La rivoluzione senza fare la rivoluzione

Sarebbe da provare, no? Se ognuno di noi si prendesse, finalmente, la responsabilità (un gesto inedito per degli italiani, oibò) e l’impegno solenne di portarsi in maniera più etica, più civile, più morale in tutti i momenti della propria giornata non ci sarebbe bisogno di dare una sola grande spallata a chi ci governa. Sarebbero tanti, milioni, di delicatissimi urti che avrebbero lo stesso fortissimo effetto di una deflagrazione.

Quello che volevo dire io da settimane l’ha detto lei, allora mi limito ad aggiungere soltanto due o tre cose.

E’ farsi crescere i capelli quando dovresti tagliarteli, è accorciarli per vezzo e non per necessità. E’ comprare un biglietto per uno spettacolo teatrale il giorno in cui Berlusconi si compra la fiducia in parlamento. L’unica veemente reazione che ti viene in mente. E’ voler vedere i teatri più pieni, per ogni piazza che rimane vuota, andare al cinema anche se aumentano il biglietto di un euro, per ogni evasione fiscale. E’ non tagliarsi la barba la domenica sera e tirare dritto fino al venerdì dopo. E’ voler vedere sempre più barbe sempre più capelli sciolti, e vedere assaltare i locali e far raddoppiare i concerti perché dentro tutti non ci possiamo stare. Ad ogni insulto alla scuola pubblica o ai gay mi viene da comprarmi un vinile, o andare a piedi da Bologna a Firenze o in bicicletta da Ferrara a Perugia nella mia unica settimana di ferie. Mi viene voglia di aprire una libreria. E’ raccogliere un pezzo di carta che tuo padre getta per strada, è prendere i treni, è andare in stazione in bicicletta anche se piove, è vedere più facce felici più teste ciondolanti più braccia consorte che cullano corpi stonati, e vedere in giro sotto i palchi o sui vagoni più labbra morsicate, più sguardi inespressivi e più chiacchiere inutili, in fondo alla sala, e girarsi a zittirli tutti. E’ ascoltare chi suona, è comprare biglietti per concerti per ogni immigrato che sbarca sulle nostre isole che nemmeno sapremmo indicarle sul mappamondo.

Piazze vuote

E’ sperperare denaro in tutto quello che i potenti contrastano, la musica il teatro il cinema l’arte i fumetti i giornali i libri la scuola l’università il pane i prati, e visto che non abbiamo la minima intenzione di aizzare scarpe al cielo o di farci sparare nel culo, e visto che ci sentiamo ridicoli a parlare di rivolta con un Matteo Renzi o un Cicchitto tremolante di parkinson e di fiele in televisione, per chi ancora la guarda, non ci rimane che farci del bene, che siamo sensibili solo a quello, al bene e ai beni, che siamo golosi e uno solo, di bene, non ci basta mai. E’ fare la coda fuori dalle librerie è rimanere fuori a pranzo è fare le due di notte su un manuale è ricordarsi di andare a trovare un amico che abita lontano, è non avere bisogno di ricordarselo per farlo, è correggere il cassiere che ti dà il resto sbagliato è essere ostinati ma in silenzio, è frequentare ogni tanto le stazioni i binari le fermate dell’autobus le mense, è sistemare la valigia pesante è scontrarsi con i passanti per renderci conto della loro presenza, è origliare i discorsi della gente, è bere e smettere di bere, è imparare a fare il pesto in casa, è comprare il necessario e concedersi il superfluo.
E’ cambiare lavoro, è rispondere male a chi se lo merita, è caricarsi i forni in spalla per portarli alle isole ecologiche, è fare le cose contro voglia.
E’ ridere delle tragedie, è non vergognarsi di essere tremendamente seri, è fare la rivoluzione senza fare la rivoluzione.

L’unica rivoluzione possibile che mi viene in mente.

2 Responses to “La rivoluzione senza fare la rivoluzione”


cribbio
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(La Gazzetta dello Sport)

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