi fino a non rimpiangere nemmeno un pochino la nostra italietta. Pura vida.

Le cose succedono

Quando ogni tanto mi lascio prendere dallo sconforto pensando che Berlusconi non se ne andrà mai da questo paese e non morirà mai perchè si farà clonare o congelare o che ne so io, poi penso che in realtà le cose prima o poi succedono se sono in qualche modo previste. Non c’è fretta: basta attendere che la Storia faccia il suo corso ed anche avvenimenti improbabili (non impossibili, attenzione!) infine capitano.
Attimo ad esempio, alla volta del 25 marzo 2011, è capitolato passando al lato oscuro della forza.
Non so però se questo ragionamento mi porti quindi a concludere che anche Berlusconi prima o poi morirà, oppure se passerà a Mac.

 

. consigli per gli acquisti

Potrebbe sembrare l’ennesimo sfoggio di zelo da parte dei cineasti di tutto il mondo, se non fosse che, come dice Paolo Mereghetti nel suo articolo, “ogni paese ha un patrimonio culturale di cui vantarsi e che deve essere difeso”. Visto che molti di noi continuano a fare finta che, ad esempio, non ci sia una Guerra in corso, faccio finta anche io (e del resto, anche nel bel mezzo della crisi più totale, come si potrebbero dimenticare le cose belle come queste?) e vi segnalo questo link e questa iniziativa, secondo me bellissima. Giocate.

Panorama presenta

Panorama in edicolaIo me li immagino, seduti nelle sale d’attese del medico di famiglia, con i loro respiri pesanti, chiusi nei loro cappotti, mentre richiamano i muscoli usurati dal tempo e sfidano gli acciacchi per allungare il braccio e carpire con le loro mani rugose la copia di Panorama sul tavolino di vetro, quei tavolini di vetro sopra pavimenti di marmo di stanze adornate con piante sempre verdi e pareti dipinte di beige.
Me li immagino mentre inforcano gli occhiali spessi per leggere bene il titolo strillato, SCROCCONI urla Panorama, cos’è quello, ah, è un Pinocchio sopra la sedia a rotelle. E così, alla faccia di possibili disastri nucleari e di guerre dietro casa, il respiro pesante si interrompe per aprire le labbra e lasciar scaturire tutta la propria indignazione. SCROCCONI, dice Panorama, perché non ci si dimentichi di quei farabutti che fingono di essere invalidi, ai danni dello Stato e quindi di tutti noi onesti lavoratori.

Poi mi sono imbattuto, ieri, nella copertina del settimanale Panorama. Il titolo non ammette sfumature: “Scrocconi”. L’immagine non potrebbe essere più chiara: una carrozzina stilizzata, su cui siede un Pinocchio altrettanto stilizzato. Il sommario che rimanda a un’inchiesta “esclusiva” recita così: “Invalidità inesistenti, certificati falsi, pensioni regalate. Ecco chi sono i furbi (e i loro complici) che fregano l’Inps. A nostre spese”.

Tanta roba. Roba forte. Le labbra si aprono come riflesso istintivo per il leggero moto di indignazione. E subito vengono in mente mille casi di conoscenti o pseudotali che millantano da anni una qualche disabilità. Chi non conosce qualcuno che finge di essere cieco e poi lo vedi guidare la macchina? Figuriamoci a Napoli poi, quanti ce ne staranno così.

La questione più grave e inquietante è la scelta di dedicare la copertina del settimanale a questo tema, nelle giornate dell’incubo nucleare, della crisi libica, dei tanti processi al premier, del federalismo che passa, della riforma della giustizia, tanto per citare argomenti assolutamente bipartisan. Il direttore di Panorama non ha certo scelto questo tema in modo casuale. C’è un pensiero dietro, c’è sicuramente un disegno ben preciso. Lo stigma di quella copertina è gravissimo: in copertina non si distingue, si fa di ogni erba un fascio. Si indica la carrozzina, simbolo riconoscibile da tutti per denotare la disabilità, quella vera.

E poi la bocca si richiude, il respiro torna regolare come lo scorrere di un fiume nella pianura, senza intoppi, la copia di Panorama ritrova il suo habitat naturale, il tavolino di vetro delle sale d’attese, dove non si fa nemmeno in tempo a leggere l’articolo all’interno, il dottore chiama, loro si rialzano in piedi a fatica, scricchiolando e quasi sentendosi già un po’ meglio.

(via FrancaMente)

Lezioni di vita

Un padre cammina a bordo strada spingendo un passeggino con a bordo una simpatica fanciulla. Quando è giunto il momento di attraversare, si rivolge così alla piccina: “Andiamo sulle strisce, così se ci prendono ci pagano“.

150 anni di queste cose qui

150 e sentirli tutti

Allora prima ho preso la macchina, e me ne sono andato in giro per la città con i finestrini abbassati, visto che alla fine a marzo è uscito il sole, ho girato per le periferie la stazione semideserta il centro e sono tornato a casa. Ho preso la macchina per andare a vedere se poi alla fine la gente aveva messo o meno questi tricolori, e insomma sì, ne ho visti parecchi, non tanti certo, ma diverse bandiere alla fine sono spuntate, molte erano nuove, le riconosci perché hanno ancora tutte le pieghe e hanno un verde che dopo 150 anni non può mica essere così brillante, dai, e un bianco che è ancora bianco e un rosso grondante.

E nel vedere quei tricolori ancora umidi per la pioggia di ieri sera e di tutti i giorni precedenti, nel vedere mia mamma, 60enne esasperata dalla politica e da praticamente tutto, che lo espone, lei che per i mondiali la taglierebbe, quella bandiera consumata che tengo nell’armadio, nel vedere pensionati che girano con la moglie a fianco e tenendo per mano un bandierone enorme, che secondo me la moglie se ne vergogna pure un poco, viste le dimensioni esagerate non certo da passeggio, nel vedere insomma tutte queste bandiere, non tante certe ma nemmeno poche, che mi ricordano un po’ le bandiere della pace di qualche anno fa, spuntate (anche un po’ per moda) per difendere qualcosa, le bandiere spuntano sempre quando c’è da difendere qualcosa, un tempo dalle bombe ora dai leghisti (guarda come siamo ridotti, dalle bombe ai leghisti), nel vedere tutte queste bandiere che lo so, a quasi tutti non interessano, a molti infastidiscono quasi, tutti in fondo avremmo un motivo valido per tenere il muso a quella bandiera lì peraltro, io le guardo insomma, e a me invece suscitano soltanto mica rabbia, mica orgoglio, figuriamoci, ma nemmeno resistenza o amarezza o voglia di riscatto, a me quelle bandiere a quei balconi, mi fanno tanta tenerezza.

Quando si dice avere molta pazienza

Mettere il cavalletto, sistemare la macchina fotografica e poi scattare. E poi lasciare aperto l’obiettivo per mesi. E poi aspettare anni.

Michael Weseley
Leggo dal blog di Sara Lando che Michael Wesely, fotografo tedesco, per fissare il passaggio del tempo ha scattato fotografie con una durata di esposizione anche di tre anni. Qualcosa di impressionante per me semplice possessore di reflex che al massimo ha osato spingersi fino a 30 secondi. Wesely invece ridefinisce non soltanto il concetto di tempo ma soprattutto quello di pazienza.

Chiedi chi era Diamante

Diamante era lo storico del paese. Nessuno l’aveva insignito di tale ruolo ma in ogni paese che si rispetti c’è sempre un sindaco, un prete, un ubriacone, un matto, ed altre figure tipiche. Lui conservava la memoria storica del paese: sapeva risalire ai tuoi antenati anche quattro o cinque generazioni indietro, conosceva la storia di tuo nonno e tuo bisnonno, i nomi dei caduti, gli anni in cui si erano svolte le feste patronali, quelli in cui un giornalista Rai era passato per documentare qualcosa in paese e quelli in cui gli emigranti erano partiti per il Canadà, nel primo dopoguerra. Salutava tutti e di tutti voleva sapere ogni cosa: se eri capitato in paese doveva esserci un motivo, e sapere quel motivo era tutta la sua vita.

Annotava tutto quello che succedeva in piccoli quadernetti delle elementari, diari preziosi di una quotidianità piuttosto monotona, come si addice ad un piccolo paese di montagna. Un giorno che lo andai a trovare da ragazzino insieme a suo nipote Mimmo per saperne di più su leggende e antiche memorie del paese, ci offrì contento da bere il consueto analcolico e riempì il suo tavolo di foglietti “a cura dello scrivente”, da lui redatti con minuziosa cura a macchina da scrivere e bordati a pennarello rosso uno ad uno. Opuscoli su chiese e monumenti colmi di arte e storia, racconti favolistici scritti in un ampolloso italiano d’antan unici nel loro genere, che fotocopiava e distribuiva in occasione delle celebrazioni del 25 aprile, del 2 giugno, o di qualche festa patronale dove non mancava di suonare l’harmonium in chiesa scrutando lo spartito da pochi centimetri dietro le sue lenti spesse.

Cappello degli alpini sempre addosso, occhiali scuri, Diamante osservava il mondo curioso, sempre con il registratore sotto braccio e quei nastri a cassetta su cui erano incisi gli inni degli alpini, da ascoltare durante gli alzabandiera davanti alle autorità. Un senso della patria solenne e forse fuori dal tempo, che faceva sorridere molti, ma che negli anni gli ha regalato l’affetto e la stima di tutto il paese. Chiunque prima o poi è passato per il suo mitico scantinato, un vero e proprio museo pieno di reperti storici più o meno veritieri sui quali narrava storie lontane nel tempo e nello spazio: le palle di Annibale ad esempio, che restano nell’immaginario collettivo forse l’oggetto più chiacchierato e raccontato al bar o nella piazza locale. Quando si è un mito non mancano poi le imitazioni: quella di Luigi rimane la migliore, che indossando occhiali e cappello sapeva coglierne frasi tipiche e tic, suscitando simpatia in ogni occasione.

Con la scomparsa di Diamante ieri a Roma, se ne va insomma un tassello importante di un paese montano che va spopolandosi, e soprattutto un’importante memoria di quello che è stato, che si spera potrà essere valorizzato un domani dalla famiglia e dalla proloco locale. A Diamante, un caloroso ringraziamento per quello che ha fatto per il suo paese e la sua terra, e la certezza che l’avranno accolto in cielo con la bandiera e l’inno, proprio come sarebbe piaciuto a lui, davanti a tutte le autorità di un tempo che non c’è più. A lui il compito di raccontare cosa succede lassù, giorno dopo giorno. Sempre che vendano i quadernini, da quelle parti.

lo scrivente E.C.

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
Previously, on Lost

I migliori album degli anni ZeroL'inutile sondaggio:
i migliori album degli anni Zero

Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)