Forse

A dire che i Verdena sono bravi ci si sente sempre un po’ in imbarazzo, sempre in bilico tra ovvietà e sputtanamento. Poi uno va a vedere le date del tour di Wow, l’ultimo doppio album uscito a gennaio con tanto di copertina (e suoni) vintage, e sembra che siano in tanti a volersi sputtanare: Milano sold out, così come a Torino, Bologna, Firenze, Perugia, Ravenna, Pordenone eccetera. Spuntano doppie date come funghi. Ok, molto dipende dalla scelta di suonare in posti piccoli, dicono che fosse Alberto a preferirli, vuole suonare in posti “raccolti, concentrati”. Però la sfilza di sold out fa un po’ impressione. Quanti altri gruppi italiani rock fanno tutto esaurito come loro? Quanti altri gruppi italiani non si possono idolatrare come loro se no sembri un diciottenne accaldato?

Verdena Wow
Perché poi la questione è semplice: i Verdena sono bravi. Hanno fatto un album, un doppio album, della madonna. Ma non si può dire. Se lo si dice, si diventa automaticamente ventenni che indossano la felpa a cappuccio e pogano sotto il palco. Che gridano Roberta-Roberta (nel senso della bassista carina). Che sono cresciuti a pane e Valvonauta, peccato che Valvonauta è roba di decenni fa e questi che saltano ora sotto il palco non avevano ancora nemmeno iniziato a drogarsi. Allora c’è qualcosa che non mi torna: come li facciamo questi sold out, soltanto con i ventenni tumefatti?

Devono allora piacere anche a qualche ventenne ora trentenne, anche se stare nelle prime file ai concerti (ne ho visti due, per tentare di chiarirmi definitivamente la questione) non aiuta, dato che l’età media tende a degradare man mano che ci si avvicina alla testa ciondolante di Roberta-Roberta. Non ci sarà mica una specie di ‘paura’ a dire che sì, i Verdena han fatto un album, un doppio album, della madonna, che suonano completamente differente dai primi tre, ormai, che sembrano più indipendenti loro, nonostante suonino per Universal, che tutta la trafila di gruppettini xilofono lowfi che qui si adora, sia chiaro, non è un giudizio di merito, ma non è nemmeno un giudizio: è un notare che loro, questi bergamaschi fanno uscire un album e poi si chiudono dentro a un pollaio per svariati anni a suonare in analogico senza farsi vedere in giro, senza postare video virali, sono così fuori dal mondo che scrivono “suoni su Facebook”, insomma si preoccupano essenzialmente di fare musica. Dici niente.

E ne masticano, di musica. Va bene, sempre la stessa, va bene, scopiazzano dai Bitols e da riferimenti scontati, ma tirano su muri con calce cemento chitarre e batteria e pianoforte, prendete il pianoforte di Miglioramento, che è anche il pezzo migliore di Wow, con quelle mani gettate come secchiate sul piano chè vien voglia di saltare e prendere a testate le finestre per aprirle. E cambi di ritmo e citazioni e soprattutto un suono preciso e pulito che anche se cambia lo capisci che sono loro, che sono i Verdena, e ti viene da perdonarli tutte le volte per i loro testi inutili, che se avessero avuto testi un po’ meno ridicoli forse forse adesso suonerebbero nei palazzetti ma in fondo chissenefrega, in fondo loro il fisico ce l’hanno, a trentanni suonati, tirano su i muri dei loro pollai sempre più alti e sono contenti e si vede, ora ai concerti sorridono pure, e il numero di ‘grazie’ è esponenzialmente aumentato rispetto ai tempi dei Samurai e dei Grandi Sassi.

Dice Alberto che “Comunque noi stiamo benissimo così, non ci sentiamo né indie né major, né chissà che. Siamo una cosa a sé, con un’identità ben definita ormai da anni“, e forse non c’è molto altro da dire se non saltare come nemmeno si faceva ai tempi di Valvonauta, e smettere di sforzarsi a capire perché i Verdena o li odi o li ami, ma farsi ogni tanto i cazzi propri nei nostri pollai. Che forse qualcosa di buono alla fine esce.

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